Santiago Posteguillo

L'IRA DI TRAIANO. Parte 1.

Titolo originale: Circo Mximo. (seconda parte)
Traduzione di: Adele Ricciotti - Grandi & Associati.
2017 - EDIZIONI PIEMME - Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Anno 105 d.C. Per la seconda volta, Roma si trova a difendere i confini a nord del Danubio e fronteggiare i Daci, e questa volta  Traiano a guidare le legioni. Mosso dal desiderio di espandere il dominio dell'Impero, ma anche di punire Decebalo, re dei Daci, reo di non aver rispettato gli accordi con Roma, Traiano organizza una spedizione senza precedenti. Una nuova guerra da cui non pu che tornare vincitore, perch in gioco ci sono le redini dell'Impero e la sua stessa esistenza. Eppure non tutti, a Roma, sono con lui: i senatori sembrano pi interessati alle beghe interne, la famiglia reale  divisa, l'ombra della congiura si allunga sul trono. E la difficilissima, epica costruzione del ponte pi lungo del mondo sul Danubio, ordinato da Traiano all'architetto Apollodoro, non fa che complicare le cose...
Ricca, avvincente, piena di colpi di scena, la narrazione di Santiago Posteguillo  un irresistibile mix di storia, azione e gusto del racconto. Un nuovo imperdibile pezzo della saga dedicata a uno dei pi grandi imperatori che Roma abbia conosciuto.
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L'ira di Traiano  il nome dato dall'editore PIEMME alla seconda parte del volume Circo Mximo pubblicato in precedenza.
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L'AUTORE.
Santiago Posteguillo  uno dei maggiori scrittori di romanzi storici al mondo, con un milione di copie vendute solo in Spagna. Dopo il primo romanzo dedicato a Traiano, L'Ispanico, grandissimo successo in Spagna e in Italia, Posteguillo torna a raccontare le sue gesta con Circo Massimo e L'ira di Traiano.
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Questo libro  un'opera di fantasia. I fatti storici narrati sono liberamente interpretati dall'autore.
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Per Elsa e Lisa, la musica della mia vita.
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Informazioni importanti per il lettore.
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All'interno di L'ira di Traiano, il lettore trover alcune tavole illustrate e dei diagrammi, con lo scopo di aiutare la comprensione della storia. Per quanto riguarda la descrizione delle corse delle quadrighe, si offrir regolarmente lo schema della graduatoria con la posizione esatta di ogni auriga in pista e in ogni momento della gara.

In aggiunta, in fondo al volume, si includono le appendici, dove  possibile consultare, durante la lettura, un dettagliato glossario di termini latini e dacichi, oltre all'albero genealogico della famiglia imperiale di Traiano e alcune mappe. Infine si include una bibliografia dei documenti consultati dall'autore durante la stesura del libro.

 consigliabile consultare le informazioni storiche che aprono l'appendice solo dopo aver terminato il romanzo, poich la Nota storica svela alcuni segreti della trama del romanzo che priverebbero il lettore del piacere della loro scoperta durante la lettura.
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Dramatis personae.
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Famiglia imperiale
Marco Ulpio Traiano, Imperator Caesar Augustus
Pompeia Plotina, moglie di Traiano
Publio Elio Adriano, pronipote di Traiano
Vibia Sabina, pronipote di Traiano
Marcia, madre di Traiano
Ulpia Marciana, sorella di Traiano
Matidia maggiore, nipote di Traiano
Matidia minore, pronipote di Traiano
Rupilia Faustina, pronipote di Traiano
Legati e senatori del circolo di Traiano
Gneo Pompeo Longino, legatus, amico fidato di Traiano
Nigrino, legatus, amico di Traiano
Lusio Quieto, legatus e decurione, amico di Traiano
Lucio Licinio Sura, senatore ispanico
Plinio il Giovane, senatore e avvocato
Celso, senatore e legatus
Palma, senatore e legatus
Tettio Giuliano, legatus della VII Claudia nella Mesia Superiore
Frontino, senatore e consigliere di Traiano
Laberio Massimo, legatus
Menenio, senatore e padre della vestale Menenia
Cecilia, moglie di Menenio e madre della vestale Menenia
Altri personaggi vicini alla famiglia imperiale
Dione Cocceiano, filosofo greco, oggi noto con il nome di Dione Crisostomo
Critone, medico dell'imperatore Traiano
Gaio Svetonio Tranquillo, scrittore romano e procurator bibliothecae augusti
Apollodoro di Damasco, architetto
Domizia Longina, moglie di Domiziano
Publio Acilio Attiano, antico tutore di Traiano
Senatori oppositori di Traiano
Mario Prisco, senatore e antico governatore
Pompeo Collega, senatore
Cazio Frontone, senatore
Salvio Liberale, senatore
Sacerdoti
Cicurino, flamen Dialis, sacerdote supremo di Giove
Salinator, rex sacrorum
Vestali
Menenia, vestale
Cornelia, Vestale Massima
Tullia, Vestale Massima
Claudia, vestale
Aurighi del Circo Massimo
Celer, auriga della squadra Rossa
Acleo, auriga della squadra Azzurra
Pulcher, auriga della squadra Verde
Taurus, auriga della squadra Azzurra
Cavalli del Circo Massimo
Niger, cavallo della squadra Rossa
Orynx, cavallo della squadra Rossa
Tigris, cavallo della squadra Rossa
Raptore, cavallo della squadra Rossa
Tuscus, cavallo della squadra Azzurra
Passerinus, cavallo della squadra Azzurra
Pomperanus, cavallo della squadra Azzurra
Victor, cavallo della squadra Azzurra
Pretoriani
Sesto Attio Suburano, prefetto del pretorio
Tiberio Claudio Liviano, prefetto del pretorio
Aulo, tribuno pretoriano
Altri ufficiali e/o legionari dell'esercito romano
Tiberio Claudio Massimo, duplicarius della cavalleria romana
Cincinnato, tribuno militare
Caio, legionario della frontiera del Danubio
Quinto, legionario della frontiera del Danubio
Decimo, centurione romano disertore
Caio, legionario disertore
Secondo, legionario disertore
Personaggi dacichi e loro alleati sarmatici e rossolani
Decebalo, re della Dacia
Diegis, nobile dacico
Vezinas, nobile dacico
Bacilis, sommo sacerdote della Dacia
Dochia, sorella di Decebalo
Zia, schiava al servizio di Dochia
Ermilo, schiavo al servizio di Longino
Susago, re dei Rossolani
Amage, donna rossolana
Marzio, gladiatore, mirmillo e guerriero alleato dei Sarmati; poi conosciuto con il nome di Senex
Alana, guerriera sarmatica, antica gladiatrix, moglie di Marzio
Tamura, bambina sarmatica, figlia di Anala e Marzio
Akkas, capo sarmatico
Personaggi dell'Anfiteatro Flavio
Trigesimo, lanista
Carpoforo, bestiarius
Maroboduo, gladiadore
Verre, cuoco
Cristiani
Giovanni, discepolo di Ges Cristo
Ignazio, vescovo di Antiochia
Evaristo, vescovo di Roma,
Alessandro, assistente del vescovo di Roma
Marcione, commerciante della Frigia
Altri personaggi
Scauro, controllore di clessidre
Atello, delinquente della Suburra
Malleolo, esattore delle tasse
Personaggi dell'Impero partico
Osroe, hn h, re dei re della Partia
Partamasiri, fratello di Osroe
Personaggi dell'Impero kusana
Shaka, ambasciatore dell'imperatore Kadphises
Personaggi della dinastia Han
Li Kan, guerriero della cavalleria Han
Chi tu-wei, comandante della cavalleria Han
Personaggi del passato
Gaio Giulio Cesare, senatore e dittatore romano
Tito Flavio Domiziano, Imperator Caesar Augustus
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LIBRO Primo.
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LA LUNGA OMBRA DELLA VENDETTA
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Anno 105 d.C.

(Anno 858 ab urbe condita, dalla fondazione di Roma)

Nemo tam divos habuit faventes

Crastinum ut possit sibi polliceri.

Nessuno mai ebbe gli Dei cos favorevoli,

da poter promettersi sicuro il domani.

SENECA, Tieste, Atto III, 129-130

1

LA TORMENTA

Drobeta, Mesia Superiore
Febbraio del 105 d.C.

La tormenta stava peggiorando. La pioggia cadeva incessante sui legionari che lavoravano sulla gru del diciottesimo pilastro sul fiume. L'imponente struttura del ponte in costruzione si elevava maestosa sul Danubio, ma l'opera non era ancora conclusa. Ora era possibile percorrere via terra, dalle rive della Mesia Superiore, camminando sulla parte finita del ponte, due terzi della larghezza del fiume, poich gli archi di legno che univano i primi diciassette pilastri erano gi stati completati. Ne mancavano ancora due: il diciottesimo, che era quasi terminato, e il diciannovesimo, di cui era stata preparata solamente la tura sulla quale i legionari muovevano senza sosta una grande vite di Archimede.

Per Marte!  un'assurdit esclam un optio che dirigeva l'unit al lavoro sulla vite. Sta piovendo troppo forte! Dobbiamo fermarci!

Ma Cincinnato, al comando sulla tura del diciannovesimo pilastro, scosse la testa. Ho ricevuto l'ordine di proseguire, che piova, tuoni o grandini! Continuate, per Ercole! Era bagnato fino alle ossa e maledisse tra s e s la famiglia di quel folle architetto. Un uomo comune con un po' di buonsenso avrebbe certamente interrotto i lavori durante la tormenta, ma l'architetto non era affatto un uomo comune. Il problema era che stava piovendo con una tale intensit che pur estraendo acqua dall'enorme vite di smaltimento questa continuava a riempirsi. Sarebbe stato logico, a quel punto, fermarsi e riprendere una volta cessata la tormenta.

Resta al comando, ma non interrompere i lavori! ribad Cincinnato all'optio, quindi raggiunse i rematori della chiatta perch lo conducessero fino al diciassettesimo pilastro, dove, attraverso una scala, si accedeva alla parte costruita del ponte.

I legionari iniziarono a remare. Cincinnato, passando vicino al diciottesimo pilastro, not che la gru funzionava con difficolt. Era gi completamente zuppo e la pioggia era talmente fitta da impedirgli quasi di vedere, ma riusc comunque a riconoscere la figura dell'architetto che impartiva ordini.

Pi in alto! Pi in alto!

Cincinnato sollev lo sguardo. Un'enorme pietra volava sopra le loro teste verso la base del diciottesimo pilastro, ma proprio quando si trov all'altezza della sua destinazione le corde che la sostenevano si sciolsero. A causa della tormenta non era stato possibile stringerle adeguatamente, e il gigantesco blocco di roccia cadde a piombo sopra gli uomini che stavano distribuendo la malta sulla base del pilastro.

Aaah!

Le grida trafissero l'animo di Cincinnato. Quell'architetto era completamente fuori di testa. Il legionario non si ferm a controllare quanti fossero rimasti schiacciati sotto le pietre del ponte, ma, non appena raggiunse la base di legno del diciassettesimo pilastro, corse a tutta velocit su quella parte del fiume ricoperta dalla struttura, dirigendosi verso il praetorium.

Quando Tettio Giuliano vide entrare il tribuno inzuppato fino alle ossa e con l'espressione inferocita, comprese immediatamente cos'era accaduto.

Un altro incidente? chiese il legatus.

S... rispose Cincinnato appena ebbe recuperato il fiato.

Quanti morti?

Non lo so ancora... Sono corso qui perch dobbiamo convincere l'architetto a interrompere i lavori fino al termine della tormenta.  inutile continuare. Stiamo solo perdendo tempo e uomini, e ci  deleterio per il morale dei legionari...

Tettio Giuliano sollev la mano per interrompere il tribuno. Non aveva bisogno di sentirsi dire cosa fosse sensato fare. Lo sapeva gi, e ne aveva discusso migliaia di volte con l'architetto, ma Apollodoro sembrava non voler ragionare. Continuava a ripetere che la scadenza concordata con l'imperatore per terminare l'opera era l'estate, e rimanevano appena pochi mesi. In ogni caso Cincinnato aveva ragione: dovevano far cessare quella folle opera fino a quando il tempo non fosse migliorato.

Dov'?

Sta supervisionando i lavori del diciottesimo pilastro, proprio l dov' avvenuto l'ultimo incidente.

Andiamo l, allora.

Entrambi gli uomini uscirono all'esterno. La tormenta li ricevette con un vento e una pioggia implacabili. L'acqua cadeva con forza brutale. Tettio conosceva bene il clima del Nord e si ferm per dare un ordine a uno degli ufficiali che li accompagnavano.

Portate degli scudi per tutti.

Gli ufficiali annuirono. Era pi che sensato.

In breve Tettio Giuliano e Cincinnato raggiunsero il ponte. Dal primo pilastro fino al diciassettesimo c'erano ottocento passi, forse poco pi, camminando sopra le agitate acque dell'immenso Danubio. Ci che aveva realizzato l'architetto era impressionante, ma Tettio sapeva che questo non lo autorizzava a tentare di concludere l'opera con una sfrenatezza pi conforme a un pazzo che a un uomo intelligente. E intelligente doveva esserlo senz'altro, per aver elaborato un'opera di tali dimensioni, che si estendeva su un fiume che a tutti era sempre parso, nei secoli, impossibile da superare.

Tettio Giuliano e Cincinnato salirono su una chiatta per attraversare lo spazio tra il diciassettesimo e il diciottesimo pilastro.

L'acqua del fiume era cresciuta enormemente con le ultime piogge e la corrente si era fatta sempre pi impetuosa. I legionari avevano appena lanciato delle corde tra i due pilastri per agganciare le chiatte di trasporto ed evitare che venissero trascinate via dalla forza del fiume: i rematori da soli non riuscivano a contrastarla.

La tormenta mi sembra addirittura peggiorata, legatus! grid Cincinnato per farsi udire in mezzo a quel fragore. D'improvviso scoppiarono dei tuoni in lontananza.

Il peggio deve ancora arrivare! disse Tettio Giuliano.

Il legatus, Cincinnato, altri due ufficiali e una decina di scudi militari furono caricati sulla chiatta e trascinati dal diciottesimo pilastro al punto in cui si trovava la grande gru che aveva perso il blocco di pietra causando quel terribile incidente. Poco dopo, videro la figura ossuta di un uomo che gridava agli operai che si trovavano su quel marchingegno metallico.

Siete degli imbecilli! Per Zeus! Dei buoni a nulla! Non servite a niente! A niente!

Basta! Per tutti gli dei! Basta! url Tettio Giuliano.

L'architetto si volt allora verso il legatus che aveva osato contraddirlo mentre rimproverava i legionari per ci che lui considerava un'evidente stoltezza.

Tettio Giuliano prosegu: I lavori sono sospesi! Andatevene tutti via da qui fino a nuovo ordine!.

Ma Apollodoro di Damasco si ribell come una fiera ferita. Non puoi dare quest'ordine! Solo io ho il comando dei lavori! E si rivolse ai legionari della gru: Mantenete le vostre posizioni! Che nessuno si muova!.

Ma i legionari, vedendo che il legatus, alle spalle dell'architetto, gesticolava invitandoli ad andarsene, non esitarono un istante a decidere a chi obbedire. In pochi minuti, non solo la gru, ma tutto il diciottesimo pilastro rimasero senza uomini.

Apollodoro inizi a maledire il legatus, ma questi non sembrava interessato n tantomeno intimorito dalle minacce dell'architetto, gli importava solo di verificare quante fossero state le vittime.

Dicono tre legionari! Dei buoni legionari, legatus! grid Cincinnato sotto quella pioggia implacabile. Non ci sono feriti! La pietra  caduta addosso a quei tre colpendoli in pieno!

Anche in guerra ci sono vittime, e nessuno di voi si scandalizza! sbrait allora l'architetto. E questa  una guerra! Una grande battaglia contro il Danubio!

Tettio Giuliano non riusc pi a trattenersi, quindi si volt, afferr l'architetto per le spalle e lo scosse con forza mentre gli gridava in faccia. Siate maledetti, tu e il tuo folle ponte! Perfino le legioni interrompono i combattimenti quando c' una tormenta come questa! Io stesso ho visto l'imperatore Traiano ordinare di cessare una battaglia a Tape perch era cominciata una pioggia torrenziale! Capisci?

E spinse l'architetto sul pavimento della chiatta, anche se avrebbe preferito gettarlo nel fiume. Il vento li sconquassava con la forza di un titano. Fu allora che inizi a cadere la grandine, chicchi enormi, dei giganteschi acini di pietra.

Prendete gli scudi! ordin Tettio Giuliano, e subito gli ufficiali che lo accompagnavano li distribuirono, in modo che il legatus, Cincinnato e gli altri potessero proteggersi da quella grandinata e dai suoi terribili effetti.

Apollodoro di Damasco, steso sulla chiatta, si proteggeva la testa con le mani.

Portate uno scudo a questo folle! ordin allora il legatus. Personalmente non gli sarebbe dispiaciuto che una di quelle grosse pietre di ghiaccio ferisse quel pazzo, ma ci lo avrebbe costretto a fornire complicate spiegazioni all'imperatore, e preferiva evitarlo.

Questa non  una guerra come le altre... disse Apollodoro tra le lacrime di dolore per la grandine che nel frattempo lo stava colpendo. Nelle guerre tra gli uomini, nelle battaglie campali come quelle che tu menzioni, le tormente interrompono la lotta degli uni e degli altri, ma questo  un combattimento diseguale. E fiss intensamente Tettio Giuliano, come per tentare di convincerlo. Il Danubio si prende forse un giorno di riposo? No. Questo maledetto fiume continua a scorrere costantemente. Non lascia un attimo di tregua. Quanto durer questa tormenta? E le tormente successive di fine inverno, o quelle d'inizio primavera? Per ogni giorno di lavoro perduto, il fiume ottiene una vittoria, e la scadenza imposta dall'imperatore si avvicina. Se non concluderemo i lavori in tempo, non sar io a dover rispondere del ritardo, ma tu.

La grandine continuava a battere contro gli scudi che gli ufficiali sostenevano con difficolt sopra le loro teste, mentre il vento soffiava sempre pi forte, quasi tentando di strappare via quelle armi che li proteggevano dal gelo che il cielo stava rovesciando loro addosso.

Ne discuteremo dentro la mia tenda! Ora andiamocene da qui, e tu taci o ti getto nel fiume, che  proprio ci che desidero fare da mesi! sbott Tettio Giuliano.

Apollodoro di Damasco, forse per stanchezza o perch credeva che il legatus sarebbe stato capace di qualunque cosa in quel momento, tacque e si lasci condurre verso la parte del ponte gi costruita.

2

L'ESERCITO DEI DISERTORI

Lederata, riva destra del Danubio. A nord della Mesia Superiore
Marzo del 105 d.C.

Tre anni dopo il processo alla vestale Menenia, la fragile pace sul Danubio era ancora una volta minacciata e rischiava di interrompersi.

Tiberio Claudio Massimo era insieme alle unit di cavalleria avanzate a Lederata, una fortificazione a mezza giornata di cammino da Viminacium nella valle del fiume, dove si concentrava il grosso dell'esercito romano della regione. Decorato dallo stesso Traiano per il coraggio dimostrato nell'informare dell'attacco dacico a Adamclisi, e nella battaglia avvenuta sui monti Ora?tie, Tettio Giuliano aveva ritenuto che non ci fosse uomo migliore di Massimo per vigilare su un cos ampio settore del Danubio. La missione dei cavalieri l stanziati era di assicurarsi che i Daci non attraversassero il grande fiume in quel punto. E, se lo avessero fatto in numero elevato, di avvisare immediatamente Tettio Giuliano, legatus di Viminacium, in modo che questi potesse inviare rinforzi per fermare un possibile attacco. Di fatto, l'ordine era di inviare messaggeri e segnali a Viminacium e anche a Drobeta, poich il legatus si recava spesso nell'altro villaggio lungo il fiume per supervisionare la costruzione di un immenso ponte.

Erano trascorsi due anni pacifici dopo l'ultima guerra contro Decebalo, ma negli ultimi mesi i Daci avevano deciso di innalzare un accampamento permanente sull'altro lato del fiume. Non era n fortificato n costituito da molte truppe, ma una trentina di cavalieri dacichi armati pattugliava la riva nord. Massimo aveva cominciato a temere il peggio. Gli erano arrivate notizie che si stavano concentrando delle truppe anche a Viminacium, proprio com'era accaduto nei mesi che avevano preceduto l'ultima guerra, ed era sicuro che anche i Daci ne fossero informati. E non si faceva che parlare del ponte che l'imperatore aveva ordinato di erigere a Drobeta. Per Tiberio Claudio Massimo tutti questi movimenti erano troppi per mantenere la pace.

L, duplicarius esclam uno dei cavalieri che accompagnavano Massimo in quella ronda di prassi sulla sponda del Danubio.

L'ufficiale guard dove gli era stato indicato. Per Giove! disse. Bisogna avvisare Viminacium... e Drobeta!

A nord del Danubio, di fronte alla fortificazione romana di Lederata
Qualche istante prima che Massimo li veda

Appostati tra gli alberi, in territorio dacico a nord del Danubio, Decimo e vari ufficiali romani, tutti disertori come lui, insieme al gladiatore Marzio, si proteggevano gli occhi con il palmo della mano per poter scrutare bene l'orizzonte. Doveva essere quasi mezzogiorno.

Attaccheremo i Daci ora disse Decimo con determinazione.

Il resto degli ufficiali, per, dubitava.

Non sarebbe meglio aspettare la notte o, almeno, che piova? propose Marzio. Se dobbiamo attraversare il fiume, sarebbe meglio farlo con l'oscurit o in mezzo a una tormenta. Ci renderebbe pi difficile per i Daci vederci.

No, lo faremo ora si oppose Decimo guardando con disprezzo l'ex gladiatore. Inizialmente aveva pensato di aver avuto una buona idea quando, apprezzandone le doti di combattente, lo aveva scelto tra i Sarmati per incorporarlo nel suo gruppo di disertori che stava facendo ritorno a Roma; ma ora non ne era pi tanto sicuro. Marzio rifletteva troppo, per i suoi gusti. Noi siamo molti di pi. Li sconfiggeremo senza problemi comment.

Ci saranno molte perdite insistette Marzio guardando il fiume. I Daci combattono bene. Questo lo sai.

Decimo lanci uno sguardo fulminante all'ex gladiatore e questi decise di non aggiungere altro.

Attaccheremo ora, e non se ne parli pi. Tutti a cavallo. Siamo un piccolo esercito. Li sconfiggeremo. E mont in sella. Il resto degli ufficiali lo imit.

Marzio cominci a intuire perch Decimo fosse cos deciso ad attaccare in pieno giorno. Effettivamente non era una cosa insensata, tenendo conto dell'obiettivo finale della missione. Pens ad Alana... e a Tamura. No, non avrebbe dovuto litigare con Alana prima di partire. Ora stava per lasciare la Dacia e fare ritorno nell'Impero. Non era riuscito a esprimersi bene durante quell'ultima spiacevole discussione. In quel momento era confuso, disorientato dalla convinzione che si stesse avvicinando una nuova guerra. Inoltre le circostanze non gli avevano dato altra scelta, e ora si trovava a marciare con un esercito di disertori romani che aveva deciso di abbandonare la Dacia per sottostare di nuovo al potere dell'Impero. Marzio stava ritornando proprio l dove aveva sempre giurato di non rimettere piede. Ma che altro avrebbe potuto fare? Non avrebbe mai immaginato di trovarsi costretto ad attraversare il Danubio in direzione di Roma per proteggere ci che pi amava in quel mondo di pazzi.

Accampamento dacico vicino al Danubio, di fronte alla fortificazione romana di Lederata

Un cavaliere dacico stava portando il suo cavallo sulla riva del fiume affinch l'animale potesse saziare la sete dopo aver galoppato quasi tutta la mattina per trasmettere un messaggio del re Decebalo alla frontiera: un gruppo di disertori romani aveva deciso di abbandonare la Dacia per fare ritorno a Roma, quindi quegli uomini non dovevano attraversare il Danubio, bens essere catturati e giustiziati, per dare l'esempio e disincentivare altri che avessero intenzione di emularli. Il guerriero aveva compiuto la sua missione e aveva consegnato il messaggio; ora era il momento del meritato riposo.

S'inginocchi e prese dell'acqua con la mano. Anche lui aveva sete. In quell'istante si udirono delle grida alle sue spalle. Si alz immediatamente e li vide. I disertori erano l. Sguain la spada e mont rapidamente a cavallo. Tir le redini. Non c'era tempo per bere.

Decimo, in un gesto all'apparenza molto coraggioso, si lanci per primo all'attacco e poi, avendo affinato l'arte della sopravvivenza grazie ad anni di combattimenti - passando da uno schieramento all'altro e lottando dall'inizio alla fine sempre e solo per se stesso - fren il suo cavallo per lasciare che altri due disertori lo superassero per cominciare una lotta corpo a corpo. Non aveva intenzione di entrare nella mischia per primo, se era possibile evitarlo. Guard il gladiatore alla sua destra. Anche quell'uomo, ex combattente dell'anfiteatro riconvertitosi prima in un guerriero sarmatico e ora in un disertore, stava dimostrando di sapere bene come sopravvivere. Decimo ne prese nota.

I primi disertori raggiunsero un cavaliere dacico che si era allontanato dall'accampamento per dissetarsi al fiume. Lo uccisero facilmente, ma avevano fatto troppo rumore e si trovarono di fronte trenta soldati dacichi che, pur non avendo avuto il tempo di salire a cavallo, erano comunque riusciti ad afferrare le loro pericolose falces. I loro cavalli erano rimasti legati agli alberi a un centinaio di passi di distanza: i Daci non si aspettavano di essere attaccati cos presto, questo era stato il loro errore. Avevano ricevuto da poco un messaggio dal re che li avvertiva dei disertori e quindi avevano pensato che ci sarebbe voluto ancora del tempo prima che quegli uomini raggiungessero il fiume. Ma, nonostante tutti gli errori di calcolo commessi, ora erano pronti a difendersi all'ultimo sangue. Avrebbero tentato in tutti i modi di fermare quei miserabili. Alla maggior parte dei Daci non erano mai piaciuti quei Romani che pure erano passati dalla loro parte anche se, come avevano potuto constatare, solo per un breve periodo.

Aaah! grid uno dei disertori cadendo a terra con la punta ricurva di una delle falces conficcata nel ventre. E poi un altro, e un altro ancora. Fino a dieci romani furono disarcionati dai loro cavalli; ma altrettanti daci stavano barcollando agonizzanti con lance piantate nel petto, attraversati da parte a parte.

In quel momento entr in scena Decimo, che si affrett a finire due feriti a morte. Lasciava volentieri i soldati che erano ancora in piedi al resto dei disertori. Il suo lavoro consisteva nel terminare l'opera altrui.

Marzio entr in combattimento senza perdere di vista il centurione che li guidava. Un dace si stava dirigendo verso di lui. L'ex gladiatore, nel mezzo della lotta corpo a corpo, conficcata la lancia in un nemico steso a terra in fin di vita, faticava a proseguire a cavallo. Allora smont e lasci che l'animale si allontanasse. Blocc con lo scudo due colpi da parte di un avversario. Poi si lanci lui stesso all'attacco.

Il primo assalto del gladiatore fu terribile. Il dace cadde di schiena e Marzio lo fin infilandogli la spada in bocca, mirando alle parti morbide con un colpo letale. Lo calpest, non per umiliarlo, ma perch era la via pi rapida per sorprendere alle spalle un altro dace che stava lottando contro Decimo. A Marzio non piaceva uccidere a tradimento, ma aveva imparato che in un combattimento corpo a corpo, nel mezzo di una guerra, o di quello che sembrava il preludio sicuro di una nuova guerra, l'importante era uccidere, in qualunque maniera. Ogni mezzo era lecito. Se avesse dovuto uccidere i suoi avversari a morsi, lo avrebbe fatto. O tu o loro, non c'era altra scelta. Decimo lo guard. Non disse nulla, ma annu con un lieve gesto e l'ex gladiatore and in cerca di altri guerrieri. Restavano pochi daci; i disertori erano pi di duecento. Un piccolo esercito contro un gruppo di poveri disgraziati.

Li sgominarono tutti. Poi uccisero i feriti. Con ferocia. Alcuni disertori ridevano. Avevano combattuto assieme ai Daci per anni e, ci nonostante, adesso che erano morenti, li deridevano. A Marzio scese del muco dal naso. Era raffreddato. Gli capitava di frequente a causa del freddo nordico, ma lui era forte e continuava a tenere duro senza cedere alla febbre. Si ripul le narici con il dorso della mano, e su naso e bocca gli rimasero delle macchie di sangue nemico. Era un odore al quale si era abituato. Era l'odore costante della sua vita.

E questa  fatta disse.

Avevano perso una ventina di disertori.

Ora attraverseremo il fiume disse Decimo. E fissando il gladiatore aggiunse sdegnosamente: Hai visto? Non  stato poi cos difficile.

Marzio non rispose. Si limit a rinfoderare la spada. S, certo, non era stato difficile, per di notte si sarebbe potuto attraversare il fiume senza dover uccidere nessuno. Anche se per... no, non disse nulla. Non tutti sapevano cosa sarebbe seguito. Il suo silenzio avrebbe protetto Alana e Tamura. Si concentr su di loro. Sarebbe tornato per sua moglie e sua figlia. Non sapeva ancora come n quando, ma lo avrebbe fatto. A qualunque costo.

Lederata, riva destra del Danubio
Nord della Mesia Superiore

Che cosa sta succedendo? chiese uno dei cavalieri romani.

Tiberio Claudio Massimo non rispose immediatamente. Stava riflettendo.

Non lo so disse infine.

Chi  stato ad attaccare i Daci? chiese un altro dei membri della turma di Massimo.

Non lo so, ma attraverseranno il fiume disse il duplicarius osservando il gruppo di cavalieri armati che aveva distrutto il posto di guardia nemico e che ora si stava dirigendo verso le barche che i Daci avevano gi predisposto.

E che cosa facciamo ora? chiese il primo dei cavalieri. Siamo solo in dieci e loro sono almeno duecento, forse di pi.

Non sono duecento, non credo che raggiungano un tale numero, replic l'ufficiale di comando ma sono certamente molti pi di noi. Tacque un istante. Sono partiti i messaggeri per Viminacium e Drobeta?

S, duplicarius.

Bene. Allora attenderemo qui.

Ma duplicarius, comment nervosamente il secondo cavaliere, uno tra i pochi che osavano ribattere all'ufficiale in comando cos ci massacreranno.

Sono certo di no rispose Massimo senza esitazione. Non credo che dopo aver ucciso una trentina di daci abbiano voglia di mettersi a uccidere anche i soldati della cavalleria romana. Sarebbero pazzi a scontrarsi con due eserciti alla volta. No, abbiamo inviato il messaggio al legatus, informandolo che un reggimento sconosciuto di circa duecento cavalieri si sta avvicinando al fiume. Ora il nostro compito  verificare chi sono questi uomini.

3

IL SACRIFICIO A ZALMOXIS

Sarmizegetusa
Marzo del 105 d.C.

Longino accett l'invito del re della Dacia. Decebalo avrebbe celebrato un grande sacrificio al dio supremo dei Daci, Zalmoxis, e desiderava che il legatus romano fosse presente. Questo era il tipo di richieste che Longino amava ricevere: gli permetteva di soddisfare una richiesta regale senza essere costretto a cedere nemmeno una briciola del potere di Roma e, inoltre, era certo di poter rivedere la bellissima sorella del re. Dochia assisteva a ogni atto pubblico celebrato dal fratello.

Longino si svegli presto quella mattina e si lav come meglio pot, per quello che permettevano gli alloggi non troppo lussuosi del capo della guarnigione romana di Sarmizegetusa. C'erano dei piccoli bagni con un calidarium, un tepidarium e un frigidarium, anche se quest'ultimo, in realt, a causa del malfunzionamento del sistema di riscaldamento dell'acqua, assomigliava di pi a una piscina gelata. Almeno era pulito. Longino evit di profumarsi considerandola una cosa inadeguata a un uomo dell'esercito, tuttavia volle presentarsi davanti al re, a sua sorella e al loro seguito, in ordine e con l'uniforme lucente. Due schiavi avevano pulito bene la sua corazza e lucidato la sua spatha.

Usc dall'accampamento romano passando per la citt, attraverso un'area di vecchie capanne che il re aveva ceduto ai Romani, e si diresse insieme a una piccola scorta fino all'enclave di Fetele Albe. Il sacrificio avrebbe avuto luogo in uno spazio contiguo al grande cerchio di pietre dove aveva incontrato Dochia per la prima volta. Il capo della guarnigione romana aveva gi assistito a vari sacrifici di animali in onore del dio Zalmoxis, e quei riti non si differenziavano molto dai sacrifici che i Romani facevano ai loro dei. Tuttavia, quella mattina, Longino not qualcosa di diverso nell'ambiente: in primo luogo, le strade di Sarmizegetusa erano affollate di gente, come se l non ci fossero solo gli abitanti della capitale del regno, ma anche tutti i pileati della Dacia e mille, decine di migliaia, di contadini e cittadini delle varie zone della regione. Quel sacrificio era forse pi importante di altri? Probabilmente. Anche per i Romani alcuni sacrifici erano pi rilevanti. Doveva essere cos, ma gli parve comunque strano poich viveva l da tre anni e non aveva mai visto niente di simile. Quando arriv all'area prescelta per il sacrificio, il re dacico in persona chiar i suoi dubbi.

Hai visto che folla, romano? gli disse esibendo ancora una volta la sua conoscenza del latino.

Longino si guard intorno. Il luogo era affollato di genti diverse, arrivate l, in effetti, non solo da tutte le zone della Dacia centrale, ma anche dai pi lontani confini del regno. Seduta accanto al re, in quella specie di tribuna di legno eretta di fronte a una grande fossa, c'era anche, come Longino aveva sperato, la bella Dochia, la quale, appena vide il legatus, gli dedic un piccolo sorriso come forma di riconoscimento. Lui rispose allo stesso modo mentre si rivolgeva al monarca.

Tantissima gente, senza dubbio, re Decebalo. E la cosa mi sorprende per un sacrificio. Ho gi assistito ad altri dei vostri rituali, ma non ho mai visto nulla di simile.

Ah, romano, perch questo non  un semplice sacrificio. Questo  il sacrificio pi importante con cui noi Daci onoriamo il nostro dio supremo. Zalmoxis lo esige ogni quattro anni e, dopo tanto tempo tra noi, ho creduto opportuno che tu vi assistessi. Probabilmente penserai che noi Daci siamo dei selvaggi, ma sono sicuro che concluderai che siamo, almeno, dei selvaggi coraggiosi. E scoppi in una risata; poi si volt verso il sommo sacerdote Bacilis e gli parl nella sua lingua.

Longino guard allora Ermilo, uno schiavo greco che lo serviva da un paio d'anni e che, dopo essere stato comprato dai Romani, faceva ora da traduttore o interprete secondo le occasioni e accompagnava il legatus ai suoi incontri con i Daci. Dato che Longino era un padrone generoso e che la vita di Ermilo era enormemente migliorata da quando lo serviva, quello schiavo si dimostrava sempre attento ed efficiente nel proprio compito. E anche leale.

Il re ha ordinato che si dia inizio alla cerimonia sussurr Ermilo all'orecchio di Longino.

L'ufficiale romano annu. Erano a pochi passi dalla tribuna reale, dove si trovavano i principali pileati del re e gli altri comandanti dell'esercito dacico. C'era un corridoio deserto tra la tribuna e il luogo in cui si trovava la delegazione romana.

Bacilis cominci a camminare e si allontan dal re per posizionarsi al centro della dava, il grande cerchio di pietre magiche del santuario, proprio nel punto in cui Longino aveva visto Dochia per la prima volta. L'ufficiale romano si sorprese del fatto che tutta quella gente, pur seguendo con attenzione ogni azione del sommo sacerdote, conversasse facendo un gran baccano, che risultava alquanto inopportuno in un momento tanto solenne. Ma quando Bacilis si ferm e alz le mani al cielo, la folla di Daci venuti da tutte le parti del paese tacque immediatamente e un silenzio inquietante cal sul santuario di Fetele Albe. Bacilis cominci a parlare. Parole in lingua dacica, a centinaia, che la moltitudine ascoltava estasiata.

Longino guard Ermilo.

Preghiere chiar lo schiavo greco. Il sommo sacerdote prega Zalmoxis perch li mantenga sempre forti.

Longino accett quella traduzione, pur intuendo che quello doveva essere solo un riassunto edulcorato delle parole che Bacilis stava pronunciando. Ci nonostante, non attribu l'imprecisione di Ermilo a una mancanza di lealt, ma piuttosto al fatto che lo schiavo greco volesse evitare di ferire inutilmente l'orgoglio del suo signore. Le preghiere o maledizioni o ci che erano, terminarono dopo poco e cominci allora una particolare parata di guerrieri dacichi, ognuno armato di tre lance lunghe e affilate. Questi, attraversando il corridoio situato tra la tribuna e la delegazione romana e poi una scalinata scavata nel terreno, scesero fino alla grande fossa situata di fronte alla postazione del re e del suo seguito. Una volta giunti all'interno della fossa, a uno a uno i guerrieri conficcarono nel terreno le loro lunghe lance, con i manici verso il basso e le punte verso l'alto. Decine di guerrieri ripeterono l'operazione finch tutta la fossa - pi di quindici piedi di larghezza e una trentina di piedi di lunghezza - fu completamente ricoperta da lance affilate le cui punte si rivolgevano minacciose al cielo.

Longino immagin che il rituale consistesse nel gettare l'animale prescelto su quelle lance. Era originale. Non aveva mai visto nulla di simile, ma ci che pi lo sorprendeva era tutta quella gente. A Roma una tale folla si riuniva solo per un trionfo o quando si gettava un condannato dall'alto della Rupe Tarpea; oppure, naturalmente, nel Circo Massimo o nell'Anfiteatro Flavio: quindi solo in onore dell'imperatore o per assistere alla condanna di qualche miserabile. Ma era alquanto inusuale che tanta gente si recasse ad assistere al sacrificio di un animale, o di pi animali, per quanti potessero essere. Forse si trattava di qualche bestia esotica, ed era questo ad attirare la folla.

Ermilo parve indovinare tutte quelle domande notando la fronte corrugata del suo signore. Ora stanno scegliendo un messaggero che invieranno a Zalmoxis perch interceda per loro spieg a un Longino ancora pi confuso.

Un messaggero?

S, mio signore conferm lo schiavo.

Mentre i guerrieri che avevano portato le lance si posizionavano intorno alla fossa, apparve un secondo gruppo di uomini, tutti robusti e sani e con lo sguardo feroce di chi ha combattuto in molte battaglie: sfilarono anche loro attraverso il corridoio tra la tribuna reale e lo spazio riservato alla piccola delegazione romana. Allora la folla cominci a gridare con fervore. Longino not che c'erano anche donne che piangevano, giovani, bambine e anziane.

Quale animale o animali sacrificheranno? domand approfittando del baccano generato dalla folla concentrata nel santuario di Fetele Albe.

Ermilo guard confuso il legatus romano. Non sacrificheranno nessun animale, mio signore.

No? chiese Longino, ma non ci fu bisogno di attendere la risposta. Guardando da un lato quell'ultimo gruppo di guerrieri, decisi, robusti, forti, esibiti davanti al re della Dacia, e udendo allo stesso tempo i pianti di tutte quelle donne, cominci a capire ci che stava per accadere. Sacrificheranno uno di quegli uomini, dei loro uomini? chiese senza riuscire a credere a ci che stava immaginando.

S, mio signore rispose Ermilo, sollevato dal fatto di non dover spiegare tutto.

Sono schiavi, non  vero? Vestiti con le uniformi dei guerrieri dacichi? chiese Longino. O forse si tratta di criminali condannati a morte?

No, mio signore, no. Sono Daci. Daci liberi. Sono i migliori guerrieri che hanno. Tutti loro hanno lottato con coraggio sul campo di battaglia e hanno sconfitto molti nemici in combattimento. Uno di loro sar il prescelto. Non possono inviare come messaggero a Zalmoxis uno schiavo o un criminale. Il loro dio si offenderebbe. Devono essere loro, uno di loro, uno dei migliori guerrieri precis Ermilo con la convinzione di chi, pur non essendo dace ma vivendo l da tanto tempo, credeva nelle tradizioni della regione proprio come chiunque altro di quei barbari.

S, Longino percep ammirazione nelle parole del suo interprete greco. Ermilo era un uomo colto, che era riuscito a sopravvivere in un mondo terribile grazie alla conoscenza di diverse lingue, fino a entrare al servizio di Roma. Ma perfino lui sembrava nutrire un profondo rispetto davanti a quella esibizione di coraggio e di follia. Per Longino era difficile decidere se quelli fossero i guerrieri pi valorosi che avesse mai visto o uomini alienati pronti ad ammazzarsi tra loro, sacrificandosi assurdamente.

Bacilis cammin davanti ai guerrieri orgogliosi che lo guardavano provocatoriamente, tutti pronti a morire. Il sacerdote chiuse gli occhi, continu a camminare di fronte ai coraggiosi soldati e, alla fine, si ferm davanti a uno di loro. Spalanc allora gli occhi e rimase a fissarlo. Riprese a pronunciare alcune parole. Longino non aveva bisogno di un interprete. Ud di nuovo i pianti delle donne e le grida della folla. Quattro dei guerrieri non selezionati, quelli che si trovavano ai lati del prescelto, due a destra e due a sinistra, afferrarono per i piedi e per le mani il guerriero dacico che stava per essere sacrificato. L'eletto non oppose resistenza. Si limit a gridare il nome di Zalmoxis pi volte, ogni volta con pi energia.

Tutto accadde velocemente. I Daci non ritardavano qualcosa quando era inevitabile. I quattro robusti guerrieri cominciarono a dondolare il prescelto. Verso l'alto, verso il basso, e poi di nuovo verso l'alto e verso il basso, come se l'eletto fosse un grande sacco di farina o frumento; cos due, tre volte, per poterlo lanciare adeguatamente. Poi, ascoltando la voce grave e potente del sommo sacerdote, i quattro che lo stavano dondolando di fronte alla grande fossa lasciarono le mani e i piedi del soldato quasi all'unisono, e quello vol in aria. Uno dei quattro lasci per la presa pi tardi degli altri e cos il sacrificato non vol in maniera composta, andando a cadere a faccia in su, disteso sulle punte mortali di quel bosco di lance; il suo corpo si gir invece in aria e ricadde in modo tale che solo un paio di lance infilzarono le sue spalle e una gamba, senza ucciderlo subito.

Aaah! grid l'uomo per il dolore delle lance che gli trafiggevano la carne.

La folla sospir. Longino guard da un lato all'altro e poi verso la tribuna reale. Decebalo era serio. Il sommo sacerdote si volt verso il suo re come per scusarsi.

Non  un buon augurio chiar lo schiavo greco a Longino parlandogli all'orecchio. Il guerriero sacrificato deve morire sul colpo, altrimenti Zalmoxis non sar soddisfatto:  come se all'ultimo momento il guerriero scelto avesse avuto paura di morire. Ora cominceranno a insultarlo.

Ermilo aveva appena finito di pronunciare quella frase quando la folla inizi a rimproverare il guerriero ferito, mentre agonizzava tra quel bosco di lance nella fossa. Decebalo inizi ad agitare le braccia gridando. Bacilis si mise in ginocchio, si alz, torn verso i soldati che avevano portato le lance e ordin loro qualcosa. Alcuni di questi discesero nella fossa e, senza far caso alla sofferenza del ferito, lo spostarono da quelle lance che lo avevano trafitto. Trascinarono il suo corpo per terra, tra le lance, in maniera indecorosa, e lo portarono via allontanandosi da l finch Longino non pot pi vederli perch ormai nascosti dalla gente che circondava il santuario. Intanto il sommo sacerdote aveva gi scelto un secondo sacrificato e questo fu, come nel caso precedente, afferrato per mani e piedi e fatto oscillare sulla fossa piena di lance.

Quanti ne uccideranno? chiese Longino con sincera curiosit.

Tanti quanti sar necessario, fino a quando non riuscir bene rispose Ermilo.

Il secondo cadde perfettamente, in orizzontale e a pancia in su, e varie lance, tre, quattro, lo trafissero, eppure nessuna lo uccise sul colpo e le grida dell'agonizzante, la ritirata del corpo moribondo e gli insulti si ripeterono. Lo stesso accadde una terza volta.

Decebalo appariva, ogni volta, sempre pi irritato.

Significa cattivi presagi per i Daci riprese a spiegare Ermilo.

Quattro anni fa, quando si fece questo sacrificio, proprio prima della guerra vinta da Traiano, quante volte ripeterono il sacrificio? domand Longino.

Solo due volte. Alla terza riusc bene specific Ermilo.

Ma questa volta neanche il quarto messaggero dacico mor sul colpo. Ne scelsero allora un quinto. Longino guard di nuovo lo schiavo greco.

Finch non riesce bene ripet quello.

Gettarono il corpo del guerriero ancora pi in alto, con pi forza. Questo cadde a gran velocit a causa del suo peso e il suo corpo si sfracell contro cinque lance. Una gli attravers la testa da parte a parte. Usc dalla cavit vuota di un occhio, che fu squarciato dall'affilata punta di ferro, in quella fossa ormai disseminata di macchie rosso scuro. Il guerriero non emise alcun suono. Rimase l, a bocca aperta, con l'occhio sano spalancato che fissava il cielo. Scese un silenzio profondo. Il guerriero non si muoveva. Era morto. Il sommo sacerdote sorrise e alz le braccia soddisfatto. Il re Decebalo lo imit e la folla url di gioia.

4

UN ERRORE DI CALCOLO

Drobeta, Mesia Superiore
Marzo del 105 d.C.

Erano passati alcuni giorni dall'incidente sul diciottesimo pilastro. Le tormente, finalmente, cominciavano a spostarsi verso nord, dando tregua a quel remoto luogo del mondo. Ci nonostante, Tettio Giuliano era inquieto. La frontiera era minacciata da nuove agitazioni e aveva ricevuto un messaggio da Lederata in cui lo si informava che un distaccamento di disertori si era arreso alle legioni in cerca di perdono per poter ritornare al servizio di Roma. Erano buone notizie. I traditori sono sempre i primi ad accorgersi di quando cambia il vento e a quanto sembrava ora il vento pi forte proveniva da Roma; lo stesso vento che stava spostando le nubi della tormenta e la grandine verso nord. Ma Tettio Giuliano era ancora irato per il comportamento dell'architetto: Apollodoro si era rinchiuso nella sua tenda e, per protestare contro l'ordine di interrompere i lavori durante l'ultima tormenta, pareva non avere alcuna intenzione di uscirne. Inizialmente il legatus aveva considerato positivamente quella nuova situazione. Era arrivato addirittura a pensare di poter concludere i lavori da solo. I carpentieri, i metallarii, i legionari e gli schiavi sapevano gi come fare il loro lavoro, si trattava pi che altro di supervisionarli. Avevano costruito diciassette pilastri e in fondo dovevano solo ripetere lo stesso lavoro per terminare il diciottesimo ed erigere il diciannovesimo. Ma tutto si era complicato: la notizia sui disertori reclamava la sua presenza a Viminacium e c'era un altro messaggio che annunciava che il Cesare, molto presto, sarebbe giunto nella Mesia Superiore per ispezionare la frontiera e controllare i lavori al ponte. Tutto ci esigeva che lui si spostasse nella capitale della provincia e Tettio non era troppo sicuro che Cincinnato fosse in grado di affrontare da solo la conclusione dell'opera senza l'aiuto dell'architetto. Inoltre, poteva sempre sorgere qualche imprevisto. Infatti ce n'era gi uno.

L'aveva notato durante la tormenta, mentre si trovavano sul diciottesimo pilastro, ma pot verificarlo del tutto dalla tura del diciannovesimo quando torn il bel tempo. Tettio Giuliano si rendeva conto di aver bisogno dell'architetto, ancora una volta. Aveva ricevuto ordine di terminare il ponte, cos ingoi il suo orgoglio determinato a sottometterlo alla disciplina militare.

Usc dal praetorium e s'incammin verso la tenda dell'architetto, attraversando l'accampamento.

Alcuni carri stavano trasportando nuovi blocchi di pietra di grandi dimensioni per la base del diciannovesimo pilastro. Presto sarebbe iniziato il laborioso compito di scarico con le chiatte di trasporto cos che le machinae tractoriae potessero adagiare, uno a uno, i blocchi di pietra alla base del pilastro.

 dentro? domand ai legionari che facevano la guardia alla tenda di Apollodoro. Dalla tormenta, s, legatus.

Tettio Giuliano entr.

Apollodoro di Damasco si trovava di fronte al proprio tavolo pieno di progetti. Aveva un'espressione seria, ma quando vide il legatus sorrise cinicamente.

Vi sono gi necessario? chiese ironico.

Tettio Giuliano ignor il commento.

Devo partire per Viminacium e prima voglio assicurarmi che tu continui con il tuo lavoro.

Sei tu quello che si mette in mezzo tra me e il mio lavoro rispose l'architetto con sdegno.

Per la seconda volta, Tettio Giuliano ignor il commento.

Non capisco come la struttura del ponte possa reggere dal diciannovesimo pilastro fino alla riva della Dacia. C' troppa distanza.

Apollodoro di Damasco rimase un poco in silenzio. L'ufficiale romano si limit ad aspettare una risposta senza smettere di fissarlo.

In ogni caso, tu sei l'unico intelligente tra tutti i legionari disse infine l'architetto.  evidente che c' troppa distanza. Anche usando il legno al posto della pietra, rimane comunque uno spazio insormontabile.

Quindi? chiese il legatus. Qual  la soluzione? Perch c' una soluzione... spero... All'improvviso nel tono del militare si era insinuata la paura.

Ho commesso un errore di calcolo rispose Apollodoro.

Tettio Giuliano era sempre pi allarmato, ma si controll.

Questo non  un gioco di indovinelli, architetto. Fammi il favore di spiegarti, per Ercole!

L'altro sospir. Gli era difficile ammettere un errore, soprattutto davanti a un ufficiale delle legioni, ma non c'era via d'uscita. Prima o poi avrebbe dovuto spiegarlo per poter trovare una soluzione al problema, e quella era un'occasione buona come un'altra.

Quando calcolai le misure del fiume ritenni che, costruendo la struttura del ponte in legno, diciannove pilastri di pietra sarebbero stati sufficienti, ma in quel momento non conoscevo il fiume come lo conosco ora. Il Danubio  soggetto di continuo a piene, e la sua larghezza  cambiata con le piogge di questi tre anni. La distanza da superare  aumentata rispetto a quanto calcolai inizialmente, e di conseguenza abbiamo bisogno di pi pilastri; in caso contrario, in periodi di piogge persistenti come quella che ci  toccato patire l'ultima volta, il ponte verr sommerso dal fiume nel suo tratto finale e tutta l'opera risulter inutile.

Tettio Giuliano sospir. Cerc un posto dove sedersi, ma non c'era che una sella, e in quella sedeva l'architetto. Si pass il palmo della mano destra sulla nuca. Quanti altri pilastri bisogna costruire? chiese.

Uno. Venti pilastri saranno sufficienti.

Uno ripet Tettio Giuliano. La cosa dunque non  tanto grave. Se ne abbiamo fatti diciassette possiamo farne diciannove come avevi progettato inizialmente, o venti se  necessario. Non ci vedo un grave problema, a parte il...

Tempo lo interruppe Apollodoro. Il tempo sta finendo. Stavamo procedendo bene, ma le ultime tormente ci hanno fatto ritardare e ora ci manca pure un altro pilastro.

E l'imperatore arriver presto aggiunse Tettio Giuliano guardando a terra. Poi sollev lo sguardo e lo fiss sull'architetto. Per questo avevi tanta fretta, per questo non volevi fermare i lavori nemmeno con la tormenta? Per questo?

S. Mancano ancora tre pilastri e si devono terminare i lavori su entrambe le rive per le due porte di pietra che serviranno a proteggere l'accesso al ponte da entrambi i lati. Un'opera di questo tipo avr bisogno di fortificazioni su tutte e due le estremit per evitare che il nemico vi acceda. Tre pilastri e le porte di pietra. Troppo lavoro per il poco tempo di cui disponiamo.

Tettio Giuliano annu e inizi a passeggiare su e gi per lo stretto spazio della tenda, parlando ad alta voce. Vediamo. I legionari sanno realizzare bene tutti i lavori. E questo  il lato positivo. Possiamo fermare la costruzione delle porte di pietra perch tutti si concentrino sui tre pilastri mancanti e sulla struttura di legno che unisce il diciottesimo, diciannovesimo e ventesimo pilastro alla parte del ponte che abbiamo gi terminato. In questo modo, e se il tempo migliora nei prossimi giorni, forse  ancora possibile terminare l'opera in tempo, ma... e guard ancora una volta l'architetto se torneranno delle tormente dovremo interrompere i lavori come l'ultima volta: gli incidenti fiaccano il morale dei legionari e, credimi, questo  un male per tutti. Architetto, tu sai padroneggiare le pietre, i progetti, gli archi e i marchingegni meccanici di ogni tipo, per non sai come comandare gli uomini. I legionari non sono machinae: quando sono tristi o stanchi o demoralizzati non servono a nulla, n a combattere n a costruire un ponte. Loro capiscono che abbiamo fretta e posso motivarli con la prossima visita dell'imperatore, ma non arriveranno ad accettare di lavorare sotto una tormenta contro la quale non possono nulla. Capisci cosa intendo dire? Voglio che tu ti renda conto che possiamo farlo, uniti, ma dobbiamo organizzare e comandare i legionari a modo mio. Tu dimmi cosa fare e io stabilir dei turni. Potremo anche lavorare di notte se sar sereno e ci sar la luna. Con le torce e la luce della luna possiamo lavorare senza sosta, capisci? Anch'io voglio terminare questo ponte quanto te, per motivi diversi, di questo puoi stare sicuro, ma entrambi vogliamo la stessa cosa. Se uniamo le nostre forze e non ci scontriamo, per tutti gli dei, architetto, possiamo farcela, ma devi seguire il mio parere in merito all'organizzazione dei turni di lavoro dei legionari. Per Ercole! Non hai mai nemmeno voluto premiare i legionari con del vino quando si  raggiunta una tappa importante dei lavori! Conosci bene l'architettura e hai elaborato cose che io ritenevo impossibili, ma dei legionari, degli uomini, delle loro passioni e dei loro timori, non sai nulla!

Apollodoro di Damasco era rimasto a sentire con la bocca chiusa e gli occhi spalancati, senza nemmeno sbattere le palpebre. Era come se stesse ascoltando quell'ufficiale per la prima volta. Forse, chiss, quel legatus aveva ragione. Faticava a riconoscerlo. Il ponte, nonostante tutto, doveva essere finito.

D'accordo ammise infine. Io ti dir quello che c' da fare e tu organizzerai gli uomini.

Tettio Giuliano prese per buona quella risposta. Non era esattamente cordiale, ma lui non era entrato in quella tenda in cerca di amicizia, bens di una soluzione per quell'opera interminabile.

Cosa pensi di fare con i cadaveri che sono schiacciati sotto il blocco di pietra del diciottesimo pilastro? chiese allora l'architetto.

Tettio Giuliano riflett un istante. Toglierli ci farebbe ritardare di vari giorni disse.

Infatti conferm Apollodoro.

I corpi disturbano la struttura del pilastro?

L'architetto pieg la testa riflettendo. No, rispose quei corpi sono rimasti completamente schiacciati. Era una roccia pesante pi di diecimila libbre. Dal mio punto di vista si pu costruire sopra senza problemi, ma questo non demoralizzer i tuoi uomini?

La risposta di Tettio Giuliano sorprese l'architetto. No, se gli prometto vino al termine di ognuno dei tre pilastri che rimangono.

Cos dicendo fece il saluto militare, si volt e usc dalla tenda. Ora doveva mettere al corrente Cincinnato e partire immediatamente per Viminacium. Doveva preparare ogni cosa per ricevere adeguatamente l'imperatore e verificare cosa stava succedendo con quei disertori. S, la frontiera era in rivolta. Poteva fiutare una nuova guerra come un lupo fiuta il cibo a miglia di distanza.

5

LA FIAMMA SACRA

Roma
Marzo del 105 d.C.

I pretoriani lasciarono entrare Celer nel sacro tempio di Vesta ma, sospettosi, continuarono a seguirlo con lo sguardo quando lui li super. Se c'era qualcuno che non potevano soffrire era chi guadagnava pi denaro di loro, e Celer, con le sue ultime vittorie al Circo Massimo, stava accumulando, ancora una volta, un'enorme fortuna. Tuttavia i pretoriani avevano ricevuto istruzioni molto precise da Tullia, la Vestale Massima.

Questa sera arriver l'auriga Celer. Dovete lasciarlo passare e vigilare affinch nessun altro si avvicini al tempio di Vesta.

I pretoriani, come tutti, ricordavano il processo contro la vestale Menenia a causa di una supposta relazione illecita, di un possibile crimen incesti, che implicava quello stesso auriga; ma gli ordini della Vestale Massima dovevano essere rispettati. Con l'imperatore lontano da Roma, era la vestale pi anziana a decidere cosa fosse conveniente o meno in relazione alle sacerdotesse di Vesta. Se poi fosse avvenuto qualcosa di inappropriato, sarebbe stata lei stessa a rendere conto al Pontifex Maximus.

Celer entr nel tempio e cammin fino a fermarsi molto vicino alla fiamma sacra che ardeva all'interno. Le ombre scivolavano tremolanti sul pavimento di marmo. C'era poca luce. L'auriga aveva la sensazione che durante le altre occasioni in cui aveva potuto accedere l di notte, prima del processo che lo aveva allontanato completamente da Menenia, ci fosse stata pi luce nella grande sala circolare.

Aspetta qui ud alle sue spalle, e si volt di soprassalto.

La sottile figura della Vestale Massima, avvolta nella sua candida tunica, si muoveva verso un'estremit della sala. Celer ud Tullia sussurrare alcune parole a un'altra sagoma bianca, tra le inquietanti ombre che la debole fiamma proiettava dal centro del tempio.

Sii breve e concentrati sul motivo per il quale  stato chiamato disse Tullia alla bella Menenia, che annuiva con lo sguardo a terra.

S, Vestale Massima.

Bene. Va' allora, parla con lui, digli ci che ci preoccupa. Io rimarr qui a osservarvi, come abbiamo convenuto. Vai e che Vesta ci protegga tutti.

Celer la vide avvicinarsi lentamente. Da ben tre anni non vedeva Menenia. Sapeva che non lo avrebbe mai fatto chiamare per qualcosa di personale, quindi doveva esserci qualche altra questione. Era convinto di questo. Ma come poteva essere cos? Scosse lievemente la testa. In fondo, lui non si era mai rassegnato al fatto che Menenia lo avesse dimenticato. Forse lei desiderava... recuperare l'amicizia perduta? Che cosa poteva mai volere? Che cosa poteva fare lei, intrappolata l, tra quelle pareti, per sempre servitrice di Vesta? No, la loro amicizia non aveva futuro. E il suo amore ancora meno. Non ricordava nulla del suo passato, a parte quello speciale sentimento che era cresciuto tra loro durante l'infanzia.

La vide avvicinarsi. Era pi bella dell'ultima volta che l'aveva vista da vicino, in quel maledetto processo che aveva rovinato tutto. La sentenza l'aveva lasciata in vita, ma in quella vita loro sarebbero stati eternamente separati. Il cuore di Celer batteva pi forte che mai, perfino pi di quando entrava con la sua quadriga nel tratto finale della corsa al Circo Massimo, ma lui nemmeno se ne rendeva conto in quel momento.

Grazie per essere venuto disse Menenia. Credevo che non volessi pi vedermi.

Celer tacque. La passione che nutriva per lei si era sopita in quei tre anni in cui non l'aveva vista. Per, trovarsi l, di nuovo, tanto vicino ma allo stesso tempo infinitamente lontano da lei, era una tortura che non poteva sopportare.

Menenia rispett il suo silenzio e non ne chiese il motivo. Leggendo nei suoi occhi, i sentimenti di Celer apparivano trasparenti alla giovane vestale.

Ogni volta che mi hai chiamato sono venuto rispose alla fine Celer, e quella risposta calm l'animo di Menenia, ma l'auriga aggiunse tre parole in pi che amareggiarono enormemente il piacere di quell'incontro. Fino a ora.

Menenia annu. Fino a ora aveva detto lui. Si rendeva conto che Celer era al limite della sopportazione. Le avrebbe aiutate?

Ho bisogno che porti un messaggio all'imperatore disse la giovane a bassa voce.

Parlavano sussurrando. Nessuno dei due voleva che la Vestale Massima, che li osservava a distanza, potesse udirli. Era gi difficile non potersi toccare, n incontrarsi da soli, e i due volevano per lo meno sfruttare quella minima intimit: parole scambiate senza che nessun altro le udisse. Era in realt un segreto illusorio, poich Menenia aveva spiegato a Tullia ci che avrebbe chiesto a Celer. Altrimenti quell'incontro non sarebbe stato possibile.

Un messaggio? ripet l'auriga confuso, ma la sorpresa si dissip velocemente. Per questo lo avevano chiamato. Per usarlo come messaggero. Era tutto qui. Perch non ricorrete ai pretoriani?

Menenia si guard intorno. Poi fece un passo in avanti e si avvicin ancora di pi a Celer. Erano ad appena un palmo di distanza. L'auriga poteva avvertire l'odore del corpo della giovane vestale, profumato con gli oli pi esclusivi dell'Impero, e il suo animo riboll.

Non mi fido... non ci fidiamo di nessuno spieg lei con un mormorio che, anche se perfettamente udibile da Celer, lo fece avvicinare ancor di pi per udirla meglio; il respiro della ragazza gli soffiava sul collo mentre Menenia continuava a parlare. Sappiamo che Salinator, il vecchio rex sacrorum, ci controlla, e anche altri sacerdoti. Tu sai che l'imperatore ha dei nemici a Roma, come pure ai confini dell'Impero. Temiamo... E tacque un istante; anche lei percepiva l'odore intenso di quell'uomo, un uomo robusto e forte, Celer, ora cos vicino. Il corpo di Menenia, vergine, che da anni non veniva toccato da alcuno, fremeva; ma lei doveva contenersi e concentrarsi sul messaggio. Temiamo per la vita dell'imperatore. Si allontan un poco e indic il centro del tempio. Ogni giorno che passa la fiamma di Vesta arde con minor forza. L'ho notato io per prima, ma ormai  evidente a tutte le vestali. L'Impero  in pericolo. La Vestale Massima  sicura che significhi questo, e io... io...

Dimmi. Nella voce di Celer, per un momento, non ci fu pi rancore, n freddezza, n amarezza.

...sento che l'imperatore  in pericolo.

Celer strinse le labbra e rispose con un mormorio. Il Cesare  andato a nord. Forse entrer di nuovo in guerra contro i Daci. Questo si dice. Forse per questo  in pericolo.

No, no... Menenia neg scuotendo la testa. So che l'imperatore  in grado di iniziare una nuova guerra contro i Daci, o contro qualunque altro popolo in agguato, in qualsiasi momento; e sono sicura che il Cesare sa bene come condurre con coraggio e prudenza una campagna militare. No, la fiamma di Vesta ci sta avvertendo di qualcos'altro.

E di cosa, secondo te? chiese l'auriga.

Di un tradimento rispose Menenia in modo categorico e inappellabile.

Celer allora si allontan di un paio di passi per avvicinarsi alla fiamma di Vesta ed esaminarla da vicino. Appena emanava luce. Era esattamente ci che aveva avvertito appena entrato, pur senza rendersi conto davvero di cosa fosse cambiato in quella stanza sacra rispetto alle sue visite precedenti. S, la fiamma era molto debole, ma che questo significasse un tradimento...

Come puoi essere tanto sicura che si tratti di questo? Potrebbe significare altre cose, oppure nulla disse lui.

Tu sei il migliore auriga di Roma. Nessuno sa meglio di te come vincere una corsa di quadrighe nel Circo Massimo rispose lei con severit e decisione. Su questo non ho alcun dubbio. Ma nell'interpretare i messaggi della fiamma di Vesta ti garantisco che il mio intuito  pi preparato. E perfino la Vestale Massima mi crede.

In effetti, lui non era certo un esperto nell'interpretare i disegni degli dei. Senza dubbio Menenia ne sapeva molto di pi, in questo come in tante altre cose; eppure tutto gli appariva insensato e alieno. E se anche fosse stato in atto un tradimento? Tutti gli imperatori di Roma avevano subito tradimenti, cospirazioni, congiure; perch doveva essere diverso per Traiano?

Il Cesare sapr difendersi da solo rispose allora Celer con voce tremante, rendendo chiaro quanto gli fosse difficile controllare la sua passione, la sua rabbia, il suo amore... Ma noi?

Noi? chiese Menenia con un sussurro quasi inudibile.

S, noi. Perch dobbiamo rimanere separati? Perch?

Sono una vestale.

Questo solo perch ti hanno obbligato a esserlo. E come un torrente, sempre a voce bassa ma senza sosta, e senza lasciarle il tempo di contraddirlo, Celer tir fuori tutto quello che aveva tenuto sepolto dentro di s per mesi, anni. Questa non deve essere la nostra vita, Menenia. Ho giurato di starti vicino per sempre, di aiutarti, e lo far, se hai bisogno di me. Ma non te ne rendi conto? Forse perfino la stessa Vesta vuole aiutarti, aiutarci. Non lo vedi? Questa  la nostra opportunit. Potremmo approfittare di quest'occasione per scappare. Credi davvero che io sarei in grado di arrivare fino al Cesare?

La... la Vestale Massima ha un salvacondotto imperiale che ti consegner se porterai il nostro messaggio rispose Menenia, stordita e confusa.

Ecco! Ecco! Useremo questo salvacondotto imperiale perch ci lascino passare in tutti i posti di guardia, in tutte le citt, fino ai confini dell'Impero. Poi potremo nasconderci e cominciare una nuova vita. Io sono un esperto di cavalli. E in qualsiasi luogo dell'Impero potrei guadagnare accudendoli. Non m'importa nulla di vincere le corse al Circo Massimo. Fuggiamo, Menenia, scappiamo da Roma. E staremo finalmente insieme. Ho molto denaro. Potrai vivere bene come ora, o anche meglio, se vuoi. Ci ho riflettuto per tanto tempo, ma non avevo mai avuto la possibilit di parlarne con te; per, ora, Vesta e la sua fiamma ci hanno dato questa possibilit. Possiamo farlo. Io partir per primo, tu puoi raggiungermi durante la notte. Ti lasceranno uscire se t'inventi una scusa. Poi fuggiremo. Possiamo stare insieme... per sempre... e toccarci e abbracciarci e amarci...

Menenia fece qualche passo indietro e neg con la testa.

No, no, non pu essere, Celer. Ci che mi chiedi  impossibile. Non pu essere. E si volt verso la Vestale Massima. Ci guardano.

Dimenticati di quella sacerdotessa, di tutte le sacerdotesse e, per una volta, solo per una volta, Menenia, pensa a te, a te e a me, come se non esistesse nient'altro a questo mondo.

Ma invece esistono altre cose, altre persone. Esiste l'imperatore replic lei e noi glielo dobbiamo. Gli dobbiamo la nostra vita. Sono sicura che senza il suo intervento ci avrebbero condannato a morte in quel maledetto processo. Gli dobbiamo la vita.

Una vita senza di te non  una vita rispose lui con rabbia.

Lei abbass lo sguardo. Allora... non ci aiuterai? chiese supplicante.

Ora era Celer che si allontanava, cercando spazio per pensare.

A una decina di passi, all'altra estremit del tempio, la Vestale Massima li osservava attentamente. Se Tullia, invece che una sacerdotessa vergine, fosse stata una donna, una sposa, una madre, avrebbe intuito immediatamente che quella era una discussione tra innamorati, ma lei si preoccupava solo che non si toccassero e che Celer accettasse di essere il loro messaggero.

Non ho pensato nemmeno per un momento che non mi avresti aiutato disse Menenia con enorme tristezza.

Non ho detto questo replic Celer nervoso. Qual  il messaggio?

Menenia allora parl con rinnovata energia. Gli disse esattamente cosa doveva riferire e a chi.

E non devi dire a nessuno chi ti ha inviato. A nessuno. Ti puoi fidare solo dell'imperatore o delle persone che ti ho nominato concluse.

Celer annu.

Ti aiuter disse e porter questo maledetto messaggio se  ci che desideri, per non mi rivedrai mai pi, capisci? Mai pi.

Menenia cadde in ginocchio, esausta, negando pi e pi volte con la testa, liberando un mare di lacrime che non poteva controllare.

Non posso venire con te, non posso... Sono una vestale, una sacerdotessa della fiamma sacra; sento che il sangue di Roma  nel mio corpo, nelle mie viscere, e non posso rifiutare il mio destino... Ti amo, Celer, ti amo con tutte le mie forze, ma... sono una vestale... Io sono Roma.

Ma lui era ormai troppo lontano per udirla.

6

CHI SONO I PI CORAGGIOSI: I DACI O I ROMANI?

Palazzo reale di Sarmizegetusa
Aprile del 105 d.C.

Longino aveva accettato l'invito a partecipare alla grande cena organizzata nel palazzo reale di Decebalo. La celebrazione avrebbe avuto luogo il giorno dopo il sacrificio a Zalmoxis. Il legatus si recava a palazzo con piacere, poich questo gli consentiva di rivedere Dochia.

Fu perfino pi fortunato di quanto potesse immaginare: il re, con un gesto con cui voleva dimostrare che desiderava congratularsi con Roma, dispose che lo facessero sedere vicino a lui, esattamente alla sua destra, accanto alla stessa Dochia. Longino not che alla sinistra del monarca sedevano i pileati di maggior fiducia del re: Diegis e Vezinas. C'era anche il misterioso sommo sacerdote, Bacilis, che aveva officiato quel terribile sacrificio il giorno prima.

Longino aveva ricevuto informazioni su un presunto gruppo di disertori romani che erano scappati dalla Dacia e si erano arresi a Roma. Quella era una prova in pi che dimostrava la debolezza di Decebalo. Forse per questo il sacrificio a Zalmoxis non era riuscito bene.

Il legatus aveva informato l'imperatore della questione con un messaggio cifrato, ma avrebbe evitato di menzionare la cosa durante la cena, per non infastidire il re.

Il cibo era eccellente, comprendeva diversi stufati di cervo, capra e volatili, e l'ambiente era rilassato grazie ai musicisti che animavano il banchetto. Tuttavia, proprio ora che avrebbe avuto l'opportunit di parlare con la principessa dacica, non sapeva che cosa dire. Non era mai stato bravo nel gioco della seduzione. A causa del suo braccio menomato non aveva avuto fortuna con le patrizie che avevano suscitato il suo interesse, e con le prostitute non c'era bisogno di parlare, doveva solo pagarle con oro o argento o sesterzi. E il suo matrimonio, forzato dalle pressioni dell'imperatore, non aveva fatto s che la giovane Giulia Afrodisia, sua attuale moglie, provasse un sincero sentimento per lui. Quindi, come poteva suscitare l'interesse di una bellissima principessa dacica? Cosa poteva offrirle? Da anni ormai si trovava in Dacia e da lei aveva ricevuto solo sorrisi e conversazioni, anche se indubbiamente indimenticabili, ma lui... era un uomo. Desiderava qualcosa di pi.

Immagino che tu sia ancora turbato per il sacrificio di ieri disse la giovane Dochia.

 stato... strano... s ammise lui. Non voleva risultare offensivo, ma sacrificare dei guerrieri sani e leali gli appariva, come minimo, brutale.

Sono sicura, continu lei con il suo buon latino, che pronunciava lentamente, facendo attenzione a non commettere errori assolutamente sicura che il legatus Gneo Pompeo Longino pensa che i Daci siano dei barbari con costumi brutali.

A Longino piacque ascoltare il proprio nome completo pronunciato dalla bella Dochia, ma cerc di concentrarsi sulla risposta.

Mi pare illogico sacrificare uomini forti e leali, dei buoni guerrieri, per soddisfare un dio.

Zalmoxis non  un dio qualunque intervenne Decebalo dal suo trono, poich aveva ascoltato le parole che sua sorella stava scambiando con il rappresentante dell'imperatore Traiano a Sarmizegetusa. Zalmoxis  il dio supremo e si merita il miglior sacrificio che possiamo offrirgli. Essere sacrificato a Zalmoxis  un grande onore.

Non volevo offendere n il re n i Daci con le mie parole si scus Longino, tentando di evitare che un suo commento potesse essere utilizzato dal re per presentare una lamentela a Traiano sul suo comportamento o suscitare una reazione peggiore del monarca dacico. No. Lui voleva rimanere a Sarmizegetusa. Aveva evitato di parlare dei disertori e ora aveva l'impressione di essere entrato in conflitto con Decebalo per qualcosa d'insignificante.

 forse meglio sacrificare gli schiavi che obbligate a combattere fino alla morte nelle arene dei vostri anfiteatri per il divertimento del popolo? intervenne Dochia per mitigare la tensione.

Suppongo che sia difficile per voi comprendere le lotte dei gladiatori chiar Longino.

Non c' molto da comprendere, disse Decebalo con un tono pi tranquillo obbligate coloro che avete sconfitto a morire lottando davanti a voi per ridere di loro.

Longino pens di spiegare che non era esattamente cos, poich c'era anche chi si associava ai collegi di gladiatori in modo volontario. In ogni caso, era vero che la maggioranza dei lottatori lo faceva perch obbligata.

Abbiamo costumi differenti ammise tentando di chiudere la questione.  ammirevole il coraggio dei guerrieri dacichi che si presentano al sacrificio al dio Zalmoxis. Soprattutto questo mi ha impressionato.  una vera e propria prova di coraggio del popolo dacico ammise con sincerit.

S, i Daci sono capaci di sacrificarsi fino alla morte per i loro dei, per ci in cui credono conferm il re.

Dochia guard Longino. La ragazza comprendeva lo sforzo di autocontrollo del legatus romano.

I Romani hanno qualche usanza simile? domand. Voleva dargli l'opportunit di aggiungere qualcosa in modo da metterlo a suo agio ed evitare che lasciasse quel banchetto umiliato.

No, non sacrifichiamo uomini a un dio, ma... s, abbiamo un'usanza simile. E guard Dochia negli occhi; si sentiva molto pi rilassato a rivolgersi a lei piuttosto che al re; a Diegis e Vezinas non pass inosservato il modo in cui l'ufficiale romano guardava la principessa. A Roma succede che ci si tolga la vita per salvare l'onore perduto, per esempio dopo un'azione militare sfortunata. In quel caso un buon romano si suicida. Lo chiamiamo devotio.

Dochia sostenne lo sguardo di Longino. Non si sent minimamente intimidita. Fu il re che rispose, con una domanda.

E c' stato qualche caso di devotio recente a Roma? Decebalo appariva interessato. Conoscere bene il nemico era sempre importante, e Roma, nonostante l'accordo di pace, continuava a essere il nemico, anche se in pubblico non doveva darlo a vedere.

Be', ricordo che il Cesare mi raccont che uno dei nostri legati, Corbulone, si suicid quando fu accusato di aver partecipato a una cospirazione contro l'imperatore Nerone. Gli si offr la possibilit di suicidarsi, e in cambio gli promisero di risparmiare la vita alle sue figlie e al resto della sua famiglia e ai suoi discendenti; e il legatus Corbulone cos fece.

Per trovare un esempio hai dovuto retrocedere fino ai tempi di Nerone disse Decebalo sorridendo. Da allora si sono succeduti molti imperatori, a Roma. Vediamo... Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano, Tito, Domiziano, Nerva... Come vedi, mi sono informato su chi ha governato Roma. Qui in Dacia, i miei guerrieri si sacrificano a Zalmoxis con molta pi frequenza. Credo che ci dimostri qual  il popolo pi coraggioso.

Longino annu. Non voleva discutere oltre. Se avesse cercato di difendere il valore di Roma avrebbe solo risvegliato l'ira e il disprezzo di Decebalo. Era pi prudente tacere.

Il re si mostr soddisfatto del silenzio del suo interlocutore, che interpret come una grande vittoria morale, e cominci quindi a parlare con Diegis e Vezinas di altri argomenti, e con un tono di voce che non risultava facile da udire per il rumore della musica e del resto degli invitati impegnati, intorno a lui, in decine di conversazioni diverse.

Forse, se Longino non fosse stato distratto dallo sguardo di Dochia, si sarebbe reso conto che Decebalo mostrava un'eccessiva sicurezza, nonostante al re dacico non fosse mai piaciuta quella pace. Forse, se Longino fosse stato pi attento, si sarebbe accorto che Decebalo si sentiva stranamente a suo agio in quello statu quo tra Roma e la Dacia. Forse, se Longino non fosse stato anche un uomo ma solo un soldato, si sarebbe chiesto perch Decebalo era cos tranquillo, in particolare in un giorno in cui a Sarmizegetusa non si parlava d'altro che dei disertori romani che avevano tradito il re della Dacia. Ma Longino, in quel momento, era pi un uomo innamorato che un buon servitore dell'Impero. Lo era incoscientemente, ma lo era. E aveva semplicemente concluso che forse il monarca dacico si stava controllando per non mostrare davanti a lui la propria rabbia per il tradimento dei disertori. Perch pensarci ancora, visto che Dochia lo guardava con quegli enormi occhi azzurri e continuava a parlare con lui? Perch rifletterci se tutto era chiaro?

E il nostro invitato ha gradito la cena? gli domand lei con voce serena e un piccolo sorriso. Ho notato che il legatus non ha mangiato molto.

Longino grad di nuovo la considerazione della principessa.

S, mi  piaciuta molto. Sono stato assorbito dalla conversazione, ma devo ammettere che questa carne  deliziosa. E non esit a portarsene un altro bel pezzo alla bocca, poich la carne era realmente saporita. In verit, Longino aveva aspettato che servissero tutti i presenti e che il re e i suoi pileati cominciassero a mangiare per primi. Solo allora aveva iniziato a mangiare qualcosa. Nonostante il suo innamoramento, continuava a essere cauto.

Forse Longino teme che lo avveleniamo aggiunse lei a voce bassa.

Devo temerlo? chiese anche lui sussurrando.

Lei sorrise. Prese un pezzo di carne con le dita sottili e se lo port alla bocca. No rispose la principessa appena deglutito il boccone. Siamo in pace con Roma.

Longino faticava a capire le intenzioni della giovane: la principessa gli concedeva attenzioni, sembrava grata per il modo in cui lui l'aveva protetta durante la sua prigionia, dopo essere stata catturata a Fetele Albe. Ma, allo stesso tempo, si dimostrava orgogliosa di essere una dacia e sembrava divertirsi a intimidirlo, come se volesse dargli a intendere che lei non si considerava sconfitta n da Traiano n da nessun altro.

Mi piacerebbe saperne di pi di Roma, dei suoi costumi, del suo popolo disse.

Longino sorrise, inclin lievemente la testa e cominci a parlare. Questo era ci che le interessava. Questo era ci che lui poteva offrire alla principessa dacica. Bene. Era perfetto. Poteva raccontare molte cose su Roma e, mentre parlava, quegli occhi azzurri come il cielo non smettevano di guardarlo.

7

IL BAMBINO DELLE MELE

Viminacium
Primavera del 105 d.C.

Marco Ulpio Traiano, imperator, andava verso nord. Varie forze lo spingevano ad affrontare quel viaggio: in primo luogo, dopo tre anni a Roma, la Domus Flavia lo stava di nuovo opprimendo, come se l'ammonimento di Domizia Longina sulla maledizione del palazzo reale si fosse avverato. Plotina era ogni giorno pi distante, Adriano pi riservato e Vibia Sabina pi triste. In secondo luogo, il suo migliore amico Longino si trovava proprio l, nel Nord. Inizialmente aveva pensato di arrivare solo fino a Viminacium e Drobeta, ma ormai, essendo gi cos vicino alla Dacia, aveva deciso di chiedere a Longino di venirgli incontro da Sarmizegetusa. Passare qualche giorno con un buon amico era ci che pi desiderava.

Il processo alla vestale Menenia, le pressioni dei senatori corrotti che tentavano di fermare la sua politica contro la corruzione, la gestione delle nuove opere pubbliche, strade e ponti, acquedotti e porti, la scarsit di denaro nell'aerarium pubblico, la necessaria svalutazione della moneta l'anno precedente e quindi la produzione di coniature d'oro e d'argento di minore densit... Roma era divenuta una lunga e interminabile serie di problemi e preoccupazioni. Frontino, uno dei suoi buoni e saggi consiglieri, era morto. E trovare i fondi sufficienti per reclutare due nuove legioni, la II Traiana Fortis e la XXX Ulpia Victrix, con le quali rimpiazzare le legioni V e XXI perdute all'epoca di Domiziano, era stato molto pi complicato del previsto, nonostante la svalutazione. Tuttavia Traiano era persuaso che mantenere una potente forza militare fosse la chiave per la salvaguardia dell'Impero, e non aveva ceduto davanti a coloro che gli consigliavano di posticipare il reclutamento delle nuove legioni. Anche il ponte che aveva ordinato di costruire sul Danubio consumava molte risorse.

Forse sua moglie aveva ragione e il suo ideale di Roma era... eccessivo. Aumentare le imposte sembrava essere l'unico modo per disporre del denaro sufficiente per iniziare i suoi progetti, ma ancora dubitava. Infatti, aumentando le tasse, il popolo avrebbe ridotto le spese o cercato sotterfugi per eluderle. Traiano non aveva bisogno di consiglieri imperiali per capirlo. Non si doveva essere n un genio n un filosofo greco per sapere che pi imposte c'erano meno la gente avrebbe speso e l'economia dell'Impero sarebbe probabilmente collassata, a danno di tutti. Solo gli imbecilli erano incapaci di capire una cosa tanto semplice. S, si sentiva oppresso dalla difficile governabilit di un Impero che si estendeva dalla Partia fino alla Caledonia, dal Reno e dal Danubio fino all'Africa e all'Egitto. Desiderava arrivare a quei confini, viaggiare, muoversi. E assistere di persona alla costruzione del grande ponte che aveva commissionato ad Apollodoro e che sarebbe stato pronto entro pochi mesi, se le informazioni dell'architetto erano corrette. In questo modo avrebbe anche verificato che il denaro che inviava a nord fosse stato ben impiegato. Con il trascorrere degli anni aveva imparato che l'unica soluzione per controllare le spese delle casseforti pubbliche era la supervisione dettagliata e costante. Non supervisionare le uscite significava spalancare le porte al mostro della corruzione.

Infine, Traiano aveva imparato a non fidarsi di nessuno; nessuno a parte Longino, Quieto, Sura e pochi altri senatori leali, come Celso, Palma o Nigrino. Oltre questo gruppo ridotto, tutti gli altri erano solo ombre. C'erano, certamente, anche Liviano, Aulo e il resto della guardia pretoriana, ma erano pochi quelli con cui poteva parlare con una certa tranquillit d'animo. Naturalmente considerava anche il filosofo Dione Cocceiano. Ma quanti erano? Otto, nove o dieci uomini su un milione e mezzo di abitanti di Roma. Non doveva dimenticare Plinio, Svetonio e Cicurino, il flamen Dialis... e le vestali, soprattutto la Vestale Massima e, di certo, Menenia. Forse non era cos solo, dopotutto. Era possibile, ma, in ogni caso, le pareti del palazzo imperiale sembravano soffocarlo. Aveva bisogno di viaggiare, di cavalcare, di trovarsi tra i soldati.

A tutto questo si aggiungeva una motivazione in pi: un esercito di disertori, legionari e ufficiali delle legioni di Roma, uomini che in passato avevano abbandonato la disciplina militare, si era organizzato per scappare dalla Dacia, alla quale avevano offerto servigi in quegli ultimi anni. Tutto ci gli era stato riferito da Tettio Giuliano in una lettera, ed era stato confermato da un messaggio cifrato di Longino, il quale assicurava che quel gruppo si stava facendo strada verso sud distruggendo ogni cosa al suo passaggio e uccidendo decine di guerrieri dacichi. Questo aveva fatto infuriare Decebalo, secondo quanto risultava, anche se Longino non aveva notato il minimo malumore nel re rispetto alla questione. Il legatus aveva concluso che il re dacico si stesse controllando davanti a lui per non mostrare debolezza. S, sarebbe stato interessante incontrare quei disertori che desideravano tornare a far parte delle legioni. Certo, erano stati dei traditori, ma la loro decisione di fare ritorno nell'Impero, rischiando di essere severamente puniti, era un segnale della fragilit della Dacia, e queste erano delle buone notizie per Roma. S, voleva conoscere quegli uomini, in particolare gli ufficiali che avevano avuto l'idea di riunirsi per fuggire tutti insieme nonostante l'opposizione dell'esercito dacico. Forse, dopo un castigo esemplare - il tradimento non poteva restare impunito - quei disertori avrebbero potuto essere arruolati nell'esercito ed era sempre un'ottima cosa aumentare gli uomini presso le frontiere, la cui sicurezza continuava a essere fragile, specialmente sul Danubio.

Traiano si era fatto accompagnare da Quieto, ma aveva deciso di lasciare il nipote Adriano a Roma. Durante quel viaggio voleva solo amicizia, non problemi.

Diverse miglia prima di Viminacium, Tettio Giuliano lo raggiunse.

Ave, Cesare disse il legatus al comando della Mesia Superiore.

Ave, Tettio rispose l'imperatore smontando da cavallo.

Lusio Quieto e i pretoriani lo imitarono mentre il Cesare si avvicinava a Tettio Giuliano.

Come procede la costruzione del ponte e come sta andando alla frontiera? domand Traiano.

La costruzione del ponte procede rispose il legatus affrontando le questioni che il Cesare sollevava, poich sapeva che Traiano non accettava divagazioni. L'architetto sembra fiducioso del fatto che l'opera sar terminata... in tempo. Tettio not che il Cesare inarcava le sopracciglia per il tentennamento con cui aveva risposto alla prima domanda, ma continu a parlare. E presso le frontiere c' un po' di agitazione. Abbiamo affrontato degli scontri in diversi punti, e nelle ultime settimane c' stato il caso dei disertori.

Sono qui? volle sapere Traiano che, come al solito, arrivava subito al punto.

I disertori? chiese Tettio Giuliano, che aveva gi intuito l'interesse dell'imperatore a convocare quegli uomini il prima possibile e verificare meglio la situazione in Dacia.

S.

S, augusto rispose il legatus soddisfatto di aver saputo intuire i desideri del Cesare. Ho condotto con me alcuni capi di questo gruppo perch possano incontrarsi con l'imperatore se lo desidera. Si trovano in quella tenda. E Tettio Giuliano indic un punto in cui erano state erette diverse tende. Ho ordinato anche che preparassero qualcosa da mangiare e da bere perch l'imperatore possa rifocillarsi dopo il viaggio.

Sei un buon militare e un anfitrione ancora migliore rispose Traiano con un sorriso. Un po' di vino mi far bene, ci far bene aggiunse guardando Quieto, che assent senza esitazione. Per Castore e Polluce, e anche qualcosa da mangiare. E sorrise di nuovo.

Si ritrovarono in tre, l'imperatore di Roma, Lusio Quieto e il legatus di Viminacium: bevevano vino e sbocconcellavano formaggio, ma soprattutto discutevano sulla situazione alla frontiera.

Stanno ricominciando le incursioni, augusto spieg Tettio Giuliano. I Daci sono rimasti tranquilli per un paio d'anni, ma ora stanno tornando ad attaccare piccole fortificazioni; e soprattutto si ostinano a distruggere le torri di avvistamento lungo il fiume.

Hanno capito il ruolo fondamentale che quelle torri hanno avuto durante l'ultima guerra comment Traiano.  stato essenziale ricevere rapidamente informazioni sull'attacco di Adamclisi. Sono sicuro che Decebalo venga consigliato da pi disertori che lo informano sulle nostre tattiche; per questo capita a proposito il fatto che un bel gruppo di loro sia ritornato nelle nostre fila. Dovremo punirli per il tradimento, naturalmente, ma dobbiamo anche dare loro l'opportunit di riabilitarsi. Questo spinger altri disertori ad abbandonare Decebalo, anche se a questo proposito il mio caro Quieto la pensa in altro modo.

L'interpellato si schiar la gola prima di parlare. Sono dei traditori, Cesare, ed  difficile sperare qualcosa di buono dai traditori; in ogni caso, l'imperatore ha ragione riguardo al fatto che quanti pi abbandoneranno il re della Dacia meglio sar per noi.

S,  questo ci che pi ci interessa conferm Traiano, avendo notato il tono di disprezzo con cui Quieto aveva pronunciato la parola traditori. Se Decebalo viene abbandonato da questi legionari disertori, apparir pi debole agli occhi dei Sarmati e dei Rossolani...

Riguardo a questo... intervenne Tettio Giuliano, ma immediatamente tacque accorgendosi di aver interrotto l'imperatore.

Parla, ti ascolto lo incoraggi tuttavia Traiano.

S, augusto continu allora Tettio Giuliano. Proprio riguardo ai Sarmati e ai Rossolani... abbiamo verificato che i Daci hanno sequestrato donne e bambini di alcuni dei loro capi per costringerli a rimanere leali a Decebalo.

Come fece Annibale in Spagna disse Traiano. Interessante...  l'ennesima prova della sua debolezza: se Decebalo  costretto a cercare la lealt con il ricatto, significa che ha perduto la stima di cui godeva. In ogni caso, dobbiamo essere cauti. Annibale riusc a manipolare gli Iberici per anni con questa strategia, ottenendo poi grandi vittorie. Dobbiamo fare in modo che per Decebalo non sia lo stesso. A quel punto, tutti lo abbandoneranno. La questione degli ostaggi sarmatici  davvero interessante.

In quel momento Decimo, accompagnato da altri due ufficiali disertori e da Marzio, entr nella tenda. L'ex gladiatore non era mai stato un ufficiale delle legioni, eppure tutti i legionari di Tettio Giuliano avevano compreso, per il modo in cui i disertori si rivolgevano a lui, con timore e rispetto, che era un condottiero nato, e avevano dunque dedotto che si distingueva dai vecchi ufficiali.

I quattro disertori vennero disarmati e circondati da una dozzina di uomini della legione di stanza a Viminacium.

Eccoli disse il legatus.

Traiano li osserv con attenzione. Lo colp il fatto che indossassero uniformi pulite: avevano voluto presentarsi nel modo migliore. Era indice di coraggio.

Bene disse l'imperatore, facendo un gesto con la mano perch uno schiavo riempisse la sua coppa di vino.

Cal il silenzio. Decimo e gli altri tacevano. Nessuno dei quattro disertori osava rivolgersi al Cesare prima che questi parlasse.

Lusio Quieto, tu disprezzi questi uomini, inizi a dire Traiano passeggiando lentamente davanti a ognuno dei quattro romani ritornati nell'Impero ma non  un bene disdegnare qualcuno o sottovalutarlo. Ricordo una volta... Si trattenne e abbass lo sguardo; quindi si volt verso Lusio Quieto. Anni fa, nella Suburra, mio padre mi port l per... be', per ci per cui tutti si recano alla Suburra con un ragazzo che ancora non conosce le donne. E gettando indietro la testa scoppi in una sonora risata.

Quieto si rilass un poco e si un alla risata dell'imperatore. Traiano rideva in modo spontaneo, naturale, e non era difficile lasciarsi contagiare. Anche Decimo e gli altri due disertori romani si permisero di sorridere. Marzio invece rest serio; non si sentiva a suo agio davanti all'imperatore. Quella situazione risvegliava in lui brutti ricordi.

Per Giove, il caso volle che una volta l, nella Suburra, continu il Cesare mentre mio padre negoziava... con una di quelle prostitute... vidi dei bambini che stavano rubando delle mele. Il venditore, senza un attimo di esitazione, colp forte uno dei bambini, che non avr avuto pi di sei anni. E stava per fare la stessa cosa con gli altri quando io mi intromisi. Per tutti coloro che si trovavano l, quei bambini erano solo feccia, immondizia che non valeva nulla se non per rubare. Tuttavia, Nerva per primo e io stesso poi, fornimmo gli alimenta con i quali sfamare quei bambini che vivevano nelle strade pi squallide di Roma, e in seguito li reclutammo per l'esercito. Molti di questi ladruncoli stanno ora difendendo con entusiasmo e coraggio le frontiere dell'Impero. Questo  ci che imparai quel giorno: mai disprezzare qualcuno.

E che ne  stato degli altri bambini, augusto? chiese Lusio Quieto.

I disertori, Tettio Giuliano e gli altri ascoltavano attenti; Marzio, in particolare, teneva gli occhi fissi sull'imperatore di Roma con grande interesse.

Non ne ho idea rispose Traiano. Immagino che saranno finiti col morire di fame o decapitati, se nessuno ha interceduto per loro. Ma oggi queste cose non capitano pi a Roma, grazie agli alimenta. Per questo credo che, forse, solamente forse, questi uomini... e volse lo sguardo verso i disertori ...debbano avere una seconda possibilit.

Il silenzio scese di nuovo all'interno della grande tenda.

Ci sono degli orsi, Cesare disse allora Tettio Giuliano.

Orsi? domand l'imperatore sorpreso.

S, augusto. Sono stati avvistati nel bosco vicino a Viminacium. Pare che abbiano attaccato varie greggi e alcuni pastori. Ho pensato che al Cesare potesse interessare...

Una caccia in campo aperto! Un'autentica venatio esclam Traiano. Magnifico, per Giove! Devo includerti tra i miei amici, Tettio. Sono stanco delle saepta venationis, di quelle messe in scena di caccia in cui gli animali sono gi stati catturati; non importa quanto sia ampio il terreno delimitato: alla fine arrivano alle mura della tenuta o della propriet e vengono tutti presi, senza alcuna possibilit di fuga. Una caccia in campo aperto  pi onesta: l'animale ha l'opportunit di scappare o di nascondersi in un territorio che conosce meglio di chiunque altro.  molto pi emozionante. L'idea della caccia lo riport ai tempi della sua giovent, ai tempi felici passati in Hispania. Si ricord allora del suo grande amico.  un peccato che Longino sia a Sarmizegetusa. Non hai predisposto che ci raggiunga, vero?

No. Mi dispiace, Cesare rispose Tettio Giuliano rammaricato di non averci pensato, ma si giustific. Longino  a Sarmizegetusa per ordine imperiale. Non potevo contravvenire...

Certamente, certamente disse Traiano appoggiando la mano sulla spalla del preoccupato Tettio. Va tutto bene. Ho un'idea. E si volt verso i disertori rimasti immobili senza osare pronunciarsi. Mi accompagneranno questi uomini. Una caccia sar un'ottima opportunit per verificare il loro valore, osservare la loro destrezza a cavallo, il loro coraggio come pressores, istigando le fiere perch cadano nelle nostre reti o anche uccidendole se vogliono farlo. Inoltre, se incontrassimo uno di questi orsi e ci attaccasse, potremmo provare se costoro possiedono l'abilit che serve a Roma aggiunse guardando Lusio Quieto, che annu, anche se non ancora convinto.

Non che gli apparisse una cattiva idea testare quegli uomini di fronte a una bestia pericolosa. Qualsiasi cosa che avvicinasse alla morte quei miserabili lo soddisfaceva; ma subito lo attravers un altro pensiero. Il Cesare si far accompagnare dalla guardia pretoriana, immagino disse.

Lusio  sempre preoccupato per la mia sicurezza comment l'imperatore rivolgendosi a Tettio Giuliano. Poi, fissando l'altro negli occhi, rispose: S, mi accompagneranno una trentina di pretoriani. E alz la mano destra appena Quieto tent di ribattere, poich sicuramente riteneva che la scorta non fosse abbastanza numerosa. Come si chiamano questi uomini? Come vi chiamate? chiese rivolgendosi allora ai disertori.

Per la prima volta i quattro aprirono bocca.

Decimo, Cesare.

Caio, Cesare.

Secondo, Cesare.

Il mio nome  Marzio, Cesare.

L'imperatore osserv per alcuni istanti l'ultimo, colui che aveva osato pronunciare pi parole rispetto agli altri. Marzio. Perch gli risultava familiare quel nome, quello sguardo?

Preparatevi per l'alba. Domani stesso usciremo a caccia disse deciso. Non voglio dare l'opportunit a quell'orso di scappare. Tu vuoi venire, Lusio? Voglio che Tettio supervisioni le truppe, i loro alloggi e i rifornimenti presso Viminacium, ma tu, Lusio, potresti venire con noi.

Il Cesare sa che non sono un uomo adatto alla caccia. Temo che risulterei un cattivo accompagnatore.

Traiano sorrise. Gi, cacciare animali non  il tuo forte. Sei pi bravo a cacciare uomini in un campo di battaglia. Bene, d'accordo.

L'imperatore lasci la tenda con rinnovata energia. Una caccia. Quel viaggio a nord era iniziato nel migliore dei modi. Poi si sarebbe recato a Viminacium, e pi tardi a Drobeta, per assistere alla costruzione del ponte. Ogni cosa a suo tempo. Doveva anche scrivere a Longino perch lo raggiungesse a Viminacium. Anche questo era importante, ma ci avrebbe pensato dopo la caccia. In mancanza di una battaglia, una caccia gli avrebbe dato modo di rinvigorirsi, ed era ci di cui aveva pi bisogno.

Quella notte, alcuni uomini erano taciturni, nervosi, nell'accampamento militare in cui alloggiava l'imperatore. Lusio Quieto incontr Liviano, il prefetto del pretorio, mentre si dirigeva verso la sua tenda e lo avvicin.

L'imperatore andr a caccia, domani all'alba disse il legatus nordafricano.

S, me lo ha riferito lo stesso Cesare rispose Liviano. Vuole una scorta ridotta.

Precisamente. Vorrei che tu cercassi di convincerlo che sarebbe meglio aumentare la scorta. Per Marte! So che ci troviamo in un territorio ben controllato dalle legioni, e che Tettio Giuliano ha fatto un gran lavoro per rendere sicura la regione, ma mi sentirei pi tranquillo se almeno due turmae dei migliori singulares accompagnassero il Cesare.

Sessanta cavalieri? domand Liviano, come esprimendo un pensiero ad alta voce. Se fosse per me, legatus, l'imperatore dovrebbe avere almeno mille pretoriani di scorta. Contaci. Due turmae di singulares.

Il prefetto del pretorio si conged. Lusio si sentiva un po' pi tranquillo, ma continuava a riflettere guardando a terra. Non capiva bene il perch, ma era inquieto. Quei disertori avevano attaccato i Daci per attraversare il Danubio, come gli aveva riferito Tettio. Ci che il legatus nordafricano non riusciva a comprendere era perch avessero attaccato in pieno giorno invece che tentare di attraversare il fiume di notte, un momento in cui, forse, avrebbero potuto farlo senza dover combattere. Probabilmente era una cosa normale per i traditori: attaccare di giorno era una cosa da audaci o, peggio ancora, da pazzi.

Ma Quieto era convinto che quegli uomini fossero dei codardi. Attaccare in pieno giorno non era nel loro carattere. Era... strano. Forse anche a lui, come all'imperatore, cominciava a nuocere il troppo tempo trascorso nel palazzo imperiale. Sembrava che quanto pi tempo si passasse l, pi si diventasse paranoici. Si trattava di una semplice caccia, e l'imperatore era un bravo cacciatore, che avrebbe cavalcato scortato da sessanta cavalieri della guardia pretoriana. Non c'era nulla da temere.

Marzio non riusciva a dormire. L'indomani sarebbe andato a caccia con l'imperatore di Roma. Ma non era questo a tenerlo sveglio. Erano altre le preoccupazioni che lo turbavano. Il Cesare era quel ragazzo, ora divenuto uomo, che lo aveva salvato nella Suburra. La vita gli stava presentando coincidenze difficili da interpretare. Gli dei stavano giocando con lui. Si trattava certamente di questo. Usc dalla tenda che gli avevano assegnato. Un gruppo di legionari si stava riscaldando accanto a un fal.

Non puoi uscire disse uno dei soldati appena vide Marzio emergere dalla tenda dove era stato confinato insieme agli altri disertori.

Voglio solo stirare le gambe, scaldarmi un po' vicino al fuoco rispose il gladiatore continuando a camminare verso i legionari.

L'optio che si era rivolto a lui decise di non insistere. Quel disertore aveva l'aspetto di uno che non accettava facilmente ordini, ed era notte, quindi non era una buona idea provocare schiamazzi che avrebbero svegliato i suoi superiori. L'imperatore dormiva l vicino, in un'altra tenda.

Solo un poco e poi dentro, hai capito, disertore? disse quindi.

Marzio ignor l'epiteto. In ogni caso se l'erano meritato, specialmente Decimo e gli altri. Lui era diverso, ma quei legionari non potevano capire la differenza. Si avvicin al fuoco, approfittando del fatto che i soldati si erano allontanati da lui come se fosse un appestato.

All'inizio si ud solo il crepitio della legna secca che bruciava nel fuoco, poi l'optio riprese la conversazione che aveva cominciato con i suoi uomini prima che Marzio li interrompesse.

Un'intera colonna di Daci disse. L'hanno intercettata ieri, vicino a Drobeta; pare che si stesse dirigendo verso la fortezza che hanno a Pelendava.

Non sapevo che stessimo combattendo a nord del fiume, optio disse uno dei legionari.

Be', abbiamo truppe in tutta la Dacia centrale e naturalmente anche a nord di Drobeta, per la costruzione del ponte dell'imperatore continu l'ufficiale. Pare che, temendo che quei Daci volessero attaccare il cantiere da nord, varie turmae si siano lanciate contro di loro, e che quelli, trovandosi in inferiorit numerica, abbiano tentato la fuga. Ma la cosa interessante  che stavano portando con loro donne sarmatiche e rossolane, e forse anche di altre trib, come prigioniere. Donne e bambini. Questo si dice.

E questo perch  interessante, optio?

Perch erano ostaggi. Se i Daci sono costretti a prendere degli ostaggi per mantenere le loro alleanze con le trib, significa che i Sarmati e gli altri popoli a nord del Danubio non si fidano pi di loro. L'ho sentito dire dal legatus Tettio Giuliano. Questa  una buona cosa per noi, perch se Sarmati, Daci, Rossolani, Catti e tutti gli altri tornassero ad allearsi, ragazzo, ce la passeremmo male, come durante la guerra di tre anni fa. Tu non c'eri, ma non avresti voluto esserci. Credimi. Ed esib con orgoglio il braccio destro, coperto da profonde cicatrici. Sono i segni delle falces daciche. Meglio che tu non le veda mai, ragazzo. Credimi. Speriamo solo che non tornino a unirsi, altrimenti dovremo pregare Marte che ci protegga e confidare nell'intelligenza del nostro imperatore.

Torn a udirsi solo il crepitio del fuoco. I legionari pi giovani sembravano essersi un po' spaventati dalle ferite di guerra dell'optio.

Marzio osservava le fiamme che brillavano in mezzo alla notte. Che cosa  successo alle donne e ai bambini che i Daci avevano preso in ostaggio? chiese spezzando il silenzio.

L'ufficiale romano lo guard con disprezzo, ma decise di rispondere perch gli piaceva sentirsi al centro dell'attenzione di tutti quelli riuniti intorno al fal.

La maggior parte delle donne giovani e forti  fuggita con i bambini, approfittando della confusione del combattimento. Gli altri sono stati uccisi. La nostra cavalleria non fa molte distinzioni tra Daci e altre trib. La verit  che a nord del Danubio ci sembrano tutti uguali.

E scoppi a ridere come se avesse appena detto qualcosa di molto divertente. I legionari si unirono alla risata del loro superiore. Marzio sorrise senza entusiasmo, e senza distogliere lo sguardo dal fuoco.

8

UN CAVALIERE DEL SUD

Accampamento dell'imperatore a sud di Viminacium, Mesia Superiore
Primavera del 105 d.C.

Abbiamo fermato qualcuno che stava cavalcando verso nord, legatus.

Il tono del centurione era eccessivamente marziale, serio. Tettio alz lo sguardo dalle tavole con gli ultimi conteggi degli approvvigionamenti della legione. Mancavano grano, olio e sale. Questo era ci che realmente lo preoccupava, ma lo strano tono del centurione, unito al proprio intuito di esperto delle frontiere imperiali, lo misero sull'avviso. Anche Lusio Quieto si volt verso l'ufficiale che era appena entrato nella tenda. Stava albeggiando, a breve l'imperatore sarebbe andato a caccia, e Quieto a malapena era riuscito a dormire. Non era ancora tranquillo, nonostante Liviano gli avesse garantito la sicurezza del Cesare.

E qual  il problema, centurione? domand Tettio. Non era usuale che lo interrompessero per ogni fermo nella Mesia Superiore.

L'ufficiale riflett un istante, poi decise di andare dritto al punto. Sapeva che avrebbe infastidito il suo superiore, ma non c'era altra soluzione.

Ha con s un salvacondotto, legatus. E tra il silenzio e lo sguardo freddo di Tettio Giuliano, termin la frase. Un salvacondotto imperiale.

Il legatus della VII legione alloggiata a Viminacium sospir profondamente. Un secondo salvacondotto imperiale. Non aveva ancora digerito i problemi causati dal primo, con quell'architetto e il suo ponte infinito, ed ecco che ne arrivava un altro.

 strano, disse Quieto considerando che l'imperatore si trova qui; ma potrebbe aver lasciato qualche salvacondotto a Roma, per un amico, forse.

Tettio Giuliano si schiar la gola e sput in un piatto di ceramica posato sul tavolo. Si era fatto troppo vecchio per quel lavoro.

Un salvacondotto imperiale ripet appoggiandosi allo schienale della sedia prima di formulare una domanda pi precisa. C' altro che io debba sapere?

Il centurione annu.

Viaggia senza scorta, legatus.

Tettio Giuliano aggrott la fronte. Aveva visto parecchie cose strambe durante la sua vita militare, ma mai che una persona dotata di un salvacondotto imperiale viaggiasse senza scorta. Perfino Apollodoro di Damasco si era presentato con una scorta di pretoriani.

Da solo? Quest'uomo viaggia completamente solo?

S.

Tettio Giuliano si pass le dita della mano destra nella barba che gli era cresciuta. Non aveva smesso di curare la propria igiene, ma la sua pelle ne risentiva se si radeva quotidianamente e aveva quindi deciso di farlo solo di tanto in tanto.

Anche Quieto aggrott la fronte pensoso. Chiunque ottenesse un salvacondotto dall'imperatore doveva essere sufficientemente importante da viaggiare con un qualche tipo di scorta, ufficiale o privata.

Non sar un corriere imperiale? domand quindi a Tettio, dal momento che si trovavano nella provincia comandata da quest'ultimo, ma questi annu, invitando il legatus nordafricano, capo della cavalleria, a intervenire liberamente.

No, non lo  rispose il centurione.

Porta qui quest'uomo disse infine Tettio. Portalo qui, per Marte, e vediamo cos'ha da dirci.

Il legatus della VII legione Claudia ebbe a malapena il tempo di servirsi un po' di vino con acqua. Quieto stava facendo lo stesso quando nella tenda del praetorium dell'accampamento irruppero quattro legionari, il centurione di prima e un uomo giovane, robusto, forte, con lo sguardo deciso e il volto serio. Il centurione si fece avanti e mise il salvacondotto imperiale sul tavolo. Tettio Giuliano lo prese e lo lesse attentamente. Sembrava autentico, proprio come quello che aveva esibito quel maledetto architetto qualche anno prima, quando lui avrebbe dovuto preoccuparsi solo dei barbari del Nord, quando la sua vita era pi semplice.

Quo vadis? [Dove stai andando?] chiese Tettio Giuliano lasciando il salvacondotto sul tavolo. Da dove vieni? Chi sei?

Questo  affar mio brontol Celer con una certa insolenza e, nel tentativo di mitigare l'effetto sgradevole della sua risposta, la riformul con un tono pi conciliante.  una questione... privata, legatus.

Tettio Giuliano cominciava a perdere la pazienza. A Lusio Quieto piacque l'autorit con cui il suo collega della Mesia si rivolgeva a quell'impertinente.

Un salvacondotto imperiale, ragazzo, disse pronunciando la parola ragazzo con il massimo del disprezzo possibile raramente  una questione personale.

In ogni caso il legatus responsabile di questa provincia  obbligato a lasciarmi passare...

Per Marte! Sei un insolente e un...! esclam Tettio Giuliano sbattendo il pugno sul tavolo, ma si controll prima di insultare oltre quello sconosciuto, il quale, effettivamente, era in possesso di un salvacondotto imperiale. Domin i nervi, ma volle essere molto chiaro sulla questione di chi prendeva le decisioni a Viminacium e in tutta la provincia della Mesia Superiore. Non osare dirmi come devo fare il mio lavoro. Solo l'imperatore pu ordinarmi cosa fare.

Celer non si spavent. D'accordo convenne. Questo salvacondotto dice che mi si deve lasciare passare senza fastidi. Porta la firma dell'imperatore.  l'imperatore stesso a dirti di lasciarmi passare.

Tettio Giuliano si appoggi di nuovo allo schienale e abbozz un sorriso. Non gli dispiacque la rapidit con cui quello sconosciuto gli aveva tenuto testa. Non era certamente un disgraziato. Ma chi era?

 un'ottima risposta ammise Lusio Quieto osservando la coppa di vino gi vuota. Quel giovane uomo con il salvacondotto gli risultava familiare. Dove lo aveva gi visto?

Quello che dici  giusto disse Tettio Giuliano senza smettere di sorridere. Il centurione che era entrato assieme a Celer port la mano all'impugnatura del suo gladio; conosceva bene il legatus e sapeva che quel sorriso non anticipava nulla di buono per il possessore del salvacondotto imperiale. S,  vero che l'imperatore afferma, in questo salvacondotto, che si lasci passare il suo portatore, ma ci non risolve un dubbio che mi rode da quando sei entrato in questo praetorium.  stato l'imperatore in persona a concederti e a darti questo salvacondotto? Forse sei solo un criminale che ha rubato questo documento a un senatore o a un patrizio e lo sta utilizzando per fuggire dai propri crimini.

A quel punto il sorriso lasci il volto di Tettio Giuliano. L'auriga comprese che la sua situazione cominciava a farsi delicata. Avvert lo sguardo gelido del centurione, dei legionari alle sue spalle e dei due alti ufficiali che stavano di fronte a lui.

Sono Celer disse alla fine; sapeva di dover dare qualche spiegazione o quel legatus non lo avrebbe mai lasciato passare. Sono un auriga del Circo Massimo.

Quieto annu. Ecco dove lo aveva gi visto: nelle corse delle quadrighe.

Celer tacque. Non era sicuro che il legatus che lo stava interrogando gli credesse, ma l'altro ufficiale in piedi conferm le sue parole.

 vero disse Quieto. L'ho visto correre al Circo Massimo. Un grande auriga, anche se questo non spiega perch un infamis come lui possieda un salvacondotto imperiale. Di fatto, questo stesso auriga  stato coinvolto in un processo e accusato di crimen incesti con una vestale. Anche questo ricordo.

L'imperatore mi ha assolto, ci ha assolti entrambi replic Celer con rapidit.

Anche questo  vero comment Quieto.

Ti ascolto... Celer intervenne allora Tettio Giuliano. Spero che tu abbia una buona ragione che giustifichi il possesso di un salvacondotto imperiale.

L'auriga annu, ma decise di essere cauto con le parole. Qualche giorno fa mi contatt una persona. Questa persona aveva un salvacondotto imperiale e me lo ha consegnato perch portassi un messaggio privato all'imperatore il prima possibile.

E chi  questa persona? chiese il legatus della legione VII Claudia.

Non devi rivelare a nessuno chi ti ha inviato. A nessuno. Le parole di Menenia gli erano rimaste impresse come fossero state scolpite nella sua mente, ma quel legatus non lo avrebbe lasciato passare. O peggio. Era molto probabile che se non fosse riuscito a convincerlo lo avrebbe trattenuto l a oltranza, e l'obiettivo del viaggio, consegnare il messaggio all'imperatore Traiano, non sarebbe stato raggiunto. Quella missione era per lui penosa. Non avrebbe voluto aiutare chi lo teneva separato da Menenia, ma aveva promesso di consegnare il messaggio e, fosse stata anche l'ultima cosa che avrebbe fatto per lei, voleva rispettare la parola data. Tutto dipendeva da chi si trovava davanti: dei militari onesti che eseguivano con zelo il proprio compito di controllo delle frontiere, o qualche corrotto che poteva sospettare che quella fosse la manovra di una vestale, come avrebbero fatto a Roma alcuni sacerdoti e senatori nemici del Cesare? Da che parte stavano quegli uomini?

 la tua ultima possibilit, Celer, o chiunque tu sia disse Tettio Giuliano. O mi dici chi ti invia o non ti permetter di parlare col Cesare e ordiner il tuo arresto a tempo indefinito.

E sia! Per tutti gli dei! sbott l'auriga. Mi invia una vestale. Una vestale mi ha consegnato questo salvacondotto imperiale, pregandomi di trasmettere un messaggio da parte sua all'imperatore Marco Ulpio Traiano.

Il centurione e i legionari che gi si erano fatti avanti per bloccare Celer si fermarono tutto d'un tratto davanti al braccio alzato del legatus della VII Claudia. I cinque retrocedettero. Celer rimase fermo, in piedi, davanti a Tettio Giuliano. Il legatus della legione VII Claudia non era un uomo molto religioso, ma c'erano istituzioni che continuava a rispettare, con un rispetto che si tramandava quasi inconsciamente di padre in figlio.

Una sacerdotessa di Vesta ti ha consegnato questo salvacondotto? E un messaggio per l'imperatore?

S.

La stessa vestale per la quale sei stato accusato? chiese Quieto.

S.

Quieto annu lievemente con la testa. Quella era una vestale di massima fiducia per il Cesare. Ci si era reso evidente durante il processo. Tuttavia rimase in silenzio. Troppi pensieri si stavano affollando nella sua mente, vorticosamente, confusamente. Stavano accadendo troppe cose strane negli ultimi tempi.

Per Tettio Giuliano quella spiegazione era tanto assurda da poter essere vera. Osserv l'auriga o chiunque lui fosse dall'alto al basso.

E perch questa vestale non  ricorsa ai sacerdoti o al prefetto del pretorio? E perch viaggi da solo?

Il prefetto del pretorio era gi partito insieme al Cesare per il suo viaggio verso il Nord e la vestale che mi ha consegnato il messaggio non si fida di nessuno a Roma.

Per si fida di te disse Tettio Giuliano.

S conferm l'auriga.

Perch? domand il legatus.

Qui Celer riflett su come rispondere. Non era per timore della possibile reazione di Tettio Giuliano, ma perch rispondere a quella domanda implicava ammettere i propri sentimenti, e anche quelli di Menenia. Aveva tentato di cancellarli dopo quell'ultima conversazione tra loro, prima di partire da Roma, ma ora si rendeva conto che erano ancora l, che avevano viaggiato con lui dal Sud e che lo avrebbero accompagnato... per sempre. L'auriga riprese a parlare, ma guardando in basso, come dando voce ai suoi pensieri segreti.

Siamo amici dall'infanzia. Siamo cresciuti insieme, fino a quando non la scelsero per servire il tempio di Vesta. Da l viene la nostra amicizia. Dall'infanzia.

Segu un breve silenzio.

 durante l'infanzia che si creano le amicizie pi autentiche, senza dubbio comment allora Tettio Giuliano. Ora era il militare che sembrava parlare da solo, per se stesso, rivivendo i ricordi perduti del passato. A me non rimangono pi amici cos. Li ho tutti perduti durante le incursioni alle frontiere dell'Impero. Eravamo in cinque. Ci aiutavamo gli uni con gli altri per sopravvivere, ma poi ognuno di noi fu destinato a posizioni differenti e le guerre con i barbari possono essere cruente. Cadde di nuovo il silenzio; n Celer, che continuava a guardare a terra, n Quieto, n il centurione, n i legionari osarono interrompere quel silenzio creato dalle parole del legatus, dai suoi ricordi. I miei quattro amici sono morti. Tutti combattendo. Uno in Germania, altri due con Agricola in Caledonia e l'ultimo qui, presso il Danubio. Tutti erano diventati grandi ufficiali e tutti sono morti con onore. Sto ancora attendendo il mio turno. Il legatus, che aveva parlato con gli occhi fissi su Celer, abbass lo sguardo e sospir. Sono solo un guardiano delle frontiere dell'Impero che cerca di fare bene il suo lavoro. Sbatt gli occhi un paio di volte come se si stesse risvegliando da un sogno, e recuper il suo tono serio. Cos una vestale ti ha inviato per recapitare un messaggio all'imperatore.

Anche Celer sollev lo sguardo.  cos conferm.

Che ne facciamo di lui? chiese Tettio a Lusio Quieto.

Invece di rispondere il nordafricano si rivolse di nuovo all'auriga. Qual  il messaggio?

Ma Celer rimase in silenzio. Parla solo con l'imperatore o, se non puoi arrivare a lui, con qualcuno di molto vicino a lui. Ti puoi fidare solo di Longino o di Lusio Quieto. Sono i suoi uomini di maggior fiducia. Queste erano state le parole di Menenia sussurrategli all'orecchio dopo avergli dettato il messaggio.

Il messaggio  destinato all'imperatore in persona e nemmeno so con chi sto parlando ora, legatus disse Celer, teso, digrignando i denti come faceva ogni volta che stava per partire in corsa al Circo Massimo.

Io sono un legatus, come tu hai ben saputo comprendere, auriga, disse Tettio Giuliano al comando della VII legione Claudia. E chi mi accompagna  Lusio Quieto, capo della cavalleria imperiale, sempre al servizio dell'imperatore Marco Ulpio Traiano.

Quando Celer ud il nome di Quieto i suoi occhi si fissarono su di lui. Fin dall'inizio quell'ufficiale era stato molto attento a ci che veniva detto, ascoltando e riflettendo.

La vestale Menenia mi ha detto che posso fidarmi solo di Lusio Quieto o di Longino. Ma continuava a tacere riguardo al messaggio.

L'imperatore sta per uscire a caccia spieg Quieto, pi interessato che mai a conoscere il misterioso messaggio. La vestale aveva saputo scegliere bene i destinatari di massima fiducia, quelli pi leali a Traiano. Non torner fino all'imbrunire. Se hai qualcosa di urgente da dire puoi parlare. Ti garantisco che il legatus Tettio Giuliano  a sua volta un uomo fidato. E fece un passo in avanti. Qual  il messaggio della vestale?

Celer guard Quieto, poi Tettio Giuliano, quindi di nuovo Quieto.

L'imperatore  in pericolo di morte disse l'auriga.

E la vestale come lo sa? chiese Tettio Giuliano. Come pu sapere qualcosa del genere?

Non lo sa, rispose Celer lo intuisce. Dice che da qualche tempo la fiamma di Vesta arde molto debolmente e secondo lei questo significa che il Cesare  in pericolo. Io non mi intendo di queste cose, sono cose magiche, sono...

Presagi, premonizioni disse Tettio Giuliano, ma senza alcun segno di disprezzo, anzi, ammirato piuttosto, poich rispettava moltissimo le sacerdotesse di Vesta. Guard Quieto. Che cosa facciamo?

Vado a chiamare l'imperatore; il gruppo di caccia non  ancora partito disse il nordafricano e subito usc alla ricerca del Cesare.

Poco dopo, Marco Ulpio Traiano, seguito da Lusio Quieto, Liviano e un gruppo di pretoriani armati, entr nella tenda del praetorium.

 questo l'uomo che ha recapitato il messaggio che tanto vi ha turbato? chiese l'imperatore guardando Celer.

 cos, augusto rispose Tettio Giuliano alzandosi e sentendosi molto a disagio in quella situazione. Avevano interrotto l'uscita di caccia e non era sicuro che il Cesare ne fosse contento.

Tu sei l'auriga del Circo Massimo, non  vero? chiese Traiano desiderando confermare rapidamente l'informazione che gli aveva appena trasmesso Quieto.

S, Cesare rispose Celer raddrizzandosi.

Non si era mai trovato tanto vicino a un imperatore, e Traiano incuteva timore. Il suo portamento, il suo incedere deciso e il rispetto con cui gli altri lo guardavano: uomini come Tettio Giuliano o Quieto, che sembravano non arretrare di fronte a nulla e tuttavia si mostravano docili davanti a quel Cesare. Era impossibile non notare tutto ci e non contemplare l'imperatore con un misto di ammirazione e turbamento.

E ti manda la vestale Menenia? continu a domandare Traiano.

S, augusto,  cos.

E dice che sono in pericolo di morte perch la fiamma di Vesta arde con meno forza?

Ripetuto con quella freddezza, il messaggio appariva ora un'enorme sciocchezza.

S... Cesare... rispose Celer muovendo lentamente le gambe tra una parola e l'altra.

Traiano si gir e and da Liviano. Tu sei il mio prefetto del pretorio. A te ho affidato la mia sicurezza. Che cosa ne pensi?

Il capo dei pretoriani sollev lievemente le spalle, inarc le sopracciglia e alz un po' le mani. Non si aspettava quella domanda. Non so... io non so nulla di alcuna congiura, Cesare. Se questo messaggio fosse giunto a Roma, nel palazzo imperiale... l ci sono molti nemici del Cesare, questo  sicuro, ma non li reputo capaci di qualcosa del genere. Non dopo la vittoria contro i Daci di qualche anno fa. E qui, tra le legioni, mi pare impossibile. L'esercito  completamente leale al Cesare, a un imperatore che l'ha portato alla vittoria e che condivide con i legionari le difficolt delle campagne militari. No, qui non  possibile.

E la guardia? domand ancora Traiano.

Liviano neg con la testa. No, impossibile, augusto. Casperio e Norbano sono stati... uccisi. Suburano ha eseguito un lavoro eccellente e non ha lasciato in vita nessun ufficiale, nemmeno un pretoriano, che potesse essere vicino a Domiziano. E io stesso ho fatto in modo che il Cesare sia costantemente circondato dai tribuni pi fedeli, come Aulo.

E indic il tribuno in questione, che si port automaticamente il pugno al petto.

Traiano annu. Ci che diceva Liviano aveva senso. Avrebbe potuto annullare quella battuta di caccia, ma tutto era gi stato organizzato, preparato minuziosamente per una magnifica giornata, e lui aveva voglia di cavalcare e partire alla ricerca dell'orso che era stato visto nella regione. L'aria fresca di montagna, i boschi, i ruscelli, gli uccelli... tutto ci gli avrebbe fatto bene. Aveva bisogno di muoversi.

Quanti mi accompagnano nella caccia?

Quieto e io abbiamo convenuto che siano sessanta, Cesare, disse Liviano ma posso fare in modo che siano di pi...

No, sessanta mi sembra un numero pi che sufficiente lo interruppe il Cesare guardando Quieto con un sorriso, nel constatare che il nordafricano era gi intervenuto affinch raddoppiassero la sua scorta. Se aggiungerete pi uomini, alla fine, tra pretoriani, vestigatores, pressores e alatores, nel bosco non rester pi spazio per gli animali. E scoppi in una delle sue sonore risate. Tutti risero insieme a lui. Alla fine, quando tutti si furono rilassati, Traiano si volt di nuovo verso Celer. Sono sicuro, ragazzo, disse rivolgendosi all'auriga e a tutti i presenti che il messaggio sia stato mandato con le migliori intenzioni, e anche tu, messaggero. Credo che la vestale Menenia mi sia molto grata per... E la reputo una sacerdotessa molto scrupolosa nel vigilare la fiamma sacra di Vesta. Tuttavia penso anche che forse abbia sopravvalutato questo strano fenomeno. Sono sicuro che la fiamma torner presto ad ardere con la sua abituale forza, e forse  gi accaduto. Quindi si rivolse a Liviano. Noi andiamo a caccia. Magari, stasera, quando saremo pi rilassati, dopo una buona giornata di esercizio, potremo riflettere meglio su tutto ci, con pi calma. Non voglio sprecare una giornata con un tempo cos magnifico. Si volt di nuovo verso l'auriga. Solo un'altra cosa. Quel cavallo nero che ho visto qua fuori...  tuo?

S, Cesare.

Non  forse uno dei tuoi cavalli da corsa?

S, augusto.  Niger, il mio cavallo migliore.

E questo tuo cavallo si lascerebbe montare dall'imperatore di Roma durante una battuta di caccia? Il mio  invecchiato e non  pi robusto come una volta. Me ne hanno offerti di migliori, ma da anni non vedevo un cavallo spettacolare come il tuo.

Celer non sapeva bene cosa rispondere. Niger era la sua bestia migliore. Da una parte l'auriga nutriva una gran rabbia, non tanto verso l'imperatore ma verso Roma intera, le cui leggi lo obbligavano a separarsi per sempre da Menenia, a non poterla toccare n vedere; ma era anche vero ci che lei gli aveva detto riguardo all'imperatore: senza dubbio gli dovevano la vita, una vita che lui aveva maledetto davanti a Menenia, ma che era pur sempre una vita, in fin dei conti, nella quale la sua amata, anche se irraggiungibile, continuava a esistere. Celer non era un ingrato, era stato educato alla generosit dalla famiglia del senatore Menenio. E comunque, a parte tutti quei pensieri, poteva rifiutare una richiesta del Cesare?

Se l'imperatore lo desidera, il cavallo  suo.

Traiano guard con ammirazione quell'auriga. Nella sua preoccupazione per la difesa di Menenia, durante il processo, non aveva dedicato un solo istante a interpretare il carattere dell'altra persona la cui vita correva il medesimo pericolo. All'epoca non aveva considerato quanto quell'auriga tenesse alla vestale, la quale probabilmente aveva stretto quell'amicizia cos forte grazie ai meriti, all'onore, alla nobilt, al coraggio di quel giovane. No, Traiano non aveva mai pensato che quell'auriga potesse vincere tante gare al Circo Massimo per qualcosa di pi che la pura fortuna.

Se questo  il tuo miglior cavallo,  un grande regalo quello che mi fai rispose Traiano. Ne sei sicuro?

Non  solo generosit ci che mi spinge a concedere questo regalo, Cesare. In realt sto pensando anche al bene del cavallo spieg Celer. Niger  sopravvissuto a molte corse nel Circo Massimo. Si merita di vivere meglio di cos, e sono sicuro che non incontrer mai nessuno che sappia apprezzare il suo valore pi dell'imperatore di Roma. Sar una buona cosa per Niger e Niger servir bene il Cesare. L'imperatore deve per sapere una cosa su di lui.

Ti ascolto.

Niger non comprende n i colpi n le frustate. Obbedisce alla voce. E spieg allora le parole che il cavallo capiva e a cui obbediva in modo automatico, di come al posto di dextrorum e sinistrorum, per indicare destra e sinistra, Niger rispondesse alle espressioni dextrorum e ad laevam.

Traiano ascolt le indicazioni dell'auriga con attenzione. Dopodich uscirono tutti dalla tenda e il Cesare si diresse insieme a Celer nel luogo in cui il cavallo era legato. Il giovane sciolse le redini, accarezz con affetto il dorso dell'animale e consegn il cavallo al Cesare.

L'imperatore non esit e rapidamente, con un salto che dimostrava forza e abilit in parti uguali, sorprendenti per qualcuno di quell'et, sal sul dorso di Niger. L'animale nitr, ma rispose con arrendevolezza e docilit al nuovo padrone, che percepiva forte e sicuro sul suo dorso.

Andiamo, allora esclam Traiano. Questo freddo  l'ideale per cacciare! E appena agit le redini, Niger inizi un soave trotto che immediatamente si convert in galoppo, sollevando una grossa nuvola di polvere.

La guardia pretoriana ebbe appena il tempo di montare a cavallo per seguire l'imperatore, alzando a sua volta una nube di terra che avvolse le figure del Cesare e di Niger, confondendo le loro sagome sull'orizzonte dell'accampamento.

9

I MILLE VOLTI DEL DEMONIO

Antiochia, Siria
Primavera del 105 d.C.

Per anni Ignazio aveva lavorato senza sosta. Era sfinito. Aveva viaggiato ovunque, continuando a scrivere decine di lettere a tutte le comunit cristiane che desideravano ascoltare le sue parole. Parole. Con le parole lottava dall'alba al tramonto contro gli anticristo che spuntavano a ogni angolo dell'Impero romano. Alcuni di questi promuovevano una continenza esasperata, distorta, quasi demoniaca, che li portava non solo a non mangiare carne o bere vino, nemmeno il vino benedetto nell'eucaristia, ma perfino a negare il matrimonio. Pretendevano che tutti si astenessero da tutto. Erano impazziti. Non gli sarebbe importato molto se non fosse stato che gli encratiti, cos si chiamavano, avevano divulgato testi apocrifi di Pietro e Paolo e perfino dello stesso Giovanni, false dottrine che stavano confondendo chiunque. Ce n'erano altri che in base a un supposto ascetismo predicavano che si dovesse vivere nudi, senza alcun pudore, come Adamo prima della caduta ed espulsione dal Paradiso. Li avevano denominati adamisti per quelle assurde credenze. Nudi, dimenticando tutti i peccati dell'uomo, esibendo i loro corpi in modo impudico... Poi c'erano gli ebioniti, che non capivano che seguire Cristo significava allontanarsi dai giudei e si ostinavano a seguire la legge di Mos, rispettando lo shabbat e praticando la circoncisione. Ignazio scuoteva la testa mentre meditava. Era ovvio che gli stessi Romani non facessero pi differenza tra giudei e cristiani, quando gli stessi gruppi si confondevano l'uno con l'altro. C'erano poi quelli che proponevano di vietare il matrimonio per i vescovi e i sacerdoti della Chiesa. Cristo dove aveva parlato di queste questioni? si domandava Ignazio. Era tutto un caos. Esistevano anche i pericolosi ofiti, che basandosi su un'assurda storpiatura credevano che il serpente del Paradiso fosse il grande salvatore degli uomini, perch aveva cercato di portare il sapere dell'Albero della conoscenza agli esseri umani. Per questo adoravano i serpenti nei loro riti demoniaci, durante i quali lasciavano che i rettili strisciassero sulla tavola su cui era posto il pane dell'eucaristia. Poi mangiavano quello stesso pane che era stato accarezzato dalle squame dei rettili e baciavano la bocca del serpente, che per tale scopo addormentavano con incantesimi e pozioni. Ignazio, nelle credenze ofite, oltre alla ripugnanza dei loro riti, vedeva con chiarezza l'influenza dei filosofi gnostici, per i quali la conoscenza era superiore a ogni cosa. S, quei maledetti filosofi stavano influenzando tutti con i loro errori e nessuno sembrava fare pi caso alle parole di Cristo. Era necessario parlare con qualcuno di loro, con i pi influenti se possibile, e tentare di cambiare il loro modo di vedere le cose. Aveva gi tentato, ma nessuno degli anticristo sembrava osare parlare faccia a faccia. Erano dei codardi, tutti dei codardi.

Sotto il governo di Traiano, le persecuzioni promosse dal terribile Domiziano contro i cristiani si erano allentate. Ci nonostante, Ignazio piangeva per la propria impotenza mentre scriveva una nuova lettera. Ci si sarebbe dovuto aspettare che con la pace portata da Traiano, i cristiani aumentassero di numero, con serenit, pi uniti che mai. Invece gli unici a essersi moltiplicati come funghi all'ombra di una montagna erano stati gli anticristo: decine di falsi profeti, predicatori d'insensatezze o di versioni demoniache del culto di Dio e di Cristo. Quella pace era peggio del periodo di terrore di Domiziano. La paura almeno aveva avuto il pregio di tenerli uniti. Ora tutto stava andando in malora. Tutto. Eppure lui continuava a scrivere.

In quel momento scriveva alla comunit di Smirne, assediata dai doceti, i peggiori tra tutti quelli che negavano il Cristo autentico, e che trovavano sempre pi seguaci nella citt. I cristiani di quella comunit avevano ancora bisogno di consigli e ogni volta tornavano a domandargli dell'origine dell'autentico Cristo.

Siate sordi a coloro che insistono che Ges Cristo non fosse un uomo reale, ma solo nell'aspetto. Io vi dico che Ges Cristo nacque uomo dalla vergine Maria e soffr come un uomo nel tormento della croce. Quelli che cercano di confondervi devono essere espulsi dalle vostre comunit, ripudiati, allontanati da voi...1

Maestro.

Ignazio continu a scrivere.

Maestro! ripet la voce pi forte.

Ignazio, assorbito com'era nella sua lettera, non la sentiva.

Il servitore decise di non infastidirlo pi e di aspettare l'ora della cena.

Due ore pi tardi, mentre Ignazio stava mangiando una zuppa di frumento, il servitore che lo assisteva si rivolse di nuovo a lui.

Maestro...

S? Ti ascolto, dimmi.

C' qualcuno che ha accettato: uno di questi anticristo  disposto a conversare con il maestro Ignazio.

Il vescovo di Antiochia guard fisso il suo servitore.

Chi?

Un tale Marcione.  di Sinope. Alcuni dicono che  un altro doceta, altri che non lo . Il punto  che sa che il maestro desidera parlare con chi la pensa diversamente su Cristo e vuole venire qui. Ha inviato una lettera. E la consegn al suo signore.

Ignazio interruppe la sua cena e lesse la lettera.

Dice che verr quest'estate comment il servitore.

Ignazio termin di leggere il papiro. Poi lo riavvolse lentamente.

Sar preparato disse lasciando la lettera sul tavolo.

Parole contro parole. Aveva sentito parlare di Marcione, giovane e impetuoso, un commerciante e un oratore, a quanto si diceva; qualcuno che cercava un posto nella Chiesa, ma la cui vicinanza alle credenze gnostiche e docetiche lo lasciava ai margini delle molte comunit che continuavano a essere fedeli a Cristo. Voleva parlare... di che cosa?

1. Riformulazione di alcune idee di Ignazio esposte nelle sue lettere ai cristiani di Smirne e ad altre comunit dell'Asia.

10

IL PRESAGIO

Roma
Primavera del 105 d.C.

La Vestale Massima cammin fino alla casa di Plinio. Il senatore la ricevette nel vestibolo, in piedi, e s'inchin davanti a lei.

La tua presenza onora questa domus.

Tullia sorrise, ma solo per un momento. Aveva fretta. Sono preoccupata, senatore Plinio.

L'avvocato invit la Vestale Massima a sedersi su un solium che aveva predisposto per lei appena aveva ricevuto da un pretoriano l'avviso della sua imminente visita. Tullia si accomod sulla sedia, ma lui rimase in piedi.

Se posso aiutare la Vestale Massima in qualcosa sar per me un grande onore. Servire Tullia  come servire Roma.

La Vestale Massima riprese a sorridere lievemente. Era a conoscenza del rispetto di Plinio per le istituzioni di Roma e della sua lealt verso l'imperatore. Questa era la cosa essenziale. I dubbi la stavano logorando.

Mi spiegher velocemente cominci la sacerdotessa. Ho inviato un messaggero al Nord con un salvacondotto imperiale e un messaggio... Cerc di trovare un termine adatto. Un messaggio preoccupante, diciamo cos. Temo di aver commesso una stupidaggine, d'essermi lasciata trascinare dalle intuizioni di una giovane sacerdotessa. Forse sto diventando vecchia. Il fatto  che ho pensato che sarebbe stato un bene avere conferma, o meno, di ci che abbiamo inviato al Cesare in questo messaggio.

E come posso aiutarti io in tutto questo, Vestale Massima?

L'imperatore ha nominato augur Gaio Plinio Cecilio Secondo, augur publicus populi romani quiritium, due anni fa, e questa  una posizione a vita. Lo guard fisso negli occhi. Ho bisogno di un presagio, senatore.

Un presagio, s, certo. Bene. Questo si pu fare. Non c' nessun problema. Solo che devo sapere su che cosa esattamente debbo presagire. Una vestale? Una futura guerra?

Sull'imperatore. Sulla sicurezza del Cesare.

Ed entrambi, sacerdotessa e senatore, tacquero. Plinio cominci a passeggiare lentamente per il vestibolo, con le mani dietro la schiena e guardando a terra. Si ferm e la guard.

D'accordo. Ho bisogno di un giorno per farlo secondo i riti appropriati. Domani verso sera spero di poter dare una risposta alla Vestale Massima.

Tullia si alz, si conged e usc dal vestibolo della casa del senatore, avvocato e augur di Roma.

Plinio lasci la sua residenza poco dopo e sal, accompagnato da vari schiavi e da un esperto del silenzio, fino alla cima del colle del Campidoglio, dove si trovava l'auguraculum. Entr in quello spazio sacro e dispose tutto come al solito: si volt verso sud e tracci una linea con il lituus, o bastone sacro degli augures, ottenendo il cardo di quello spazio sacro; poi tracci una seconda linea con il bastone da est a ovest, ottenendo il decumanus. Plinio guard allora verso il cielo. Era sereno e senza nuvole.

Perfetto si disse.

Fece tutto questo passata la mezzanotte, secondo la tradizione, ma per poter osservare il volo degli uccelli e per ottenere il silenzio era necessario attendere delle ore. Le strade affollate della grande citt, piene di carri da trasporto, non riposavano mai durante la notte, fino a che, con l'arrivo del nuovo giorno, per legge, tutto cessava, e con i primi raggi dell'alba calava la pace sulla grande citt che governava l'Impero.

Pare che non si oda nulla disse l'esperto del silenzio, incaricato di confermare all'augur che non ci fosse rumore e che si potesse, di conseguenza, procedere a interrogare gli dei.

Plinio guard il cielo senza nuvole della capitale del mondo conosciuto e cominci a parlare distintamente per presentare la sua domanda alle divinit.

Accadr qualcosa di terribile o qualcosa di buono all'Imperator Caesar Nerva Traianus Germanicus Dacicus? Avrebbe potuto usare pi titoli per l'imperatore, ma Plinio, sempre prudente, non voleva far apparire il Cesare eccessivamente importante agli occhi degli dei.

A quel punto cominci una lenta e ansiosa attesa.

Per un po' non accadde nulla, fino a che, d'improvviso, si sent un batter d'ali e uno stormo di uccelli pass sopra di loro tracciando un volo molto basso, da destra a sinistra. Plinio abbass lo sguardo.

Aves inferae [Volo basso] disse.

E da destra a sinistra aggiunse l'assistente.

Plinio stava riflettendo sulla veridicit di quell'osservazione, quando accadde qualcosa di ancora pi terribile.

Tullia si trovava nell'Atrium Vestae, aiutava le vestali pi giovani a prepararsi per i riti della giornata, quando uno dei pretoriani che vigilavano su quella residenza speciale entr inaspettatamente nella sala.

Qualcuno cerca la Vestale Massima.

Tullia annu e usc dal vestibolo dell'Atrium Vestae. Gaio Plinio Cecilio Secondo, con ancora indosso la tunica dell'augur, era l ad attenderla.

Ebbene?

Molto peggio di ci che avrei mai immaginato rispose Plinio.

Che cosa hai visto?

Ho visto gli uccelli volare rasoterra, aves inferae, senza alcun dubbio. Il mio assistente ha avuto la medesima certezza. E volavano da destra a sinistra. E, appena ce ne siamo andati, nonostante il cielo fosse senza nubi, si  udito un tuono potentissimo. E anch'esso proveniente dal lato destro.

La Vestale Massima tard nel rispondere mentre camminava lentamente per la Casa delle vestali. Tre terribili presagi disse infine.

Qualcosa di funesto sta per accadere all'imperatore sentenzi Plinio, e come cercando una speranza chiese: Quando avete inviato quel messaggero?.

Una settimana fa.

Speriamo che arrivi in tempo. Chi era? Un pretoriano?

No rispose Tullia. Ho mandato Celer, l'auriga del Circo Massimo.

Plinio annu con il capo. Non esiste nessuno pi veloce di lui aggiunse il senatore, come chi si afferra a una speranza senza crederci davvero.

11

I DUBBI DI QUIETO

Accampamento dell'imperatore a sud di Viminacium, Mesia Superiore
Primavera del 105 d.C.

Erano passate tre ore da quando l'imperatore era uscito per la caccia. Lusio Quieto era appena tornato da un'ispezione alla cavalleria appostata nell'accampamento imperiale. Camminava veloce, mosso da un'inquietudine silenziosa. Vide Celer che mangiava il rancio della truppa vicino alle braci del fuoco notturno. Il Cesare aveva ordinato di assisterlo in tutto il necessario e che gli si procurasse un cavallo per tornare a Roma. Un buon cavallo. Il legatus nordafricano si avvicin all'auriga.

Da quanto tempo la vestale dice che la fiamma sacra di Roma arde debolmente? chiese Quieto.

Non lo so rispose Celer lasciando la scodella di cibo a terra e alzandosi in piedi. Ci siamo incontrati qualche settimana fa, ed era preoccupata della questione da vari giorni.

Non puoi essere pi preciso? domand il nordafricano esprimendo una certa irritazione.

Celer non capiva bene il motivo di quelle domande, ma dal momento che a farle era l'uomo che Menenia aveva descritto come leale al Cesare, riflett e tent qualche calcolo.

Ci siamo visti sei settimane fa, e lei sembrava essere preoccupata da pi tempo. Quindi saranno sette settimane rispose cercando di essere il pi preciso possibile.

Sette settimane... ripet Quieto. E, senza dire nulla, senza nemmeno congedarsi da Celer, si diresse alla ricerca di Tettio Giuliano, continuando a riflettere su mille cose allo stesso tempo.

L'imperatore aveva bisogno d'aria fresca, aveva detto, e nella Mesia Superiore, in pieno aprile, di aria fresca ce n'era in abbondanza. Infatti, quella era una giornata fredda. Al Cesare piaceva cos.

Il freddo  l'ideale per cacciare aveva detto Traiano. Queste erano state le sue ultime parole prima di congedarsi.

Quieto ripensava alla figura di Traiano sul cavallo nero dell'auriga, mentre si allontanava attorniato da una numerosa scorta di pretoriani. Le guardie erano uomini di fiducia. Avrebbero lottato fino alla morte e affrontato ogni sorta di pericolo per proteggere il Cesare. Chi avrebbe osato attaccare Traiano l, mentre era circondato da accampamenti militari? Tuttavia si trovavano vicino alla frontiera, al Danubio, alla Dacia. Sessanta pretoriani, cinquanta disertori e decine di schiavi, calones delle legioni, che dovevano servire anche come vestigatores e seguire gli animali all'inizio della caccia: tutto sembrava essere stato organizzato alla perfezione, tuttavia...

Quieto si ferm di fronte alla tenda del praetorium, assorto, guardando a terra, le braccia sui fianchi.

Stai bene? Era la voce di Tettio Giuliano alle sue spalle. Era uscito per sistemare la questione degli approvvigionamenti mancanti.

Quieto si volt. Dov' il resto dei disertori? domand.

In quella tenda rispose Tettio Giuliano indicando il punto pi lontano dell'accampamento.

Si sono uniti alla venatio anche i quattro capi disertori con cui abbiamo parlato ieri?

Tettio riflett un momento.

No. Il Cesare ha deciso che andassero solo due di loro, quello che sembrava essere il capo, Decimo, e quell'altro cos silenzioso... Marzio credo si chiami. Non sono sicuro del nome.

Allora gli altri due ufficiali sono ancora qui afferm Quieto.

S.

Per Ercole! Puoi far condurre qui questi due ufficiali disertori?

Certo. E immediatamente Tettio ordin che conducessero l quegli uomini. Che cosa succede? Credi che quel messaggero, Celer, abbia ragione?

Sto riflettendo sul potere sacro di una vestale, Tettio, si tratta di questo. E, soprattutto, di una vestale che possiede una connessione speciale con l'imperatore. Non chiedermi il motivo, perch lo ignoro, ma io ho assistito a quel processo, e il Cesare si  sempre opposto alla condanna di quella sacerdotessa. C' qualcosa tra loro, non so bene cosa, qualcosa che li unisce. Quindi se la vestale sostiene che l'imperatore  in pericolo  molto probabile che sia cos... Quando esattamente i disertori hanno attraversato il Danubio?

Qualche settimana fa...

Quante settimane, Tettio? Quante?

Non so, lasciami pensare... Io mi trovavo a Drobeta quando sono arrivati i rapporti sulla costruzione del ponte... Cinque, sei, forse sette. S, sicuramente sette settimane.

Sette settimane. Lo vedi? disse Quieto nervoso come un lupo in agguato pronto a balzare sulla preda.

 quando sono iniziati i timori della vestale? chiese Tettio Giuliano.

S, esatto.

In quel momento arrivarono i due ufficiali disertori.

Questa volta lascia che sia io a fare le domande. Lasciali a me disse Quieto anticipando Giuliano.

D'accordo concesse l'altro legatus. Non comprendeva bene le intenzioni di Quieto, e si stava preoccupando.

Ave disse il nordafricano in segno di saluto quando gli si presentarono davanti i due uomini, scortati da mezza dozzina di legionari. Fino a quando non si fosse deciso cosa farne, i due dovevano rimanere disarmati e sotto vigilanza.

Ave, legatus dissero i due con un tono imbarazzato. Sembravano a disagio.

I vostri nomi sono Caio e Secondo, non  cos? Tardarono un istante a confermarlo e Quieto non era in vena di perdere tempo in titubanze. Per Ercole! Rispondete!

S,  cos disse Caio precedendo il compagno, il quale ripet la risposta un istante dopo.

Disertori di Roma li defin Quieto.

Abbiamo agito male in passato. Sappiamo che saremo puniti, ma confidiamo in un'altra possibilit. Abbiamo ucciso molti daci per poter fare ritorno a Roma.

Questo lo dite voi.

Ne abbiamo uccisi molti vicino al fiume. Quelli della pattuglia di cavalleria lo hanno visto. Ne sono sicuro.

Lo hanno visto, lo hanno visto ripet Quieto come se tentasse di tranquillizzarli. Non  cos, Tettio?

S, questo  ci che mi ha riferito l'ufficiale al comando, un duplicarius, un certo Massimo.

E questo Massimo  un uomo portato alle esagerazioni, a falsare, a trasmettere rapporti imprecisi? chiese Quieto.

No rispose Tettio scuotendo la testa. Ci che dice Massimo  sempre esatto. Per lo meno finora. Fu lui a informare dell'attacco dacico a Adamclisi, e fu decorato per questo.

Quieto si volt verso i disertori. L'esatto rapporto di un uomo di valore che testimonia che vi vide uccidere i daci vicino al fiume. Uno dei molti attacchi che avete dovuto compiere per uscire dalla Dacia. Vero? Lusio Quieto si avvicin ai disertori mentre parlava.

S, legatus disse Caio, che sembrava il portavoce, ma con un poco d'indecisione, come se fosse nervoso.

Il capo della cavalleria imperiale si ferm davanti a lui. Vedo che stai sudando disse.

Ho caldo, legatus.

 strano, perch oggi  una giornata fredda. Lo stesso Cesare ha detto che oggi sarebbe stata una giornata fredda.

 possibile, legatus... forse ho la febbre. Credo di essere malato.

Hai una brutta cera, senza dubbio rispose Quieto avvicinandosi ancora di pi e, molto lentamente, sguain il pugio che pendeva dalla sua cintura. Io penso, per, Caio, che abbiate attaccato di giorno, agendo insensatamente se ci che volevate era attraversare il fiume, perch vi vedessimo uccidere i Daci, per convincerci che desiderate davvero abbandonare la Dacia e il suo re. Ma, Caio, io ho il presentimento che qui abbiate un ordine da compiere, un ordine da parte di Decebalo, per il quale dovete fingere di non essere ci che siete sempre stati: dei traditori e dei miserabili, fino alla fine.

Il pugnale di Quieto si avvicin pericolosamente alla gola di Caio.

Non ho la minima idea di quello che il legatus sta dicendo. Non lo so... per tutti gli dei... Siamo stati disertori nel passato, ma vogliamo combattere di nuovo... per Roma... per l'imperatore...

Quando Caio pronunci la parola imperatore, Lusio Quieto abbass la daga; poi, non appena il disertore sembr aver recuperato la tranquillit, affond il pugnale nel petto di quell'uomo, fino a che la punta usc dall'altro lato. Il capo della cavalleria imperiale dovette spingere con entrambe le mani, con rabbia, per spezzare ossa, muscoli e cuore e tutto ci che la lama incontr. L'ufficiale disertore, con gli occhi spalancati, sput sangue come se stesse vomitando le proprie viscere, quindi croll incredulo ai piedi del legatus nordafricano.

Nessuno ebbe il tempo di reagire. Tettio Giuliano stava per intervenire, ma Quieto aveva gi afferrato Secondo, l'altro ufficiale disertore, per un braccio, torcendolo quasi fino a spezzarlo e puntando il pugnale al collo dell'uomo.

Vuoi morire come il tuo compagno o vivere, miserabile? chiese digrignando i denti. L'odio fuoriusciva come un mare in tempesta. Ora era tutto talmente chiaro che nutriva una rabbia feroce per non averlo capito prima...

Vivere, vivere, vivere! Dir tutto! Dir tutto!

Lusio Quieto gett il disertore a terra. Nel frattempo, un nutrito gruppo di legionari era accorso intorno a quella macabra scena. Il corpo di Caio continuava a perdere sangue. Secondo, sbattendo il viso sul suolo della Mesia, si macchi con il sangue denso del compagno morto. I legionari non sapevano che fare. Tettio Giuliano teneva la mano destra alzata, per avvertire che non s'intromettessero. Nessuno era turbato dal fatto che si giustiziassero uno a uno quei disertori, ma Quieto non voleva esecuzioni. Voleva risposte.

Parla allora, o farai la fine del tuo compagno!

Parler, parler, parler, ma non uccidermi! E si mise in ginocchio piangendo come un bambino.

Non sei nella situazione di negoziare, miserabile!

Quieto gli assest un sonoro calcio in faccia con i suoi sandali militari, spaccandogli il labbro. Il sangue di Secondo cominci a mescolarsi a quello di Caio che aveva sulle guance. Secondo strisci, contorcendosi, cercando di fuggire da altri colpi, gemendo e parlando tra le grida acute, come quelle di un maiale mentre viene sacrificato.

Avevamo l'ordine di uccidere il Cesare! Uccidere l'imperatore e poi tornare in Dacia. Decebalo ci avrebbe concesso tutto ci che volevamo, tutto ci che volevamo! Saremmo stati liberi e ricchi per sempre! Questa era la missione! Uccidere l'imperatore!

Lusio Quieto punt il pugnale al braccio di Secondo e lo conficc con la rabbia di chi desiderava farlo da ore.

Aaah! grid il disertore contorcendosi per il dolore sul suolo intriso di sangue.

E questo non  niente, miserabile! gli sussurr Quieto all'orecchio mentre continuava ad affondargli l'arma nel braccio. Prega gli dei che non accada nulla al Cesare, perch se l'imperatore subisce qualche danno desidererai non essere mai nato.

Quindi il capo della cavalleria imperiale lasci perdere Secondo. Non era pi importante. Guard il cielo e poi Tettio.

Hanno tre ore di vantaggio! disse il legatus nordafricano.

 molto tempo riconobbe il capo della VII legione Claudia. Ma sono sessanta pretoriani contro cinquanta disertori. Quei traditori non riusciranno a farlo.

Non lo so disse Quieto. Sono uomini disperati, disposti a tutto e, Tettio, questa non  pi una caccia agli orsi. Oggi la preda  l'imperatore.

12

IN VIAGGIO VERSO IL NORD

Sud-ovest della Dacia
Primavera del 105 d.C.

Alana correva come se stesse scivolando sull'erba. Tamura la seguiva come poteva, con passi pi piccoli, perch era obbligata ad accelerare per non accumulare distanza dalla madre. Dietro di loro, pi di una trentina di guerriere sarmatiche e donne rossolane, assieme a mezzo centinaio di bambini e bambine piccoli. Alana si volt e vide che la figlia ansimava. Non potevano continuare cos. I bambini non reggevano.

Si ferm e cerc Amage con lo sguardo. Questa, nonostante avesse solo venticinque anni, era, insieme a lei, la pi vecchia del gruppo, coraggiosa e decisa come Alana. Era una rossolana, come alcune altre, ma ora erano tutte unite nella fuga. Avevano deciso di dirigersi a ovest e poi verso nord, nella regione dominata dai Sarmati, con l'accordo che poi Alana avrebbe chiesto l'aiuto del suo popolo per far tornare le rossolane nella loro terra. Amage si accorse che l'altra la cercava e le si avvicin.

Non possiamo continuare cos disse Alana in dacico. La lingua dei vecchi alleati le era tornata utile per comunicare con le altre. I bambini non ce la fanno.

Lo so, rispose Amage ma che cosa possiamo fare?

Alana si volt verso l'orizzonte. Erano due giorni che correvano verso ovest. Siamo nel centro della Dacia disse. Qui i Rossolani hanno ancora alcune piccole guarnigioni lasciate dopo la guerra.

E quindi?

Alana la fiss. Voleva sapere se Amage sarebbe stata con lei o no. Senza l'appoggio delle rossolane non sarebbero andate lontano. Anche se quelle che sapevano combattere erano le sarmate, le rossolane avevano lottato coraggiosamente per scappare dai Daci quando la pattuglia romana aveva attaccato l'accampamento dove erano detenute.

I Romani hanno i cavalli si spieg Alana.

Amage annu lievemente col capo. Non sar facile rispose alla fine.

No, ma a cavallo potremo ritornare al Nord, con Akkas, e l saremo al sicuro, soprattutto i bambini. Da l voi potrete fare ritorno al regno di Susago.

Di quanti cavalli pensi che abbiamo bisogno? chiese Amage.

Trenta. Un cavallo pu portare una di noi e due bambini, se servir procederemo al passo.

D'accordo. Come lo faremo?

Non lo so disse Alana.

Quella sera avanzarono ancora un po'. Si fermarono per la notte e montarono di guardia a turno. Il giorno successivo continuarono ad avanzare verso nord fino a che non raggiunsero una piccola fortificazione romana. Lasciarono i bambini in retroguardia sotto la vigilanza delle rossolane, mentre Alana e le guerriere sarmatiche si spinsero avanti per esaminare la situazione. Amage and con loro. Nascoste dietro le rocce, ispezionarono i dintorni dell'accampamento romano: c'erano una palizzata, un fosso e delle torri nella porta principale e agli angoli della fortificazione. Non era un accampamento grande, forse per ottanta uomini, quello che i Romani chiamavano centuria. Un posto di frontiera. Certamente ci sarebbero stati pochi cavalli.

Troppo rischioso e non avranno nemmeno i cavalli di cui abbiamo bisogno disse Amage.

Ad Alana costava ammetterlo, ma ci che aveva detto la rossolana era vero. Distolse lo sguardo dall'accampamento e fu assalita dallo sconforto.

Dobbiamo continuare a piedi, disse ma i bambini ci rallentano. Presto tutta la regione sar in guerra e sar pi difficile raggiungere il Nord.

Guardate! disse all'improvviso una delle guerriere sarmatiche.

Amage e Alana si alzarono e si sporsero di nuovo da dietro le rocce: vari carri stavano partendo dall'accampamento scortati da una decina di cavalieri.

Vanno a portare i rifornimenti disse Alana.

Perch hanno cos poca scorta? domand Amage.

I Daci non hanno pi attaccato la regione negli ultimi anni. Sono alleati. E tacque un istante, mentre continuava a osservare con sguardo ferino l'uscita dei carri dall'accampamento. Due, tre, quattro carri e dieci cavalli. Con quelli s che potremmo raggiungere il Nord. Faremo a turni con i cavalli e metteremo i bambini nei carri.

Alana parlava come se i carri fossero gi nelle loro mani. Nessuna delle sarmate le rispose. Ma tutte erano d'accordo.

Quando lo faremo? chiese Amage.

Li seguiremo fino a quando non entreranno in un bosco.

I cavalieri romani cavalcavano in silenzio. Odiavano i faggeti della Dacia. Se fosse stato per loro li avrebbero bruciati tutti, ma per il momento tagliavano solo gli alberi di cui avevano bisogno per costruire gli accampamenti o il necessario per i fuochi. Non si udiva nulla in quel bosco di alberi immensi. Se avessero prestato pi attenzione a quel silenzio assoluto in cui non si udiva nemmeno un uccello, forse avrebbero potuto reagire pi rapidamente, ma all'improvviso il cavaliere che guidava il convoglio ud le grida alle sue spalle.

Aaah!

Aaah!

Per Erco... le!

Quando si volt vide che vari suoi compagni erano caduti da cavallo con delle frecce conficcate nella schiena. Ma non appena sguain il gladio arriv il suo turno. Il dardo gli attravers la gola e non ebbe nemmeno il tempo di gridare. Coloro che conducevano i carri scapparono correndo. Nessuno di loro arriv lontano.

Quello sarebbe stato l'ultimo convoglio di approvvigionamenti che usciva da un accampamento romano della Dacia senza una scorta adeguata, ma questo non avrebbe pi riguardato Alana e le sue guerriere.

Le sarmate liberarono i carri dai cesti e dai vasi vuoti e misero i bambini all'interno. Poi spogliarono di tutte le armi i cavalieri romani uccisi. Presero i cavalli e si misero in viaggio verso il Nord.

Questa sera andremo a caccia, disse Alana mentre voi baderete ai bambini.

Amage annu.

Non erano donne di molte parole, ma sole, nel mezzo di una regione inospitale, con una guerra vicina, erano decise pi di chiunque altro a vegliare sui loro figli.

Silenzio sussurr Alana.

Tamura annu.

Un paio di conigli pendevano dalla cintura di sua madre. Non male, ma insufficienti per tutti. Le era sfuggito un cervo.

Le due camminavano lentamente. Alana, che fino a un istante prima sperava che le altre avessero avuto pi fortuna con la caccia, in quel momento aveva orecchi solo per il bosco.

Fermati disse a voce bassissima, trattenendo la bambina col braccio.

Tamura non comprendeva la prudenza della madre. Lei ancora non percepiva il pericolo. Aveva bisogno di pi addestramento e di attenzione. La piccola port le mani alla cintura e si rese conto che mancava qualcosa. Alana non si accorse dei movimenti della figlia. Erano vicine a un grande albero, un gigantesco faggio con un ampio tronco, tanto che dall'altro lato non le si poteva vedere. Questo tranquillizz la giovane. Anche il vento soffiava verso di loro. Non potevano nemmeno sentirne l'odore.

I lupi apparvero in branco dall'altro lato dell'albero. Tre, quattro, cinque. Grandi e forti, cercavano con lo sguardo e l'olfatto. Alana e Tamura non erano le uniche a essere andate a caccia. Ma non accadde nulla. Non potevano vederle n sentirle. Si trattava solo di non fare rumore e di non muoversi da dietro l'albero.

Improvvisamente il cuore di Alana sussult. Un piccolo fruscio alla sua destra, che rimbomb nella sua testa come il grugnito di un orso, fece s che i lupi si fermassero e si voltassero a guardare. Anche Alana si volt: Tamura si era allontanata dall'albero e si stava chinando per raccogliere qualcosa da terra. I lupi la fissavano. Era piccola, una facile preda per loro. Alana usc allora da dietro il grande tronco con l'arco pronto, puntandoli e gridando. Non tir perch se i lupi avessero caricato avrebbe avuto il tempo per una sola freccia. Sperava di spaventarli sufficientemente e che non avessero una gran fame. Gli animali corsero via. Non per paura di Alana, ma per timore che ci fossero altri umani nascosti tra gli alberi.

Le era andata bene. Nonostante questo, Alana rimase con l'arco pronto, girando su se stessa, ansimando per la tensione e guardando da una parte all'altra. Ascolt attentamente. Non li udiva pi. Se n'erano andati. Abbass l'arco e raggiunse Tamura, che era rimasta paralizzata, pietrificata per il terribile spavento di vedersi circondata dai lupi. Sua madre non si perse in spiegazioni e la colp con un sonoro ceffone. La bambina non pianse, inizi solo a piagnucolare nervosamente.

Ti avevo detto di non muoverti. Quando ti dico di non muoverti, significa non muoverti. Ti  chiaro o devo darti un altro ceffone?

Mi dispiace... gemette la bambina mentre prendeva da terra ci che aveva perduto e per il quale aveva disobbedito a sua madre.

Alana vide che sua figlia raccoglieva il piccolo arco che le aveva fatto il padre prima di andarsene con i disertori romani, lo stesso giorno in cui i Daci le avevano rapite per poterlo ricattare. Marzio era stato costretto ad accettare la missione che gli avevano affidato. All'inizio aveva deriso la possibilit che Tamura potesse gi tirare con l'arco, ma quando si era reso conto che la bambina era bravissima, si era preoccupato di costruirgliene uno perfetto, fatto su misura per le sue piccole braccia.

Tamura raccolse l'arma da terra tra i mugolii e inizi a seguire la madre.

Alana si ferm, si volt e si chin davanti a lei. Tuo padre ritorner disse alla bambina cercando di tranquillizzarla. Tuo padre far ci che deve fare e ritorner a nord.

Perch se n' andato?

Tuo padre non se n' andato. Lo hanno costretto, ma nessuno pu davvero controllarlo. E ti giuro, per Bendis, che tuo padre fuggir dai Romani e verr a cercarti. Cos dicendo Alana abbracci sua figlia. Chi si mette in mezzo tra tuo padre e noi ... un uomo morto pronunci infine all'orecchio della bambina.

13

LA CACCIA

Boschi della Mesia Superiore
Primavera del 105 d.C.

Marco Ulpio Traiano cavalcava pieno di energia. Era una splendida mattina. Avevano sciolto i cani. Si sentiva vivo, ancora giovane, forte. Tir le redini e Niger si ferm. Era il momento di aspettare, all'entrata del grande bosco, che il meccanismo della caccia si mettesse in moto.

Avevano a loro disposizione solo canes gallici, molto magri e slanciati, pi adatti per la caccia alla lepre che agli orsi, ma erano veloci e possedevano vista e olfatto eccellenti. Si sarebbero addentrati fino alle viscere del bosco e avrebbero scovato tutti gli animali nelle loro tane. Prima o poi anche gli orsi si sarebbero fatti vivi.

Traiano attese che i levrieri aprissero il cammino e che poi partissero i vestigatores e gli alatores. Tettio aveva organizzato ogni cosa, e tutti gli istigatori di prede avanzavano indossando tuniche corte, scarponi alti, e la maggior parte aveva un buon galerus, un ampio cappello che li proteggeva dal sole. Erano schiavi esperti nell'arte venatoria. Tutti insieme formavano una lunghissima fila che, come una falange macedone, si addentrava nel bosco dietro ai cani. Li seguivano i disertori, che dovevano agire come pressores. L'imperatore aveva ordinato che fossero consegnate loro alcune armi, e tutti erano dotati di un culter venatorius, un coltello da caccia, e di una fuscina, un tridente, con i quali poter uccidere qualsiasi animale fosse caduto in una delle reti che gli alatores sistemavano al loro passaggio.

Infine Traiano spron il suo cavallo e i sessanta cavalieri pretoriani partirono dietro i disertori, che gi cominciavano a scomparire all'interno del fitto bosco.

Liviano cavalcava vicino all'imperatore, alla sua sinistra, e alla sua destra c'era Aulo, che era stato premiato recentemente per i molti anni di lealt senza macchia al servizio degli imperatori di Roma, prima con Nerva e ora con Traiano.

 un grande giorno per cacciare, non credi, Liviano? disse il Cesare.

Senza dubbio, augusto rispose il prefetto del pretorio cavalcando al passo accanto a lui. Dovevano procedere lentamente cos che gli uomini che aprivano la caccia a piedi avessero il tempo di frugare tra la boscaglia, gli arbusti e il fogliame alla ricerca delle tane degli animali.

Sarebbe stato un peccato perdersi tutto questo disse Traiano.

Un peccato, s, augusto conferm Liviano.

Non sarebbe male incontrare degli orsi continu il Cesare.

Sono animali pericolosi, augusto, soprattutto quelli selvatici comment il prudente Liviano.

 proprio questo che lo rende emozionante, proprio questo. Traiano non poteva celare la propria gioia.

Cento passi davanti all'imperatore, i disertori avanzavano impugnando i loro coltelli e i tridenti.

Aspetteremo disse Decimo a quelli pi vicini a lui. Passate l'ordine. Aspetteremo fino a che non saremo nella parte pi fitta del bosco. Quando cominceranno a uscire gli animali, ci disperderemo e allora inizier la vera caccia.

D'accordo dissero i disertori pi vicini all'ufficiale, eccetto Marzio, che camminava accanto a lui.

L'ex gladiatore taceva. Quel silenzio non pass inosservato a Decimo.

E da te mi aspetto una bella caccia ai pretoriani, mi hai sentito, gladiator? E dato che Marzio continuava a camminare senza rispondere, l'ex centurione gli si avvicin e gli parl a bassa voce, con il tono di chi  abituato a seminare rancore. Ricordati di tua moglie e di tua figlia. Ricordati di loro. I Daci non tollerano il fallimento. Se vuoi rivederle vive, sai chi dobbiamo uccidere.

Marzio lo guard per un istante. Il suo sguardo carico d'odio fu sufficiente a far capire a Decimo che aveva recepito il messaggio.

Gli alatores stavano agganciando reti di ogni tipo nei diversi punti del percorso, soprattutto alle estremit laterali dello spazio occupato dai cacciatori. Dovevano riuscire a intrappolare ogni animale in fuga. Le reti erano state pensate essenzialmente per catturare cervi. Con la retia si bloccava l'animale fino a quando lo raggiungevano i pressores e, infine, i cacciatori. Ma si utilizzavano anche i casses, molto pi grossi, ovvero delle sacche di tessuto da cui risultava impossibile scappare una volta che la bestia cadeva al loro interno. Infine, si aggiungevano alle precedenti trappole le plagae, grandi reti che si stendevano in modo da coprire il maggior spazio possibile rispetto alle altre. Lo scopo era convertire l'intero bosco, e in particolare le vie di fuga, in un'enorme gabbia. I cani abbaiarono nervosi. Alcune lepri cominciarono a uscire dalle tane, correndo terrorizzate in cerca di una scappatoia da quella folla d'invasori armati che si era appropriata del loro mondo.

Liviano not qualcosa di strano. Dove sono i pressores? domand ad alta voce, senza rivolgersi a nessuno in particolare. E sebbene fosse normale che avessero perso di vista i vestigatores e gli alatores, ai quali avevano permesso di addentrarsi nel bosco molto prima di loro, i disertori che dovevano agire in qualit di pressores avrebbero dovuto essere pi visibili, o per lo meno qualcuno di loro.

Non lo so disse il tribuno Aulo.

L'imperatore non ascoltava. Si stava godendo quella fresca mattina in mezzo alla macchia boschiva della Mesia. Ma Liviano decise di agire immediatamente.

Aulo, manda avanti degli uomini.

S, vir eminentissimus rispose il tribuno e, sollevando il braccio, indic a mezza dozzina di pretoriani alla sua destra di avanzare.

I singulares della guardia pretoriana obbedirono e, senza indugio, incitarono i cavalli affinch oltrepassassero l'imperatore e procedessero al trotto una ventina di passi davanti a lui.

Liviano, se avvistiamo un orso, quella bestia  per me disse Traiano.

S, augusto rispose il prefetto del pretorio e, dunque, grid il nuovo ordine. Se appare un orso lasciatelo al Cesare!

Liviano percep, nonostante si trovassero alle sue spalle, che i cavalieri annuivano.

Decimo era appostato dietro un grosso tronco e vide che i suoi uomini si erano nascosti a loro volta. Marzio, alla sua destra, sensatamente, aveva fatto lo stesso. Tutto era pronto. Era l'opportunit che avevano sognato. Non sarebbe stato facile, ma il premio era troppo succulento per non tentare. Un ultimo combattimento e poi avrebbero vissuto di solo piacere, vino, donne e denaro. Per sempre.

Fedele alle sue abitudini, Decimo non aveva intenzione di dare il via allo scontro. Sollev il braccio. Inspir profondamente. L'imperatore era un uomo come gli altri. Decimo non credeva negli dei, tantomeno nella divinit dei Cesari. Credeva solo in ci che poteva toccare, avere o godere o rubare o... uccidere. Abbass il braccio di colpo.

Traiano ud il grido di uno dei pressores.

Un orso! Qui!

E l'imperatore spron Niger perch partisse al galoppo in direzione di quella voce.

Qui, Cesare!

Un orso!

Qui!

Altre voci. Di tanto in tanto, si vedeva uno dei pressores uscire da dietro gli alberi e indicare verso est, e verso quella direzione il Cesare si muoveva.

Liviano tent di stargli dietro, ma era partito in ritardo perch preso alla sprovvista da quelle grida. Il prefetto del pretorio era stato troppo concentrato a cercare di capire dove fossero finiti i pressores; ma poi questi erano d'improvviso riapparsi da ogni parte. Allora non si stavano nascondendo. Forse Lusio Quieto lo aveva contagiato con quel suo timore sulla sicurezza dell'imperatore. Vide che Aulo, per fortuna, aveva risposto pi prontamente di lui al galoppo del Cesare. Il tribuno seguiva l'imperatore vicinissimo. Non c'era pericolo.

Decimo rimaneva nascosto. Le grida dei suoi uomini avevano messo in moto il piano. Non si poteva pi tornare indietro. Qualcuno aveva detto lupus est homo homini1: la caccia dell'uomo all'uomo era cominciata. L'imperatore gli pass accanto e, dietro di lui, molto vicino, un tribuno della guardia, ma tutti gli altri erano rimasti indietro.

Fermate gli altri da qui! bofonchi mentre usciva correndo all'inseguimento dell'imperatore e di quel tribuno, accompagnato da un secondo gruppo di disertori.

Liviano vide vari disertori posizionarsi davanti a lui.

Fatevi da parte, per Giove! Spostatevi! url il prefetto del pretorio, ma quelli non si mossero di un passo, anzi, brandirono le fuscinae minacciosamente. Liviano non aveva intenzione di fermarsi. Tutto era confuso nella sua mente, e tutto stava accadendo troppo rapidamente, senza poter pensare. Peggio ancora. Senza poter dare ordini. Spron il suo cavallo contro uno di quei maledetti disertori e lo disarm, ma mentre stava per scappare dal resto dei traditori, un tridente venne conficcato nel ventre del suo cavallo e l'animale nitr con furia selvaggia. Il prefetto del pretorio cadde a terra, ma fu rapido a spostarsi di lato prima che l'animale gli imprigionasse la gamba. Liviano allora balz in piedi. Si dimentic della lancia e sguain la spatha.

La guardia! Con l'imperatore! Con l'imperatore! grid a squarciagola, cercando di evitare che i suoi uomini commettessero l'errore di difenderlo dimenticandosi del Cesare. Questo era, senza dubbio, ci che volevano quei miserabili.

Aaah!

Liviano aveva appena ucciso uno dei disertori e si dirigeva verso gli altri, ma erano in troppi. Era disperato: i disertori avevano conficcato i loro tridenti in altri cavalli e ben presto una mezza dozzina di pretoriani fin a terra, cominciando a combattere contro quei maledetti. E l'imperatore era senza guardia imperiale. I suoi singulares, i migliori cavalieri dell'Impero, si erano lasciati sorprendere stupidamente in un'imboscata di traditori.

Qui, Cesare!

Qui!

I pressores continuavano a gridare, ma non c'era nessun animale in fuga. Solo uomini armati di tridenti e coltelli. Nient'altro. Era tutto troppo strano. Finalmente, Marco Ulpio Traiano intu di essere in pericolo. Allora tir piano le redini e Niger rallent subito la sua marcia.

L'imperatore riflett rapidamente. Di quanto si era allontanato dal grosso della guardia? Cento passi? Mille? Niger era molto veloce. Forse troppo. Si volt. Cerc i cavalieri pretoriani, ma c'era solo Aulo. Intorno a lui, una mezza dozzina di disertori lo fissavano con sguardi pieni di odio, rabbia e desiderio per il premio che si sarebbero guadagnati. Il Cesare cap tutto in quell'istante. E si sent l'essere pi stupido del mondo. Prov disprezzo per se stesso, per essersi lasciato ingannare e intrappolare cos facilmente, ma subito una domanda inizi a farsi largo nella sua mente: chi aveva ordito tutto ci? Tuttavia l'urgenza del momento non gli permise di ipotizzare una risposta. Uno dei disertori aveva lanciato un tridente contro di lui mentre un altro cercava di conficcare il suo nel ventre del cavallo. Niger, abituato a schivare i colpi degli aurighi avversari e delle quadrighe delle altre squadre, acceler con tale energia che quasi l'imperatore perse l'equilibrio, ma Traiano riusc a spostare rapidamente il dorso in avanti e a mantenersi in sella. Niger galopp tra gli alberi evitando i rami, e il Cesare temette che si allontanasse verso nord. Tir le redini ma l'animale non obbed. Ricord allora le parole dell'auriga.

Dextrorum, dextrorum! grid, e il cavallo automaticamente vir verso destra allontanandosi in direzione est.

All'improvviso apparvero dei disertori alla sua destra.

Ad laevam! E Niger, con grande agilit, volt a sinistra.

Quel cavallo gli stava salvando la vita. L'imperatore cap che solo con quel magnifico animale avrebbe potuto scappare da quella trappola, ma proprio in quell'istante una rete apparve sul suolo davanti a loro. Niger non pot fare altro che bloccarsi di colpo. Nitr, e l'imperatore, per la troppa spinta, sbalz da cavallo. Cadde sulla terra umida della Mesia Superiore, che ammortizz l'impatto. Il bosco lo avvolgeva completamente.

Traiano aveva battuto la testa. Ebbe un capogiro e perse i sensi, o questo credette; un istante forse, o molti di pi. Si alz pi rapido che pot. Aveva la vista annebbiata, perci si limit prima a sguainare e poi a brandire la spatha con entrambe le mani, come un andabata, e comprese come dovevano sentirsi i condannati a morte nell'Anfiteatro Flavio, obbligati a lottare con un elmo con la visiera sigillata, come ciechi. Un disertore gli si avvicin brandendo uno di quei tridenti mortali. Era intelligente e non si permise la stupidit d'insultare l'imperatore, tacendo per non rivelare la sua posizione. Traiano, ancora accecato dalla botta in testa, si muoveva da una parte all'altra con la spada in mano. Intuiva la presenza del nemico per non poteva vederlo. Non poteva vederlo.

A me la guardia! grid disperato. Sudava copiosamente per la tensione.

Il disertore si avvicinava sempre di pi. Camminava piano, guardando di tanto in tanto per terra per non pestare rami o mucchi di foglie che potessero rivelare al Cesare la sua posizione. Si sentiva vittorioso e inizi a sorridere.

Traiano grid di nuovo. A me la guardia!

Ma c'era solo silenzio attorno a lui. Niger aveva cavalcato cos veloce che neppure Aulo era riuscito a seguirlo. Il traditore era a soli tre passi da lui. Aspettava il momento in cui l'imperatore si fosse voltato per ucciderlo come un cane. E Traiano si volt, il disertore bilanci il tridente diretto al cuore del Cesare...

Un cavallo nitr. Il disertore, sorpreso, si volt di scatto per vedere cosa stesse succedendo. Era il cavallo dell'imperatore. Nel voltarsi il traditore pest un ramo. Il suono avvert Traiano della sua posizione, e cos il Cesare, pur senza vedere bene, colp la zona da dove proveniva il rumore con la sua spatha.

Aaah!

Il disertore perse l'intero braccio e si allontan urlando di dolore, sanguinando atrocemente dal moncone amputato.

Il Cesare cominci a recuperare un poco la vista, ma vedeva solo macchie. Distinse due ombre. Due disertori che gli si avvicinavano, procedendo in modo lento e circospetto... Uno veniva da destra e l'altro da sinistra. Pur cominciando a vederci sempre meglio, l'imperatore non poteva farcela contro due contemporaneamente, e non aveva un albero vicino con cui proteggersi le spalle. D'improvviso ebbe un'idea. Niger, il suo cavallo fedele, era al suo fianco. Traiano decise di scontrarsi con il disertore che veniva dalla sua destra.

Ad laevam, ad laevam! grid il Cesare mentre affrontava il disertore sul lato destro, confidando che il cavallo facesse la propria parte voltandosi verso sinistra.

Il disertore alle spalle dell'imperatore approfitt del momento per lanciarsi contro di lui, ma si scontr di colpo con il cavallo che si era spostato a sua volta. Il traditore us il tridente, ma Niger si sollev, immenso e potente, sulle sue zampe posteriori, e con gli zoccoli anteriori lo colp in piena faccia. Fu un colpo secco, definitivo. Perfetto.

Il disertore cadde immediatamente.

Intanto Traiano era riuscito ad allontanare il traditore che gli si era avvicinato, il quale fugg nella speranza che altri congiurati accorressero ad aiutarlo. Erano solo un mucchio di maledetti codardi.

Quando l'imperatore si volt, vide Niger accanto al cadavere dell'altro disertore. L'animale lo aveva ucciso con quel colpo secco.

Molto bene disse Traiano. Tu e io rimaniamo insieme, Niger, finch non arriva la guardia.

All'improvviso si udirono nuovi passi. Traiano ora ci vedeva perfettamente. Un altro disertore era emerso dal sottobosco che li circondava. Era il loro capo, colui che si era presentato col nome di Decimo. Da destra e da sinistra ne comparvero altri. Tutto peggior in un istante, e Traiano cap che il cavallo, per magnifico che fosse, non poteva bastare.

Qui la guardia! Attaccano l'imperatore! Era la voce di Aulo.

Traiano lanci un'occhiata alle sue spalle per un attimo e vide che il tribuno lo aveva finalmente raggiunto ed era smontato da cavallo per proteggerlo.

Dobbiamo resistere finch non arriva Liviano disse il Cesare, che stava recuperando a poco a poco anche la capacit di prendere decisioni.

S, Cesare rispose Aulo.

Niger nitr di nuovo. L'imperatore, che aveva distolto lo sguardo dal capo dei disertori per rivolgersi ad Aulo, si volt ancora una volta per caricare il nemico.

Decimo si lanci all'attacco brandendo il tridente, ma Traiano riusc a proteggersi con la spada. Gli mancava lo scudo, ma non era usuale portarlo a caccia. Ud i colpi del ferro sulla sua spada. Anche il tribuno combatteva bene. Doveva sperare che Aulo sapesse difendere la posizione e lui doveva fare lo stesso. Dipendevano l'uno dall'altro finch non fosse arrivato Liviano. Dov'era il resto della guardia? Si udivano grida di scontri tra gli alberi, da ogni parte. Da ogni lato il bosco parlava all'imperatore con urla di dolore e imprecazioni agli dei.

Decimo si gett all'indietro. Aveva fretta, ma la presenza di quel tribuno aveva complicato tutto. Quel miserabile sapeva combattere.

Uccidete il pretoriano! Finitelo una volta per tutte, per Marte! esclam il capo dei disertori.

E tre di loro saltarono addosso ad Aulo, ma questi si difese con maestria manovrando la sua spada contro i tridenti degli avversari, con l'energia dei migliori guerrieri di Roma. Una delle fuscinae vol in aria e il suo possessore si allontan per cercare di recuperare l'arma. Gli altri due cercarono di attaccare di nuovo. Se Aulo fosse stato solo si sarebbe spostato, ma avendo dietro di lui la schiena dell'imperatore, non poteva arrischiarsi, cos una volta ancora us la spada per allontanare i tridenti. Ci riusc, e nel momento in cui i disertori tornarono a puntare le fuscinae contro di lui, Aulo fece un passo avanti e con un colpo perfetto tagli la gola di uno di loro con la punta della spatha. Approfitt dello slancio della spada trattenuta a due mani per colpire con la stessa punta gi insanguinata la fronte dell'altro disertore. Entrambi caddero a terra.

Intanto Traiano era riuscito ad abbattere gli altri nemici, ma aveva ancora davanti a s Decimo, che lo guardava intensamente ma senza avvicinarsi, come il cacciatore che studia con prudenza la sua preda prima di catturarla. Teneva d'occhio anche il cavallo dell'imperatore, un animale che aveva imparato a temere, ma Niger si manteneva a una certa distanza dal combattimento degli uomini, incapace ormai d'intervenire tra tante spade e tridenti.

Traiano era fuori di s, furioso, desideroso di lanciarsi contro quel maledetto Decimo con tutta l'anima, per inseguirlo fino a ucciderlo, ma aveva gi commesso abbastanza stupidaggini per quel giorno e sapeva di dover restare vicino al tribuno. Finch, come allora, questi si mostrava capace, aveva una possibilit di sopravvivere all'imboscata. In seguito ci sarebbe stato anche il tempo per uccidere quello spregevole Decimo. E tutti i congiurati.

Liviano combatteva dall'alto di un nuovo cavallo che gli avevano fornito i suoi uomini, ma erano circondati da reti ed era impossibile avanzare. Avvicinarsi all'imperatore per poterlo difendere era la priorit assoluta, ma non ci riuscivano. Erano bloccati l, tra quei giganteschi faggi, accerchiati da disertori che sbucavano da ogni parte. Ne avevano uccisi molti, forse una dozzina, forse venti, ma ne restavano ancora parecchi. Liviano aveva contato fino a quindici pretoriani con lui. Gli altri erano probabilmente disseminati per il bosco, forse qualcuno morto, attaccato di sorpresa da quei traditori. Quanti pretoriani erano con l'imperatore? Quanti oltre ad Aulo? O forse c'era solo Aulo con lui?

Per Marte! Uccidete quei cani! gridava Liviano combattendo ferocemente contro due disertori che cercavano di disarmarlo per la seconda volta maneggiando i tridenti. Uccideteli tutti!

Restavano tre disertori vicino all'imperatore in quella remota radura del bosco: due di fronte ad Aulo, perch nel frattempo ne era arrivato un altro, pi robusto, un veterano, e poi Decimo di fronte all'imperatore. Aulo e Traiano continuavano a rimanere schiena contro schiena, con la speranza che arrivasse presto il resto della guardia, ma il tempo sembrava essersi fermato in quel faggeto dei territori del Nord.

Aulo improvvisamente sorrise. Arrivavano due pretoriani. Erano armati ma insanguinati. Avevano dovuto farsi strada fin l a colpi di spada. Not che uno dei due disertori che aveva di fronte, quello che sembrava pi vecchio, aveva intuito dal suo sorriso che qualcosa stava accadendo alle sue spalle e si scost fino a scomparire. Aulo si maledisse per aver sorriso mettendo in guardia il nemico, ma non aveva tempo per i rimproveri. L'altro disertore gli si stava gettando addosso e doveva difendersi. Preso nella lotta corpo a corpo non pot vedere cosa accadeva ai due compagni pretoriani che erano arrivati e al disertore scomparso.

Per tutti gli dei! esclam il disertore contro cui lottava Aulo, mentre lui gli trafiggeva il cuore.

Il tribuno estrasse la spada e torn a voltarsi in cerca dei due pretoriani che erano accorsi per aiutarli, ma li vide a terra, morti, e accanto ai loro cadaveri il disertore veterano, che guardava verso di lui e l'imperatore.

Che cosa succede? chiese Traiano e, convinto che Decimo fosse retrocesso abbastanza, os voltarsi indietro per un istante. Vide i cadaveri dei traditori uccisi da Aulo, ma anche i corpi dei due pretoriani. Tutto era ancora in gioco. Di fronte al tribuno restava un disertore, senza dubbio colui che aveva assassinato i due pretoriani.

L'imperatore lo riconobbe: era l'uomo che aveva detto di chiamarsi Marzio, quello che la notte precedente gli era parso familiare. Lo conosceva davvero? Domande inutili in quel momento. Quando torn a guardare di fronte a s trasal: Decimo era scomparso. Dov'era quel miserabile? Dove?

Marzio estrasse il tridente dal corpo del secondo pretoriano che aveva appena ucciso. Lo fece con la destrezza dell'esperienza. Quelli non erano i primi pretoriani che uccideva nella sua vita. Non aveva avuto tempo per pensare n per decidere. Tutto stava accadendo esattamente come aveva predetto Decimo. Il traditore si era nascosto. Sarebbe riapparso appena si fosse presentata l'opportunit di uccidere il Cesare. Di questo Marzio era sicuro. Guard indietro. Non arrivavano altri pretoriani. Dalle grida provenienti dal bosco s'intuiva che gli scontri erano a cinquecento passi da l. Per il momento erano solo loro: quel tribuno, l'imperatore, lui stesso e Decimo, come sempre nascosto dietro a qualche ombra dei giganteschi alberi, testimoni muti della follia umana.

Gladiator! Ricordati di tua moglie! grid Decimo da dietro un faggio.

Lo disse in dacico. Marzio non si era dimenticato di Alana neanche per un momento. N di Tamura. Avanz verso il tribuno.

Aulo si piant tra Marzio e l'imperatore di Roma. Traiano si guardava intorno cercando di capire da dove provenisse quella voce che gridava nella lingua del nemico per comunicare con l'altro disertore, con quel Marzio. Cosa gli stava dicendo?

Ricordati di tua figlia!

La voce di Decimo penetrava come una daga nella mente di Marzio. Davanti a lui quel tribuno e, dietro, Marco Ulpio Traiano. Il gladiatore torn a incrociare lo sguardo con quello dell'imperatore del mondo e, s, riconobbe in quegli occhi lo sguardo incontrato anni prima, dimenticato quasi completamente col trascorrere dei giorni, dei mesi, delle stagioni e dei feriti, delle lotte, dei morti. Lo sguardo dell'imperatore ricondusse Marzio a un mondo infinitamente pi piccolo, pieno di strade pericolose e oscure, quando lui e Attilio correvano come folli per la Suburra, con gli stomaci vuoti, in cerca di qualunque cosa da poter rubare, per mangiare, per sopravvivere un giorno in pi, solo un giorno in pi. Senza progetti, senza futuro, senza un passato che meritasse d'essere ricordato perch fatto solo di fame, di morte, di miseria. E Marzio ricord quel fruttivendolo meschino, e i suoi colpi assassini, e Attilio divincolarsi a terra cercando di sottrarsi alla morte che incombeva su di lui; e ricord, s, con chiarezza, nitidamente, che quegli occhi ora spaventati dietro le spalle di Aulo, erano gli stessi occhi, lo stesso sguardo che si era messo in mezzo tra il suo amico e l'ingiustizia spietata, e che, in definitiva, li aveva salvati da una morte certa, in quel terribile giorno. S, Marzio lo sapeva: doveva la sua vita all'imperatore... gliela doveva... e tuttavia... Ricordati di tua moglie, di tua figlia! Quelle parole vili, spietate, dolorose fino all'esasperazione, pronunciate da Decimo un migliaio di volte da quando avevano attraversato il Danubio verso sud, verso Roma, verso l'imperatore, continuavano a martellare senza sosta nella sua testa. Sembrava che il suo destino fosse quello e non un altro: uccidere imperatori.

Alana, Tamura, dove siete? Siete scappate o siete ancora prigioniere dei Daci?

Marzio, lacerato nell'anima, maneggiava il tridente con l'abilit letale del gladiatore vittorioso in decine di combattimenti impossibili. Nessuno poteva farcela contro di lui. Solo l'amore poteva fermarlo, controllarlo, manipolarlo, ma gli occhi di chi gli aveva salvato la vita durante la sua infanzia erano l, proprio dietro le spalle di quel tribuno pretoriano: se non fosse stato per quell'imperatore che doveva giustiziare per recuperare sua moglie e sua figlia, non sarebbe mai arrivato a continuare a sperare, a lottare e, infine, a incontrare Alana, a stare con lei e a lottare per lei, e ad avere Tamura. E ora si trattava di scegliere tra loro e quell'uomo. Alana e Tamura erano forse tra gli ostaggi sarmatici che erano riusciti a fuggire negli ultimi giorni, come aveva raccontato quell'optio accanto al fal? Stava per uccidere questo imperatore, quest'uomo che gli aveva salvato la vita in passato, per degli ostaggi che i Daci non avevano pi?

In quel momento si udirono rumori inconfondibili di zoccoli di cavalli. Poteva essere la guardia pretoriana o semplicemente trattarsi di cavalli senza cavalieri. Nessuno sapeva cosa stesse accadendo in quel bosco, chi stesse vincendo, chi stesse morendo. Tutto era in gioco.

Fatti da parte! disse l'ex gladiatore ad Aulo, ma questi neg con la testa. Fatti da parte, imbecille! Per Nemesi, fatti da parte! insistette Marzio, che aveva gi preso la sua decisione, definitiva, incontestabile.

Ma Aulo non era un pretoriano qualsiasi, era uno di quei soldati che crede nel suo dovere fino alla fine, fino alle sue ultime conseguenze.

Dovrai uccidermi per avvicinarti all'imperatore! grid con la nobilt del guardiano leale fino alla morte.

E Marzio comprese che non c'erano n tempo n modo per far ragionare quel pretoriano. Il gladiatore aveva deciso cosa doveva fare, ma ora sembrava impossibile riuscire a farlo. Non c'era tempo. La morte era l, tra loro. La dea Fortuna era contro l'imperatore di Roma. Questo era tutto. Marzio si ricord ancora una volta di Alana, e, come sempre, lei fu la risposta. Il gladiatore lasci cadere il tridente per concentrarsi sull'altra arma: raccolse il culter venatorius che lo stesso imperatore aveva ordinato che gli fosse consegnato, come a ognuno dei disertori, e lo fece roteare in aria per poi riprenderlo dalla parte della punta, letale e affilata.

Gli occhi dell'imperatore continuavano a guardarlo da sopra la spalla destra del tribuno. E, come avrebbe fatto la stessa Alana, esattamente come la ragazza gli aveva insegnato a fare, il gladiatore dei gladiatori lanci il coltello da caccia con forza e slancio precisissimi. E il culter vol, inarrestabile, perfetto, irrimediabile, percorrendo come una freccia letale lo spazio tra Marzio e Aulo, senza opposizione alcuna. Seguendo il suo percorso fatale sopra la spalla del tribuno terrorizzato che, giratosi, scopr che il coltello si era conficcato con un colpo secco e un'esplosione di sangue nel cipiglio dello sguardo sbalordito che stava alle sue spalle. E quegli occhi increduli caddero all'indietro mentre si udiva un grido soffocato.

Niger, impotente, si alz ancora una volta sulle zampe posteriori e nitr al vento del Nord. E di colpo, in tutto il bosco, ci fu solo silenzio.

Tempio di Vesta, Roma

Nooo! Noooooo! gemette Menenia in un sussurro soffocato, rotto da un dolore e da una rabbia inimmaginabili. E s'inginocchi, si accucci come un bambino prima di nascere, mentre ripeteva quel lamento pi e pi volte. Nooo! Nooo!

La fiamma sacra di Vesta si era spenta.

L'imperatore era morto.

Drobeta

Uno dei metallarii entr nella tenda dell'architetto.

Che cosa succede? chiese Apollodoro di Damasco.

Abbiamo finito la pietra.

L'architetto scosse la testa. Proprio ora che avevano terminato il diciottesimo pilastro e che la tura del diciannovesimo era pronta per essere usata. Allora dovremo trovare un'altra cava disse con una certa irritazione.

S, replic il metallarius e l'abbiamo trovata.

Allora? Perch m'infastidisci?

 parecchio lontana.

Quanto?

Un giorno, con i carri carichi rispose l'operaio.

Un giorno. Apollodoro si morse il labbro inferiore. Questo avrebbe ritardato, ancora una volta, la conclusione dell'opera. Suppongo non abbiate trovato nulla di pi vicino comment.

Se vogliamo una pietra che possa sostenere il peso della struttura del ponte che stai costruendo, no. Vicino c' solo della pietra peggiore.

No, no. Non possiamo rischiare. I pilastri di pietra devono resistere per secoli, per sempre. Ci che sto costruendo non croller mai, n per la forza del fiume n per quella degli uomini. Non  stato ancora inventato qualcosa che possa far crollare un pilastro o una colonna che io ho eretto. Andremo pi lontano per la pietra, nel luogo che hai scelto.

Il metallarius annu e usc dalla tenda. Poco dopo Apollodoro si alz e usc anche lui. Appena varc la soglia vide il cielo coperto. Un tuono risuon in lontananza e moltissimi uccelli emersero volando dagli alberi dall'altro lato del fiume. Era stato uno strano tuono e gli uccelli volavano enigmaticamente nervosi, da est a ovest, dalla sua destra alla sua sinistra. Poich lui guardava verso Nord, ed essendo un greco, sapeva che ci era indice di buon auspicio. Per i Romani, tuttavia, se gli uccelli venivano da destra significava cattivo presagio, poich gli augures degli imperatori guardano verso Sud e, da quel punto di vista, gli uccelli venivano da sinistra. Forse stava per accadere qualcosa di buono e qualcosa di cattivo allo stesso tempo. La vita non  sempre cos?

Apollodoro scosse la testa: non aveva tempo per gli auspici n per le divinazioni. I suoi problemi erano altri. Inizi a incamminarsi verso il cantiere. In mancanza della pietra avrebbero cominciato a lavorare alla tura del ventesimo pilastro. L'imperatore avrebbe avuto il suo ponte. A ogni costo.

Apollodoro di Damasco non aveva nemmeno pensato che forse il ponte non sarebbe mai stato visto da colui che ne aveva ordinato la costruzione.

1. L'uomo  lupo per l'altro uomo, frase tratta dall'opera di Tito Maccio Plauto Asinaria.

14

QUIS ES TU?1

Boschi della Mesia Superiore
Primavera del 105 d.C.

Era come se tutto si fosse fermato, sospeso nell'aria, immobile. Aulo segu con lo sguardo il tragitto fatale del coltello del disertore. Il pretoriano vide l'imperatore alle sue spalle, alla sua destra, mentre dietro al Cesare emergeva la figura oscura dell'altro traditore, che avanzava col suo culter sollevato nella mano destra. Era Decimo, il capo dei disertori, che a tradimento si avvicinava all'imperatore per affondare il coltello nel suo corpo e finirlo; ma il culter da caccia dell'altro traditore vol con una precisione tanto incredibile quanto perfetta, pass sopra la spalla sinistra di Aulo, a lato dell'imperatore, e segu sibilando la morte, sottile e penetrante, fino a conficcarsi nella fronte del disertore che stava per assassinare il Cesare.

Decimo mor con un'assurda smorfia di sorpresa sul volto. Cadde di schiena, per la brutale forza del coltello lanciato da Marzio, che spinse la sua fronte, e con essa la testa e tutto il corpo, all'indietro. Decimo cadde senza abbandonare la sua arma affilata. Il corpo sbatt contro il fogliame del bosco, che ammortizz il tonfo del cadavere. Come un sacco di grano che cade da un carro, come un cesto di sale che si rovescia. Decimo mor pensando a quanto fosse stato vicino a ottenere una vita di lusso sfrenato e senza sapere perch quel gladiatore avesse fatto ci che aveva fatto all'ultimo momento. Mor pensando che i Daci avrebbero ucciso sua moglie e sua figlia e che il Cesare avrebbe ucciso anche lui per aver partecipato a quella congiura. Decimo se ne and da questa Terra riversando rabbia, odio e meschinit, ma senza nemmeno poter pronunciare una maledizione.

Aulo si volt di nuovo per affrontare il disertore che aveva appena giustiziato il suo capo, poich tanta perfezione nel lancio era propria solamente di un'esecuzione. L'ex gladiatore guardava a terra ed era rimasto disarmato: aveva gettato il culter e non fece nulla per cercare di recuperare il tridente. Semplicemente rimaneva l, come pietrificato.

Arrivarono allora sei, sette, dieci, una quindicina di pretoriani a cavallo. Molti di loro ricoperti di sangue. Liviano era davanti a loro, spaventato, poich il Cesare, proprio alle spalle di Aulo, aveva le braccia insanguinate.

Non  niente, sto bene disse Traiano, interpretando lo sguardo preoccupato del prefetto del pretorio. Sono solo segni del combattimento. Sto bene.

Liviano annu e smont da cavallo mentre spiegava cos'era accaduto.

Si sono lanciati contro di noi, ma credo che ne abbiamo uccisi la maggior parte, anche se qualcuno forse  riuscito a fuggire.

In quel momento si sentirono decine, centinaia di zoccoli di cavallo e, all'improvviso, da dietro gli alberi, apparvero altri pretoriani armati, che cercavano ansiosi la figura del Cesare. Era Lusio Quieto con il grosso della guardia imperiale.

Sto bene ripet Traiano ripulendosi il sangue dalle braccia. Non se ne era reso conto fino a quel momento, ma lo avevano ferito su entrambe le braccia con i tridenti. Nulla di grave. Il dolore pi profondo era all'orgoglio.

Lusio Quieto smont. Sguain l'arma e si avvicin a Marzio. Alz la sua spatha per assestargli un colpo mortale. Non gli importava uccidere a tradimento. Avrebbe ucciso un cane traditore come quel Marzio in modo ignobile, senza esitazioni. Covava tanta rabbia che non intendeva n domandare n chiedere il permesso, n trattenersi.

Tempio di Vesta, Roma

Menenia smise di piangere. L, sola, in mezzo a quella sala buia, voleva solo morire. Non le importava che la punissero perch la fiamma si era spenta durante la sua vigilanza. Sentiva solo il dolore per la morte del Cesare. Aveva gli occhi chiusi, ma percep un fiammeggiare. Li apr: la fiamma di Vesta ardeva di nuovo e lo faceva con la forza del passato, con un vigore incontenibile che presagiva molti anni di potere e vita per Roma. Menenia non stava capendo pi nulla, ma continu con il suo pianto, ora lacrime di felicit, nelle quali si confondevano la paura, l'orrore e il panico appena provati.

Mesia Superiore

No, Lusio! No! grid l'imperatore, ma l'odio del suo secondo era incontrollabile e la spada di Quieto avanzava diretta al collo di Marzio.

Il gladiatore restava immobile, come se attendesse il suo destino con gratitudine, ma dal pi profondo del suo essere arrivava anche ci che gli avevano trasfuso a forza durante quegli allenamenti interminabili alla scuola dei gladiatori di Caio: in un altro tempo, in un'altra vita, ma che, tuttavia, continuava a fluire nelle sue vene. Marzio, in un baleno, quasi inconsciamente, si chin. La spada di Lusio Quieto pass sopra la sua testa senza nemmeno sfiorarlo, come se fosse una falx dacica che cercava inutilmente di falciare la testa del nemico, del traditore. L'ex gladiatore si volt mentre si chinava e immediatamente si rialz lanciandosi violentemente all'attacco contro Lusio Quieto.

Il grande legatus nordafricano, capo della cavalleria imperiale, sorpreso dai rapidi movimenti del disertore, non ebbe i riflessi per posizionare la spada in modo da ferire il suo attaccante e cadde rovesciato. Allora Aulo e vari altri pretoriani si avvicinarono a Marzio con le spade, pronti per ucciderlo immediatamente.

Fermatevi tutti, per Giove! grid di nuovo l'imperatore. E lo fece con tanta forza che tutti si fermarono.

Marzio si separ da Lusio Quieto e rimase in piedi, accerchiato dall'intera guardia pretoriana. Il legatus nordafricano si rialz, scrollandosi di dosso la polvere e le foglie secche del bosco, pi rabbioso di prima ma dominando ormai il suo odio, sottomesso, e felice di esserlo, agli ordini di Marco Ulpio Traiano.

Quest'uomo ha ucciso il capo dei disertori disse l'imperatore avvicinandosi lentamente a Marzio. Ci che non so  perch, ma non uccidetelo.

Liviano e Quieto, confusi, guardarono Aulo, l'unico di loro che era rimasto insieme all'imperatore per tutto il tempo e che poteva confermare se il Cesare fosse impazzito o perfettamente cosciente. Aulo annu rapidamente. Gli sguardi di Liviano e Quieto mutarono in un istante e cominciarono a esprimere, come l'imperatore, pi confusione che rabbia.

Che cosa  successo qui? chiese Traiano. Qualcuno pu spiegarmi che cosa  successo qui?

Decebalo ha inviato questi disertori per uccidere il Cesare rispose Lusio Quieto facendosi avanti rispetto agli altri. E raccont di come avesse continuato a sospettare dei disertori, dell'interrogatorio agli altri ufficiali e della confessione di uno di loro.

Decebalo ripet Traiano, senza smettere di camminare intorno a Marzio. Questo spiega molte cose, in effetti. Cos, in fin dei conti, quelli erano ancora disertori.

S, augusto conferm di nuovo Lusio. La vestale aveva ragione: la vita dell'imperatore era in pericolo.

Traiano annu. Menenia lo aveva avvertito e, tuttavia, doveva la sua vita non alla vestale, e nemmeno alla sua guardia pretoriana, ma a uno di quei disertori. L'imperatore si ferm di fronte a Marzio. Lo guard negli occhi. Tutti aspettavano attenti.

Quis es tu? domand.

Marzio voleva rispondere rapidamente ma si rese conto che non sapeva bene cosa dire. Chi era lui? Cos'era? Un romano? Un disertore? Un sarmata? Finch di colpo seppe cosa rispondere.

Sono un gladiatore. Solo questo. Un gladiatore.

Traiano mosse il capo affermativamente, prendendo per buona quella risposta. Era chiaro che quell'uomo non combatteva come uno qualsiasi, ma come qualcuno perfettamente addestrato. Non aveva mai visto un uomo disarmato atterrare Lusio Quieto, ancor meno quando il legatus brandiva la sua spada.

Perch hai partecipato a questa congiura per uccidermi? domand allora l'imperatore.

Perch tengono in ostaggio mia moglie e mia figlia.

Chi?

I Daci.

Traiano annu di nuovo. Il sangue ricominciava a fuoriuscire da una delle ferite agli avambracci. Mise il palmo della mano sopra alla ferita per trattenere l'emorragia.

Allora... perch non mi hai ucciso e invece hai ucciso chi stava per pugnalarmi alle spalle? chiese il Cesare.

Marzio lanci un lento sospiro prima di rispondere.

Perch io sono uno di quei bambini che rubavano mele nella Suburra, in passato, molto tempo fa, e quindi mi salvasti la vita. La mia e quella del mio amico.

Traiano inspir profondamente mentre piegava la testa indietro; poi annu in modo evidente. Fu in quell'istante che lo riconobbe.

Tu disse l'imperatore, pronunciando la parola lentamente. Tu, infatti, eri uno di quei bambini. Ora ti riconosco, per Giove! Gli stessi occhi, anche se...  possibile che ci siamo visti anche in altre occasioni?

 possibile disse Marzio.

Cal un breve silenzio. L'imperatore stava riflettendo.

E tua moglie e tua figlia? domand allora Traiano. Ora le uccideranno.

Ieri notte ho udito una conversazione tra legionari: raccontavano che una colonna dacica che portava con s donne e bambini sarmatici in ostaggio era stata attaccata, e che molti di questi erano scappati. O mia moglie e mia figlia erano tra quelli che sono scappati o sono morte. N i Daci n i Romani hanno fatto nuovi prigionieri. Spero ancora che siano scappate. In tal caso pi niente mi legava ai congiurati. E tu mi hai salvato la vita in passato.

E questo lo hai saputo ieri notte? Delle donne sarmatiche? chiese allora il Cesare.

S, augusto... rispose Marzio.

A Traiano non sfugg il fatto che il gladiatore, per la prima volta in quella conversazione, aveva usato l'appellativo opportuno per rivolgersi a lui. Tutto sembrava cominciare ad avere un senso, ma l'imperatore voleva sapere di pi. La curiosit dell'uomo  infinita, anche nelle circostanze pi inverosimili.

E che fine ha fatto il tuo amico, l'altro bambino?

Marzio questa volta tard un poco a rispondere, e il Cesare si rese conto di aver toccato un tasto dolente del passato di quell'enigmatico guerriero.

L'ho ucciso, Cesare, nell'arena dell'Anfiteatro Flavio.

Traiano guard Marzio con autentica ammirazione. Si trovava di fronte a un uomo imprevedibile, capace di dare il meglio e il peggio di s allo stesso tempo e, naturalmente, a un incredibile lottatore. In definitiva, un nemico temibile. Come ci era riuscito? Com'era sopravvissuto tutti quegli anni? L'imperatore abbass lo sguardo. Si udiva solo il nitrire dei cavalli della guardia pretoriana. La caccia era finita. Gli alatores e i vestigatores erano tornati sui loro passi e si avvicinavano al luogo dove si era concentrata la guardia imperiale. Tutti parlavano sussurrando. Il bosco si trasform allora in un mormorio di parole confuse, e al centro di quel mare di domande Traiano continuava a guardare a terra. Il sangue dell'avambraccio sembrava aver cessato di scorrere. Non era una ferita profonda, anche se non sarebbe stata una cattiva idea che Critone, il suo medico personale, le desse un'occhiata. Traiano aveva la sensazione che al pi presto avrebbe avuto bisogno di essere in piena forma per fare i conti con tutto ci che era appena accaduto, con i Daci e, in particolare, con il re Decebalo. L'imperatore alz lo sguardo e guard di nuovo Marzio.

Una vita per una vita. Io ti salvai quando eri bambino e tu mi hai salvato ora. Una vita per una vita. Dovrei lasciarti libero, ma hai partecipato a una congiura per cercare di assassinarmi e, anche se te ne sei pentito all'ultimo momento, hai ucciso due dei miei pretoriani. Hai anche attaccato uno dei legati. Non posso lasciarti andare, ma nemmeno condannarti a morte. Tacque un istante; stava riflettendo su quale fosse la sentenza pi giusta per quell'uomo. Tornerai all'Anfiteatro Flavio, Marzio, come gladiatore. Per la maggior parte degli uomini questa sarebbe una sentenza di morte, ma nel tuo caso forse avrai la possibilit di uscirne vivo. Se sei qui e sei stato un gladiatore, significa che ne sei capace. Forse potrai ripetere la tua impresa e recuperare la libert una seconda volta.

Marzio chiuse gli occhi e sospir. Pensava ad Alana e a Tamura. Se erano vive, Alana sarebbe stata in grado di proteggere la piccola. Riapr gli occhi.

 una sentenza giusta. Moriturus te salutat2, Cesare accett Marzio.

Traiano fece un cenno ad Aulo perch prendesse in custodia il gladiatore e lo portasse via. Il tribuno si avvicin per afferrarlo per un braccio, ma questi lo guard e Aulo ci ripens. Forse non era necessario costringerlo...

Seguimi disse allora il pretoriano e inizi a camminare, dandogli le spalle.

Marzio si mise a camminare dietro all'ufficiale, ma in quell'istante a Traiano venne un dubbio.

Un momento disse il Cesare.

Aulo si ferm, lo stesso fece Marzio, ed entrambi si voltarono a guardare l'imperatore.

Traiano fece un'ultima domanda al gladiatore: Se non avessi ascoltato quella conversazione sulla liberazione delle donne sarmatiche a nord del Danubio, ieri notte, avresti cercato di uccidermi? Se avessi pensato che tua moglie e tua figlia erano ancora ostaggi dei Daci, avresti seguito il piano iniziale?

Gli occhi di tutti i presenti si fissarono su Marzio, ma il gladiatore rest zitto.

Per un bel pezzo.

Traiano comprese allora quella risposta silenziosa.

Poche volte qualcuno gli aveva parlato con tanta chiarezza senza pronunciare una parola. Quel silenzio, di un uomo che era stato capace di uccidere perfino un amico nell'arena dell'anfiteatro, era tanto eloquente quanto sconvolgente. Solo allora Marco Ulpio Traiano si rese conto di quanto fosse stato vicino alla morte.

Marzio riprese la marcia sotto la custodia di Aulo.

All'improvviso si ud un terribile grugnito nel bosco e le grida di alcuni sfortunati.

Sembra che il nostro orso abbia attaccato qualcuno di quei miserabili disse l'imperatore e sorrise.

Dopotutto, era meglio che la grossa bestia continuasse a essere libera e compisse lo sporco lavoro di eliminare gli ultimi disertori che cercavano di sfuggire alla guardia pretoriana.

Un pretoriano condusse Niger accanto all'imperatore. Il Cesare accarezz il dorso dell'animale con gratitudine. Quel cavallo si era comportato bene. Se Niger non fosse stato cos veloce, coraggioso e leale, forse lui non sarebbe stato l, vivo. Se Celer non fosse stato inviato da Menenia al Nord per avvisarlo, lui non avrebbe mai avuto a disposizione un cavallo cos bravo nel momento pi pericoloso della sua vita. Se lui stesso non avesse salvato quel bambino indifeso in passato, ora sarebbe morto.

Un cavallo. Una vestale. Un gladiatore.

Casualit o segni degli dei?

Traiano guard allora Lusio Quieto.

Di' a Tettio che prepari tutto per alloggiare sette legioni. Noi torniamo a Roma.  il momento di attaccare. E preparate anche un corriere: voglio che il senato sia riunito per quando arriver in citt. Pi nulla, Lusio, assolutamente pi nulla potr trattenerci. Decebalo non ha ancora conosciuto la mia ira.

E mont Niger. Doveva ritornare rapidamente all'accampamento e scrivere un messaggio in codice. Longino doveva abbandonare Sarmizegetusa prima che il senato approvasse la nuova guerra.

Mentre Decebalo con la forza compiva azioni di aperto conflitto, con l'inganno e il tradimento per poco non riusc a uccidere Traiano. Invi in Mesia, infatti, alcuni disertori col compito di ucciderlo se in un modo o in un altro l'imperatore fosse stato avvicinabile, giacch per le esigenze della guerra, senza frapporre alcun limite, poteva giungere al suo cospetto chiunque volesse parlargli. Ma non riuscirono a mettere in atto il loro progetto, poich, arrestato uno di loro in seguito a qualche sospetto, quello, sotto tortura, rivel tutto il piano.

CASSIO DIONE, Storia romana, LXVIII, 11

1. Chi sei tu?

2. Colui che va a morire ti saluta. Marzio pronuncia al singolare il saluto dei gladiatori nell'arena.
...
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LIBRO Secondo.
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LA DECISIONE DI LONGINO.
...
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...
Anno 105 d.C.

(Anno 858 ab urbe condita, dalla fondazione di Roma)

Ducimur ut nervis alienis mobile lignum

Come marionette di legno

siamo guidati da muscoli esterni

ORAZIO, Satire, 2, 7, 82

15

L'ULTIMO TENTATIVO

Palazzo reale di Sarmizegetusa
Primavera del 105 d.C.

Mario Prisco aspettava in silenzio nella grande sala delle udienze del palazzo reale di Sarmizegetusa. Non c'era nessuno. Solo quattro guerrieri dacichi: due alla destra e due alla sinistra del trono vuoto.

Decebalo apparve dal fondo dell'enorme stanza, assieme a sei soldati che lo scortavano. Il re si sedette sul trono e le guardie daciche si posizionarono alle sue spalle. Prisco s'inchin davanti al re.

Traiano  sopravvissuto disse Decebalo.

Il vecchio ex senatore di Roma annu lentamente mentre cercava di calibrare il nervosismo del monarca dacico dopo quel fallimento. Quando gli era stato chiesto di ripresentarsi davanti a Decebalo, Prisco sapeva che se avesse trovato molta gente e un ambiente di festa avrebbe significato che la congiura aveva avuto il successo sperato. Quando vide che veniva ricevuto in una stanza semivuota ebbe quindi la certezza che qualcosa era andato storto. Forse tutto.

Il tuo piano, Mario Prisco,  fallito. Non dici niente? insistette Decebalo.

 un peccato, mio signore rispose il romano a bassa voce, quasi tremante.

L'imperatore di Roma, secondo quanto mi hanno riferito, sta riunendo un grosso esercito a sud del Danubio e ha convocato il senato continu il re. Sai perch Traiano vuole un esercito tanto grande presso la frontiera? E perch ha convocato il senato con tanta urgenza?

Mario Prisco deglut e si pass il palmo della mano sulla nuca. Inspirava profondamente. Faticava a respirare.

Penso che Traiano ci attaccher presto, molto presto continu Decebalo. Ne sono certo. Ora che sa che lo volevamo morto attaccher con ancora pi violenza, riunir pi truppe e sar pi pericoloso di prima. Io, al suo posto, lo sarei.

Non  detto che sappia che l'origine della congiura  la Dacia argoment Prisco tentando di tranquillizzare il re. L'imperatore, come tutti gli imperatori, ha molti nemici a Roma.

Se i suoi nemici a Roma sono maldestri come te, prevedo una lunga vita per Marco Ulpio Traiano, imbecille. E si alz dal trono. Hai il coraggio di dire che l'imperatore non sa che sono stato io a ordinare la sua morte? Credi forse che i disertori che abbiamo inviato non abbiano confessato sotto tortura? Mi credi tanto stupido da confidare nel coraggio di uomini che hanno tradito la loro patria?

Prisco chin la testa e fece un passo indietro. Decebalo aveva ragione: senza alcun dubbio, i disertori avevano parlato sotto tortura e raccontato tutto. In quel momento, Traiano era senz'altro al corrente del complotto per ucciderlo, e aveva ragione il re dacico nel dire che, sicuramente, l'imperatore avrebbe attaccato con maggior violenza dopo aver saputo che i Daci avevano cercato di assassinarlo.

Decebalo torn a sedersi sul trono.

Riesci a trovare una qualche ragione per cui io non debba ucciderti? chiese il monarca con la stessa tranquillit con cui si chiede se domani piover o meno.

C' qualcosa che pu fermare Traiano rispose subito Mario Prisco. Il re della Dacia ha in suo potere qualcosa che Traiano stima, solo che il re non lo sa.  qualcosa con cui si pu negoziare.

Ci fu un istante di silenzio. Il sovrano si gratt con l'indice la barba ispida.

Ti ascolto disse Decebalo. Dubito che mi convincerai, ma se lo farai, ti avverto, aggiunse inclinandosi in avanti mentre parlava questa  l'ultima opportunit che avrai per servirmi. Un altro errore e ti strapper le viscere con le mie mani.

16

SIEAAZTEREUXMGSI

Residenza del rappresentante imperiale a Sarmizegetusa
Primavera del 105 d.C.

Longino, una volta rimasto solo nel tablinum della sua residenza a Sarmizegetusa, srotol il papiro che un corriere imperiale gli aveva appena consegnato. Lo lesse con attenzione, in silenzio.

SIEAAZTEREUXMGSI

Rimase serio. Il messaggio era arrivato con un ritardo di varie settimane. I movimenti dei Daci a sud, le piogge e il cattivo stato di alcune strade avevano causato quel rinvio. Doveva ancora decifrarlo, ma dalle lettere poteva intuire di cosa si trattasse. Nonostante ci, da buon militare, opt per non trarre conclusioni affrettate. Traiano gli aveva detto che per comunicare tra di loro avrebbe usato il codice che Giulio Cesare utilizzava per i suoi messaggi pi personali.

Longino cont le lettere della strana parola. Erano sedici.

Annu.

Doveva dividere il messaggio in gruppi di quattro lettere. Prese un papiro bianco e il materiale per scrivere. Divise il lungo vocabolo in quattro segmenti. Ottenne la seguente serie di lettere in gruppi di quattro: SIEA, AZTE, REUX e MGSI.

Bene disse ad alta voce.

Fin qui tutto corretto. Quindi scrisse su un nuovo foglio di papiro il primo gruppo di lettere e sotto a questo la seconda serie nel modo seguente:

SIEA

AZTE

Poi annot sotto le due serie che rimanevano, mantenendo sempre allineata ogni lettera nella colonna, in modo da ottenere un perfetto quadrato di lettere nel modo seguente:

SIEA

AZTE

REUX

MGSI

D'accordo mormor di nuovo mentre eseguiva concentrato quel procedimento. Ora doveva riscrivere il messaggio, iniziando con la S e leggendo verso il basso la prima colonna di lettere, con la quale ottenne la seguente trascrizione:

SARM

Continu a leggere ora, sempre dall'alto verso il basso, la seconda colonna di lettere, ottenendo IZEG, e aggiunse queste lettere alle precedenti:

SARMIZEG

Ripet l'operazione con la terza colonna e ottenne ETUS, e lo stesso con l'ultima colonna, in cui pot leggere AEXI. Aggiunse queste sequenze a ci che aveva gi trascritto e ottenne la sequenza finale completa del messaggio di Traiano:

SARMIZEGETUSAEXI

Non restava che separare le parole. In questo caso solo due. Longino non aveva bisogno di nient'altro. Ed ebbe il messaggio finale:

SARMIZEGETUSA EXI

[Abbandona Sarmizegetusa]

Gneo Pompeo Longino si port le punte delle dita della mano sinistra alla fronte. Sapeva che quel messaggio poteva arrivare in qualsiasi momento ma, a essere sinceri, non se lo aspettava cos presto. Non immaginava che la situazione tra la Dacia e Roma fosse tanto peggiorata. Doveva essere successo qualcosa di molto grave sui confini, qualcosa che non poteva indovinare. Decebalo si era dimostrato misteriosamente contento nelle ultime settimane, nonostante avesse avuto bisogno di sequestrare donne e bambini sarmatici e rossolani per mantenere quei popoli fedeli al suo regno e nonostante la fuga di quel nutrito gruppo di disertori romani. Era accaduto qualcosa di grave. Solo questo poteva giustificare un ordine cos tassativo e senza ulteriori spiegazioni.

Longino rimase seduto l un istante, in silenzio, guardando le lettere, come se cercasse un errore nel modo in cui aveva codificato il messaggio, ma non c'era possibilit. Era semplice e diretto. Traiano voleva che partisse da l immediatamente e questo poteva significare solo che la guerra stava per scoppiare in qualsiasi momento.

Perch non ne aveva avuto il presentimento prima? A cosa aveva pensato per tutto quel tempo? Ci che pi gli dispiaceva era non rivedere pi Dochia...

Gneo Pompeo Longino batt le palpebre pi volte. Era stato talmente cieco, abbagliato dalla magnifica presenza della principessa dacica, che non aveva avuto occhi per nient'altro. Ora si rendeva conto del proprio errore. Solo un bambino o un imbecille avrebbero potuto cadere in una trappola tanto ovvia. Si era lasciato accecare da quegli occhi azzurri...

Dei colpi.

Si udirono dei colpi alla porta dell'atrio.

Erano gi l.

17

L'ESERCITO DI ROMA

Viminacium, Mesia Superiore
Ultimi giorni della primavera del 105 d.C.

Da diverse settimane erano fermi al confine col Danubio. Dalla torre dell'accampamento di Viminacium Tettio Giuliano poteva vedere le tende dei legionari, che si estendevano fino a creare un immenso mare di forze militari. Roma stava concentrando sette legioni, un esercito incredibile, vicino al Danubio, per la seconda volta in pochi anni. E non era chiaro se Traiano avrebbe convocato ulteriori truppe. D'altra parte il nemico era gi debilitato. Tettio Giuliano era convinto che fosse impossibile che Decebalo riuscisse a opporre tanta resistenza come nella guerra passata, per questo aveva cercato prima di uccidere Traiano e poi, in un atto disperato, aveva sequestrato Longino. Questo era il grande problema che dovevano affrontare ora: nonostante il Cesare avesse inviato un messaggio cifrato a Sarmizegetusa, affinch Longino abbandonasse la citt, il legatus della capitale dacica non aveva avuto tempo o intelligenza sufficienti per abbandonare la fortezza nemica prima di essere catturato. E il suo sequestro da parte di Decebalo complicava tutto. Inoltre, la notizia della prigionia di Longino per mano dei Daci era giunta contemporaneamente a un secondo messaggero da Roma, inviato dalla Vestale Massima, che informava l'imperatore di un cattivo presagio pronosticato da Plinio, senatore e amico personale dell'imperatore.

Qualcosa di terribile sta per accadere all'imperatore aveva comunicato il messaggero.

In un primo momento non gli avevano dato troppa importanza, poich tutti avevano pensato che il presagio di Plinio si riferisse alla fallita congiura per assassinare il Cesare, ma poi era arrivata la notizia da Sarmizegetusa: Gneo Pompeo Longino era stato preso in ostaggio e la sua vita sarebbe stata in pericolo se l'esercito di Roma avesse avanzato verso Nord.

L'imperatore esitava a muoversi. Traiano era tornato a Roma per convocare il senato e proclamare una nuova guerra, ma da quando aveva ricevuto la notizia del sequestro di Longino, dalla capitale era giunto un solo messaggio diretto a Viminacium: il silenzio. Per Tettio Giuliano, come per il resto dei legati, senatori, governatori delle province vicine e ufficiali di tutti i ranghi era evidente che il Cesare non voleva mettere in pericolo la vita di Longino. All'inizio tutti erano stati d'accordo con l'imperatore, ma, via via che passava il tempo e si perdevano settimane preziose senza pioggia, buone per la campagna militare, molti dei veterani della guerra di qualche anno prima avevano cominciato a ricordare quanto fosse stato duro combattere in inverno. Centurioni, tribuni, legati e, naturalmente, legionari, cavalieri e truppe ausiliarie avevano riposto le loro speranze in una spedizione rapida e breve, che potesse terminare prima dell'arrivo del freddo; ma l'imperatore rimaneva immobile, paralizzato, mentre i giorni di sole passavano uno dopo l'altro senza alcuna decisione. Tettio Giuliano aveva gi udito i commenti a bassa voce, le opinioni sull'assurdit di quell'attesa, ma senza un messaggio imperiale da Roma lui aveva le mani legate.

Discese dalla torre e si diresse di buon passo verso il praetorium di Viminacium.

Non potevano fare altro che aspettare.

Palazzo imperiale, Roma

Liviano, Sura, Nigrino, Celso, Palma e Adriano erano riuniti nel grande atrio contiguo all'Aula Regia del palazzo imperiale. Lusio Quieto irruppe frettolosamente. Intuiva l'apprensione di tutti per la pericolosa esitazione del Cesare e temeva che una decisione sbagliata dell'imperatore potesse indebolire il suo potere a Roma. Inoltre, Celso e Palma lo avevano informato che Traiano stava bevendo molto pi del solito. E l'imperatore aveva sempre bevuto in abbondanza.

Dobbiamo parlare con lui disse Palma a Quieto appena arrivato. Le legioni del Nord cominciano a innervosirsi per questo ritardo. Temono di dover combattere di nuovo con il freddo. Vogliono attaccare ora.

Lo so disse Quieto, e guard gli altri. Era evidente che tutti la pensavano allo stesso modo, in particolare Adriano.

Non possiamo trattenere sette legioni per un uomo sequestrato disse il nipote dell'imperatore.

Quieto non gli rispose. Il legatus nordafricano non avrebbe mai descritto banalmente Longino come un uomo sequestrato. Quieto aveva imparato ad apprezzare quell'invalido che Traiano stimava tanto. Forse non era il combattente pi abile a causa del suo braccio menomato, ma era coraggioso come pochi, leale all'imperatore ed efficace al comando. Non era un semplice uomo sequestrato.

 meglio che parli tu con lui disse Celso a Quieto con tono conciliatorio. Di tutti i presenti sei quello che  con lui da pi tempo. Sono sicuro che, almeno, il Cesare ti ascolter. Se vuoi possiamo entrare con te, perch capisca che non  l'iniziativa di uno solo, ma che tutti la pensiamo allo stesso modo.

Il nordafricano guard Sura che, essendo il pi anziano tra loro, doveva avere l'ultima parola.

Io aiutai l'imperatore durante il turbolento periodo della caduta di Domiziano, ma il Cesare oggi si fida pi di te disse il vecchio senatore. Devi essere tu a parlargli.

Quieto sospir profondamente. Guard il cielo di Roma. Era una splendida giornata di primavera. E i rapporti riferivano che anche nella Dacia i cieli si mantenevano sereni da varie settimane. Un'altra giornata serena perduta, un'altra giornata di ritardo nella campagna militare. Avevano ragione.

Decebalo stava ritardando le negoziazioni su una possibile liberazione di Longino perch l'attesa giocava a suo favore.

Andiamo, per Castore e Polluce disse incamminandosi verso la porta dell'Aula Regia.

Tutti si guardarono per un istante. Adriano fu il primo a seguire Quieto, poi lo fecero anche i restanti.

Aula Regia, palazzo imperiale

Marco Ulpio Traiano li vide entrare in principio con passo deciso, poi iniziarono a camminare pi lentamente. Solo Quieto mantenne lo stesso ritmo e per questo rimase avanti rispetto agli altri. Traiano sapeva perch si trovavano l e non era disposto a cedere. No, non avrebbe cambiato idea. Finch esisteva una sola possibilit di salvare la vita a Longino non avrebbe mosso un solo legionario da Viminacium.

Ave, Cesare cominci Quieto.

Traiano, dall'alto del trono imperiale, annu senza dire nulla. Li osserv con un'espressione seria.

Quieto rimaneva zitto. Cercava le parole adeguate, le migliori per esprimere il pensiero di ciascuno di loro senza ferire i sentimenti dell'imperatore. Adriano si fece avanti e, con sorpresa di tutti, parl per primo.

Dobbiamo attaccare... Cesare. Traiano lo fiss. Come sempre suo nipote tardava a pronunciare Cesare. Quel piccolo istante dubbioso rivelava all'imperatore l'ambizione di Adriano. Ma suo nipote continu. Stiamo perdendo tempo prezioso. Tutti pensano la stessa cosa, solo che non osano dirlo... Cesare.

E tu, Adriano, sei il pi coraggioso di tutti, non  vero? gli rispose suo zio con freddezza. Sempre coraggioso quando il nemico  debole, non  vero? Come con Vibia.

Quell'allusione alla vita privata di suo nipote fece tacere Adriano e, d'altra parte, spinse Quieto a intervenire, poich aveva notato che l'imperatore era parecchio ubriaco. Traiano non avrebbe mai pronunciato qualcosa di tanto personale in pubblico, se non fosse stato chiaramente oppresso dalla situazione.

Tutti, Cesare, cominci Quieto siamo rammaricati per il sequestro di Longino, e preghiamo gli dei per la sua liberazione, condividendo l'idea che si debba convincere Decebalo a consegnarlo vivo il prima possibile. Ma Adriano non  lontano dalla verit quando dice che sono molti quelli che credono che dovremmo avanzare con le legioni approfittando del bel tempo. Arrivano quotidianamente messaggeri da Viminacium che confermano che anche l il clima  eccellente. Le tormente sono finite giorni fa. Il Cesare non ha dato nemmeno l'ordine di costruire il ponte di chiatte per attraversare il fiume in quella citt. Se avanziamo dal centro della Dacia, a nord del Danubio, preoccuperemo ancor di pi Decebalo, e forse cos potremo negoziare con maggiore efficacia la liberazione di Longino.

Era un buon argomento. Sura, Celso, Palma e Nigrino annuirono.

Adriano non ha detto che questo  ci che pensano molti. Il Cesare si alz dal trono in cui era seduto e guardandolo negli occhi aggiunse: Adriano ha detto che questo  ci che pensano tutti. Per Giove!  cos? Tutti, assolutamente tutti, la pensano come lui? Tu pensi forse la stessa cosa? Ti sei forse gi dimenticato di Longino? Non del legatus, ma dell'amico?.

Quieto non arretr, anzi, fece un passo avanti. Tutti gli altri tacevano. Si udiva appena respirare.

Sono d'accordo con Adriano sul fatto che stiamo perdendo tempo prezioso per questa spedizione, ritardando l'ordine di avanzata: su questo siamo tutti d'accordo. Anche il Cesare stesso ne  consapevole, ma credo anche che potremmo intanto attraversare il fiume o, perlomeno, cominciare a costruire il ponte di chiatte, e continuare a negoziare con Decebalo, Cesare. Come ho detto prima, ritengo che anche questo potrebbe essere un modo efficace per ottenere la liberazione di Longino.

Traiano si risedette lentamente, come abbattuto, sconfitto.

Anche tu disse, e chiuse gli occhi per un momento. Allora sono solo in tutto questo.

Quelle parole ferirono oltremisura Quieto. Traiano aveva sempre apprezzato che si dicesse la verit, ma il sequestro di Longino aveva reso il suo comportamento irriconoscibile.

Sembra che tutti vi siate dimenticati che Decebalo ha inviato un messaggio in cui diceva chiaramente che avrebbe giustiziato Longino se avessimo attraversato il Danubio con le legioni insistette l'imperatore. Perfino tu, Quieto, sembri averlo dimenticato.

Il legatus nordafricano abbass la testa. Fu Adriano che os, ancora una volta, contraddire Traiano.

Esiste la possibilit che Decebalo non metta in pratica la sua minaccia...

Non interrompermi, nipote.  facile giocare con la vita degli altri, rischiare quando chi pu essere giustiziato  un altro, ma non importa ribatt Traiano guardando ora verso il tavolo che aveva davanti, ai piedi del trono, ricoperto di mappe e papiri con i messaggi del re dacico; non voleva perdere tempo a guardare negli occhi tutti coloro che avevano gi dato Longino per perso. Fa lo stesso. Non m'interessa ci che pensate. Le legioni rimangono dove sono, e nessuno costruir un bel niente sul fiume a Viminacium. Aspettiamo qui la risposta di Decebalo. Abbiamo inviato nuovi emissari. Non avanzeremo finch non assicurer la liberazione di Longino.

18

HELVA

Roma
Ultimi giorni della primavera del 105 d.C.

Anche Celer era rientrato a Roma ed era tornato a correre nel Circo Massimo. Questa volta senza Niger, che si trovava ben accudito nell'ippodromo del palazzo imperiale. Gli mancava, ma anche senza di lui ottenne una nuova vittoria.

Con denaro in abbondanza, ma con il cuore distrutto per l'impossibilit di stare con Menenia, il giovane auriga cercava sollievo nelle prostitute della Suburra. L era molto apprezzato, perch si mostrava generoso col denaro per il quale non trovava molti altri usi. Prov i migliori bordelli della citt. I suoi denari gli aprivano le porte dei locali pi esclusivi, per solo di mattina o pomeriggio, per evitare d'imbattersi in senatori o patrizi, i quali non sarebbero stati felici di sapere che giacevano con donne che andavano a letto anche con un infamis. Ma se Celer accettava d'essere discreto, i bordelli di Roma lo accoglievano a braccia aperte.

Tuttavia, il vittorioso auriga dei Rossi non trovava soddisfazione con alcuna, fino a che una notte, uscendo da una taverna, accompagnato da vari aurigatores e stallieri che gli facevano da scorta nelle pericolose strade di Roma, incontr una prostituta di strada. La giovane aveva, come tante altre, i capelli tinti di arancione, ma Celer vide altro in lei...

Aspettate disse a coloro che lo accompagnavano. Se fosse stato per lui, Celer avrebbe camminato sempre da solo, ma i patroni della corporazione dei Rossi non volevano che il loro migliore auriga facesse brutti incontri, cos avevano chiesto agli stallieri e agli aurigatores di proteggerlo per tutto il tempo. Dopo quel processo generato dagli Azzurri per condannarlo a morte sotto la falsa accusa di crimen incesti, i patroni della sua squadra temevano un nuovo stratagemma dei loro nemici.

Tutti si fermarono mentre Celer si avvicinava alla prostituta.

Sono quattro sesterzi disse lei facendosi di lato e invitando l'auriga a entrare.

Come ti chiami? chiese lui senza muoversi da dov'era.

La giovane tard a rispondere. Quella era una domanda poco frequente tra i suoi clienti. Helva disse dopo un istante di esitazione.

Anche la sua voce pens Celer e, deciso, varc la soglia.

Gli aurigatores e gli stallieri rimasero in strada a fare la guardia.

Celer avanz. Era piuttosto buio e non capiva bene dove doveva andare. Lei gli pass di fianco sfiorandolo con le sue braccia nude. All'auriga piacque quel primo contatto. Quella ragazza avrebbe dovuto essere in uno dei postriboli di lusso, ma la vita  strana e le persone finiscono in luoghi in contrasto con il loro aspetto o la loro condizione.

La ragazza cammin rapidamente e guid il cliente fino all'ultima porta del corridoio.

 qui disse, e scost una piccola tela che faceva da tenda.

Quella era tutta la discrezione che avrebbero avuto in quel luogo. A Celer non importava. Continuava a rimanere affascinato dal viso di Helva, dalla sua piccola figura, che gli arrivava appena alle spalle, e dalla sua voce, dalle sue braccia.

Devi pagarmi prima aggiunse la giovane.

Celer annu ed estrasse da un piccolo sacchetto che teneva legato alla cintura le quattro monete. Lei prese il denaro e cominci a svestirsi.

Quanto guadagni in un giorno, in un mese? chiese lui.

I seni della giovane erano scoperti. Stava per togliersi completamente la tunica, ma quella domanda la confuse di nuovo.

Sei venuto per parlare o per stare con me? chiese mentre incrociava le braccia sui seni, coprendosi con un pudore involontario. Se parliamo e perdiamo tempo dovrai pagarmi di pi.

Non ti preoccupare per il denaro. Voglio che tu ti tolga questo colore arancione dai capelli. Ci che desidero  vedere come sono i tuoi capelli naturali.

Per questo ci vuole tempo. Dovr lavarli. E dovrai pagarmi per questo tempo...

Quanto?

Helva era sempre pi confusa, ma i suoi occhi brillavano mentre pensava a cifre che mai avrebbe immaginato di pronunciare.

Ho bisogno di una... no... di due ore. In due ore posso guadagnare fino a tre denari...

D'accordo rispose Celer, ed estrasse dodici sesterzi in pi porgendoli alla giovane.

Tacquero per un po'. Lei and a prendere l'acqua e il sapone. Lui si accomod in quel letto improvvisato nell'angolo della stanza. Helva ritorn e cominci a lavarsi i capelli. L'acqua della bacinella inizi a tingersi di arancione man mano che il colore scuro compariva tra i capelli della ragazza.

Un centinaio di denari al mese disse lei improvvisamente. Questo  quanto guadagno.

Lui sorrise. Questo  ci che prendi, ma non  ci che guadagni. Dovrai pagare chi ti affitta questo cubiculum e l'uomo che ti protegge, e poi ci sono le tasse.

Lei fin di lavarsi i capelli e li avvolse in un asciugamano. Si sedette di fronte a lui. S, certo. Devo pagare venti denari ogni mese all'esattore delle imposte, e c' un uomo al quale devo dare anche di pi perch mi protegga dai clienti pericolosi. Questi se ne porta via quaranta, pi dieci per la stanza.

Ti rimangono trenta al mese concluse Celer.

S.

Togliti l'asciugamano.

La ragazza obbed. Davanti a Celer apparvero i suoi bellissimi capelli, neri, lisci, lunghi.

Avr io cura di te le disse l'auriga.

Helva non sapeva che dire n pensare. Quell'uomo era giovane, forte e bello e, almeno fino a quel momento, l'aveva trattata bene, dandole il denaro in anticipo, mentre lei aveva dovuto solo lavarsi i capelli. D'altra parte, non era cos semplice lasciare quella vita.

E l'uomo per cui lavoro? domand lei.

Lo pagher bene. Ti lascer in pace.

Sembrava tutto troppo semplice.

E l'esattore delle imposte? insistette lei.

Non sarai pi una prostituta, cos lui non avr pi il diritto legale di reclamare denaro.

Helva deglut. Temeva di fare l'ultima domanda, ma doveva verificare cosa si aspettava da lei quell'uomo.

E tutto questo... in cambio di cosa?

Devi solo fare con me ci che fai con gli altri uomini, ma d'ora in poi lo farai solo con me. Vivrai a casa mia e io mi prender cura di te.

Quel giovane non parlava di matrimonio, n lei se lo aspettava. Avrebbe continuato a essere una prostituta, ma di un solo uomo. Aveva udito che talvolta poteva succedere, che c'erano uomini che si affezionavano tanto a una prostituta da decidere di tenerla solo per s... Era strano che lui le offrisse di vivere nella sua casa, ma che importava? Nulla poteva essere peggiore della vita che conduceva.

D'accordo disse Helva.

19

IL MESSAGGIO DI ERMILO

Aula Regia, palazzo imperiale, Roma
Giugno del 105 d.C.

I legati erano riuniti con l'imperatore quando si ud un gran baccano all'esterno. Traiano non reag. Era come assente, osservava le mappe, un bicchiere di vino nella mano destra. E non era il primo della giornata, neanche lontanamente.

Lusio Quieto guard uno dei pretoriani che sorvegliavano la porta. Il soldato non ebbe bisogno che gli si impartisse alcun ordine. Usc immediatamente a vedere cosa stesse accadendo.

Lusio era a disagio. Traiano, per la prima volta da quando lo conosceva, dava segni di debolezza. E tutto per Longino. Quieto era anche sorpreso che, dopo le molte coppe di vino che aveva bevuto, l'imperatore avesse ancora la capacit di parlare e ragionare, seppur minimamente. Cosa lo legava in modo cos speciale a Longino? Erano stati davvero amanti come qualcuno immaginava senza osare dirlo ad alta voce? C'era qualcosa che a Quieto non quadrava. Al Cesare piacevano gli uomini, ma di solito s'intratteneva con giovani efebi, o con qualche mimo come Pilade, dal fisico attraente. Non riusciva a immaginare l'imperatore giacere con il corpo ferito e imperfetto di Longino, con quel braccio menomato. Un uomo gi di una certa et, come l'imperatore. E, tuttavia, il Cesare era l, abbattuto, e si scontrava con tutti i suoi pi leali ufficiali per colpa di quell'uomo... Che cosa rappresentava Longino per l'imperatore?

 arrivato un altro messaggero dalla Dacia disse il pretoriano una volta rientrato nell'Aula Regia. Si rivolse a Quieto, che era colui che pareva avere l'autorit maggiore mentre l'imperatore rimaneva inerte. Questa volta  un liberto greco. Dice che porta un messaggio di Decebalo e un altro dello stesso Longino.

Appena udito il nome dell'amico, Traiano alz lo sguardo.

Che passi! disse alzandosi.  la risposta che aspettavamo.

Il pretoriano si volt e and a chiamare il messaggero.

Ora sapremo cosa fare continu il Cesare agitato. Ora lo sapremo ripet mentre tornava a sedersi sul trono. E per la prima volta in quella tesa giornata, abbandon il calice di vino sul vassoio sostenuto dallo schiavo accanto a lui.

Due pretoriani entrarono nell'Aula Regia tenendo in custodia un uomo di piccola statura che si guardava nervosamente intorno. I soldati passarono per il varco che i legati delle legioni, i senatori e i consiglieri avevano aperto, e si fermarono di fronte al tavolo con le mappe. Nella sala erano presenti Sura, Liviano, Quieto, Celso, Palma, Nigrino e Adriano, tra gli altri.

Come ti chiami? domand l'imperatore.

Ermilo rispose il liberto.

Chi ti invia? si inform quindi il Cesare.

Ma il messaggero esitava.

Devo parlare con Traiano, con l'imperatore,  importante che parli con lui subito disse Ermilo.

 ci che va dicendo da quando lo hanno preso nelle vicinanze di Viminacium, Cesare spieg uno dei pretoriani. Non fa altro che insistere che deve parlare con l'imperatore, Cesare. E da quando siamo arrivati a Roma, non fa che gridare chiedendo udienza, augusto.

Ermilo non aveva pi bisogno che lo si informasse su chi si trovava di fronte a lui. Aveva udito gli appellativi usati dai pretoriani nel rivolgersi all'uomo seduto dall'altra parte del tavolo, colui che emergeva su tutti in quell'immenso trono. Non sapeva perch, ma Ermilo si sentiva un po'... deluso. Si era aspettato qualcuno che irradiasse pi potere, forza e sicurezza, e quel Cesare, per quanto in alto stesse, sopra a tutti coloro che lo circondavano, sembrava un uomo... sfinito, esausto, debole. Per questo non era stato immediatamente certo che si trattasse di Traiano. Aveva pensato che potesse essere qualche consigliere importante, ma poi l'uomo sul trono si rivolse a lui direttamente.

Io sono l'imperatore disse Traiano, e ripet la sua ultima domanda: Chi ti invia?.

Ermilo annu. Non importava ci che pensava. Doveva consegnare i messaggi. Aveva ottenuto la libert in cambio di quel servizio, e lui era un uomo di parola.

Mi invia il re Decebalo, ma mi invia anche il legatus Longino, il mio padrone.

Sei il suo schiavo? domand Lusio Quieto.

Traiano non s'infastid per la domanda del nordafricano, suo uomo di fiducia. L'essenziale era ascoltare le informazioni portate da quell'uomo.

S, cio, no, voglio dire... lo sono stato, ma ora non pi. Ermilo si rese conto di essere stato impacciato.

Lusio Quieto not che l'imperatore sgranava gli occhi. Il Cesare temeva il peggio, ma lo schiavo, o quello che era, continu a parlare e l'imperatore si tranquillizz.

Voglio dire che sono il suo schiavo, e il legatus Longino mi ha dato un documento, questo documento. E tolse un papiro da sotto la tunica che esib con orgoglio. Afferma che mi dar la libert in cambio della consegna del suo messaggio all'imperatore di Roma. Per questo, quando lo consegner, non sar pi il suo schiavo ma un liberto, cio... se il Cesare ritiene. E smise di guardare Quieto per tornare a guardare l'imperatore. S, se l'augusto ritiene che io abbia operato bene mantenendo la promessa fatta al mio padrone.

D'accordo, schiavo rispose Traiano. Sarai libero se questo  il desiderio espresso da Longino, ma ora riferiscimi i messaggi. Che cosa dice Longino? Sta bene? Lo trattano bene i Daci? Rispettano la sua dignit di mio rappresentante in Dacia?

Ermilo strinse i denti. Devo riferire per primo il messaggio del re Decebalo, cos mi ha ordinato Longino, Cesare.

Bene. Se questa  stata la decisione di Longino, agisci di conseguenza, ti ascolto. Ti ascoltiamo tutti gli disse Traiano, e prese un calice di ceramica sigillata bevendo un altro sorso prima di appoggiarlo di nuovo sul vassoio.

S, bene...  questo. Ermilo si schiar la gola mentre l'imperatore beveva. Il re Decebalo riferisce che non consegner Longino fino a quando l'imperatore di Roma non si impegner a non attraversare il Danubio e a fornire una quantit di oro e argento che compensi i Daci per i danni causati dalla guerra passata. Il re Decebalo esige inoltre di riprendere il controllo assoluto di tutti i territori su cui governava prima...

Questo  inaudito, per tutti gli dei! sbott Adriano interrompendo Ermilo. Fino a quando dovremo ascoltare le impertinenze di questo maledetto Decebalo?

Finch non ci consegna Longino, nipote! grid Traiano saltando in piedi, con voce potente e autoritaria, come se avesse appena recuperato la capacit di dare ordini. Taci! Per Giove! Tacete tutti, una buona volta!

E si fece silenzio.

Queste richieste sono inaccettabili disse allora l'imperatore sedendosi di nuovo sul trono, con un tono pi sereno. Non parlava con Ermilo. Semplicemente metteva in parole ci che stava rimuginando nella mente. Non potrei mai accettare queste condizioni.

E Quieto percep il profondo dolore che tormentava il Cesare nel confessarlo ad alta voce, perch non accettare quelle condizioni poteva comportare la morte di Longino.

Traiano continu a parlare. Dobbiamo trovare un accordo che io possa accettare, qualcosa che io possa rispettare, qualcosa che... Non termin la frase. Guardava a terra. Allora alz di nuovo lo sguardo e si rivolse al messaggero. Ora che hai consegnato il messaggio del re Decebalo voglio sapere cos'ha da dirci Longino riguardo a tutto questo. Che cosa ti ha detto? Parla una volta per tutte! E che qualcuno mi versi altro vino!

Un secondo schiavo si avvicin rapidamente a quello che sosteneva il vassoio e riemp il calice dell'imperatore.

Ermilo intanto era terrorizzato. Era talmente chiaro l'affetto che l'imperatore nutriva per il suo padrone, che ci che gli doveva dire ora appariva un milione di volte pi terribile di qualunque altra cosa avesse mai pronunciato. Si guard intorno. Se avesse potuto fuggire correndo lo avrebbe fatto. In quel momento non gli sembrava pi tanto importante recuperare la libert. D'improvviso, quella non sembrava pi una buona cosa.

Parla! insistette il Cesare e bevve un altro sorso di vino, senza nemmeno preoccuparsi di allungarlo con acqua.

Ermilo ingoi l'orrore che nutriva con la sua saliva arida. Toss. Stava per andargli di traverso, finch, alla fine, parl. Longino mi ha detto che il Cesare doveva sapere che quando io avessi consegnato il suo messaggio... lui sarebbe... gi... stato morto.

Noooooo! Traiano si alz dal trono imperiale di Roma, gett il calice di ceramica a terra, afferr l'enorme e pesantissimo tavolo delle mappe e lo rovesci come se si trattasse di un piccolo sacco di paglia. Menti, maledetto, menti! Menti una e mille volte, miserabile! Menti!

20

LA DECISIONE DI LONGINO

Qualche settimana prima
Palazzo reale di Sarmizegetusa

Gneo Pompeo Longino si sedette vicino a Dochia, nel posto che abitualmente gli veniva riservato quando partecipava a un banchetto alla corte del re della Dacia. Sembrava quasi che Decebalo, anche se ora lo teneva prigioniero, volesse continuare a trattarlo allo stesso modo di quando era libero ed era a capo della guarnigione romana di Sarmizegetusa. La realt, tuttavia, era ben diversa: le truppe romane erano state massacrate e lui era un ostaggio, moneta di scambio attraverso cui Decebalo controllava l'imperatore di Roma.

Longino guard a terra. Traiano. Che penser Traiano di me? Ci che pensavano gli altri lo immaginava, ma non gli importava. Sapeva che tutti lo disprezzavano e che non avevano mai compreso l'affetto fraterno, pi che fraterno, che l'imperatore nutriva per lui. Gli importava solo dell'opinione di Traiano. Longino si sentiva uno stupido, un imbecille, un ingenuo. Avrebbe dovuto stare pi attento. Traiano lo aveva avvertito, lo aveva avvisato quando gli aveva ceduto il comando della guarnigione di Sarmizegetusa: Parti con i tuoi uomini e abbandona immediatamente Sarmizegetusa se hai il presentimento che Decebalo ci stia tradendo; per Giove, promettimi che se temi una ribellione questo sar ci che farai. Lui, invece, nella sua incapacit di comprendere, aveva fatto l'esatto contrario. E non appena si era reso conto del suo errore, la guarnigione romana di Sarmizegetusa non esisteva gi pi, e lui era stato arrestato subito dopo aver decifrato il messaggio di Traiano. Ora era prigioniero di Decebalo. Longino sapeva di non essere perfetto, ma non avrebbe mai immaginato di poter commettere un errore tanto grave. Perch era stato cos... cieco?

Guard un istante alla sua sinistra. Dochia non osava restituirgli lo sguardo. S, Dochia lo aveva accecato, lo aveva manipolato illudendolo con l'impossibile sogno di un'amicizia, di un'alleanza tra Roma e la Dacia; la principessa dacica gli aveva fatto credere, sentire, vivere cose impossibili e poi lo aveva vilmente tradito, lo aveva ammaliato con quei bellissimi occhi azzurri... ingannandolo come una sirena... Lui, Gneo Pompeo Longino, in tutta la sua vita, aveva svelato a una sola persona il segreto della sua eterna amicizia con Traiano e l'origine della permanente gratitudine del Cesare nei suoi confronti. E questa persona, Dochia, unica detentrice di questo segreto, aveva usato quella confessione per consegnare lui e le truppe di Sarmizegetusa a suo fratello Decebalo. Da chi altri il re avrebbe potuto sapere della grande amicizia che lo univa a Traiano? Come poteva essere stato cos stupido? Tradito da quegli occhi azzurri come il mare...

Non sono stata io, lo giuro su Zalmoxis gli disse Dochia a bassa voce, accompagnando ogni parola con un tremore nervoso, come per trattenere il pianto, appena intese quello sguardo di Longino. Non sono stata io, te lo giuro. Il re non ha saputo nulla da me. Sono certa che ...

Ma lo sguardo di odio, disprezzo e disgusto di Longino fu talmente minaccioso che Dochia tacque per l'infinita tristezza che provava.

Decebalo li osserv un istante. Esisteva qualcosa tra sua sorella e quel romano, ma ormai non importava pi. Aveva il controllo su Traiano. Stava guadagnando tempo. Quanto bastava per riuscire a far cambiare idea a Germani, Sarmati, Rossolani e Bastarni. Questi si sarebbero ben presto dimostrati propensi a un nuovo patto, vedendo che Decebalo sapeva controllare l'imperatore di Roma come fosse un cane legato al guinzaglio.

Entrarono vari schiavi per distribuire i vassoi della cena. Diegis, Vezinas e il resto dei pileati non indugiarono a cominciare a mangiare, ma il romano non tocc cibo.

Pare che il nostro legatus abbia perso l'appetito disse Decebalo con un tono d'ironica preoccupazione. Non voglio che l'imperatore dica che non tratto bene il suo vecchio amico. E sorrise orgoglioso.

Io non sono pi un legatus, n tanto meno un ufficiale di Roma rispose Longino. Per esserlo dovrei avere degli uomini al mio comando, e non dei cadaveri. La mia incompetenza mi ha tolto il rango.

Decebalo gli rispose agitando le mani, come chi cerca delle scuse, delle alternative.

Gneo Pompeo Longino  eccessivamente severo con se stesso. Mi dispiace per i tuoi uomini, ma era necessario. Inoltre, la loro presenza era diventata umiliante: legionari armati nel cuore della Dacia. E negava con la testa mentre parlava. Questa situazione non poteva continuare. Le cose stanno, semplicemente, tornando al loro corso naturale: i Daci a nord del Danubio, i Romani a sud. Per il momento...

Scoppi in una risata mentre afferrava un pezzo di carne di cervo condita con una succulenta salsa. Tutti i nobili si unirono alla risata del re. Tutti meno Diegis, a disagio per le ultime parole del sovrano, che erano, a suo parere, pericolosamente provocatorie. Se qualcosa fosse andato storto... ma Decebalo non ascoltava altri consiglieri che Vezinas e quel vecchio romano che aveva catturato anni addietro nella Mesia Inferiore, durante l'ultima guerra.

Non so come il re Decebalo possa essere tanto certo comment allora Longino che l'imperatore fermi un intero esercito di varie legioni solo per causa mia. Il re deve credermi: non mi unisce un'amicizia tanto importante all'imperatore. E tacque in attesa di una risposta e di una reazione: a Longino non importavano quelle provocazioni, ma voleva far soffrire Dochia; l'unica donna avvenente, libera e nobile che lo avesse fatto sentire... attraente, interessante agli occhi di una bella giovane. Il suo tradimento lo aveva talmente ferito che la sola cosa che gli rimaneva era lasciare quel mondo maledetto irritandola nell'unico modo possibile: con le parole.

Non sforzarti nel convincermi della scarsa importanza del tuo legame con Traiano gli disse il re, deciso. So, e so molto bene, che non  cos. So che sei sempre stato presente nel suo consilium augusti e al suo fianco a Roma in ogni momento, e tutti l sono a conoscenza della vostra profonda amicizia, un'amicizia che ti unisce all'imperatore da prima ancora che lui salisse al trono. No, Longino, le mie fonti sono sicure. E torn a sorridere soddisfatto di se stesso. Si era sentito preoccupato, davvero spaventato da Traiano, dopo il fallimento della congiura per ucciderlo; ma ora era sicuro che questo nuovo piano stesse dando i suoi frutti e che il Cesare fosse bloccato. Tempo. Stava guadagnando tempo. Poi sarebbero venute le alleanze, quindi la vittoria.

Longino guard Dochia. La principessa sembrava voler negare con la testa, combatteva per trattenere il pianto, e i suoi occhi azzurri, immensi, bellissimi, brillavano. Bene, pens Longino se mi ha tradito,  bene che soffra. Anche se non comprendeva perch soffrisse ora, dopo aver fatto di tutto per estorcere quelle informazioni. Era davvero arrivata a provare qualcosa per lui? Fino a che punto pu mentire una donna? Pu mentire a se stessa, ai suoi sentimenti pi intimi?  forse possibile? Ma Longino riprese ad affrontare il re.

Traiano ha risposto alle richieste che gli hai fatto?

Ha risposto disse il re con la bocca piena. Ingoi il pezzo di carne. Sorrise, i denti macchiati di salsa rossastra. Riprese a parlare mentre beveva vino, tra un sorso e l'altro, una gustosa abitudine acquisita da Roma. Continua a rifiutare la completa ritirata di Roma dal mio regno, ma continua anche a chiedermi di rispettare la tua vita. Ti vuole molto bene... Riprese a ridere. Gli abbiamo concesso del tempo per riflettere.

Il tempo finir prima o poi, gli rispose Longino e la pazienza dell'imperatore pure.

 possibile. E allora dovr ucciderti comment Decebalo senza acredine, piuttosto indifferente, mentre afferrava un altro pezzo di carne.

Traiano rader al suolo la Dacia, quando questo avverr.

Ci prover. Ma il tempo che sta passando non corre contro di me, ma contro Roma.

Longino lo guard interessato. Non capisco ci che vuoi dire. Per quanti uomini tu possa riunire, la Dacia non potr resistere all'attacco combinato di varie legioni di Roma. Sei gi stato sconfitto in passato, cosa ti fa pensare che le cose ora sarebbero differ... enti?

Sent la prima fitta allo stomaco ma riusc a terminare la sua domanda. Si port la mano sinistra al ventre e finse che tutto andasse bene. Voleva ascoltare la risposta del re.

Sto guadagnando tempo, amico di Traiano, un tempo prezioso. Con te in ostaggio, l'imperatore non attaccher per diversi mesi. Poi arriver l'inverno.  molto difficile combattere in campo aperto nella neve. Resisteremo nelle fortezze. Le abbiamo migliorate. Tu lo sai bene. Hai visto che abbiamo alzato le mura e costruito pi torri. La verit  che non ho rispettato nessuna delle clausole della pace firmata con Roma. E riprese a ridere. Ma questo non importa pi. La chiave sta in ci che hai appena detto:  ovvio che non posso resistere da solo contro Traiano e le sue legioni, ma sto preparando una serie di alleanze con i Rossolani, i Bastarni, i Sarmati e altri popoli, e in poco tempo avr una nuova alleanza sicura con i Catti e altri Germani a nord del Reno. Il tuo amato Traiano potr difendersi da un doppio attacco sul Reno e sul Danubio contemporaneamente? Domiziano non ci riusc, e da quel periodo le legioni non sono aumentate poi molto. No, Traiano dovr difendersi e scendere a patti, e allora sar la Dacia e non Roma a dettare le condizioni. Le cose, amico di Traiano, cambieranno di parecchio sul Danubio. E forse cambieranno anche a Roma, dopo il grande fallimento del tuo amico, il Cesare.

Longino cominci a comprendere la grandezza del piano di Decebalo. Era una buona strategia e lui, lasciandosi intrappolare, gli aveva dato il tempo necessario per metterla in atto.

 un buon piano... convenne, con la mano sinistra che stringeva lo stomaco; il dolore si faceva pi pungente, pi acuto. Una strategia degna di un re... Ha solo un difetto.

L'allusione del suo invitato, del suo ostaggio, cattur l'attenzione del re. Un difetto? Decebalo scosse la testa. No, non  vero. Non c' alcun difetto.

S che c', re della Dacia insistette Longino, con un certo sforzo per parlare.

Che difetto?

Allora fu lui a sorridere, appoggiandosi allo schienale, cercando una posizione che alleviasse un poco quel dolore violento e incontrollabile. Strano che il re non si fosse ancora accorto di nulla. Doveva essere completamente assorbito dai propri sogni di grandezza.

Traiano... attaccher molto prima... Non aspetter tanto...

Decebalo per riprese a negare con la testa. Alz la mano destra sporca di sugo di cervo e fece un gesto, come per chiamare qualcuno.

Che lo portino qui, che portino il vecchio senatore romano, disse cos che il nostro invitato capisca che le mie informazioni sulla sua amicizia con Traiano sono ben fondate.

Longino si sorprese. Sapeva che Decebalo aveva informatori di origine romana, aveva anche udito qualcosa riguardo a un vecchio senatore che era stato catturato nella Mesia Inferiore, che sembrava essersi guadagnato un posto di fiducia alla corte del re, ma non appariva mai in pubblico, come fosse un piccolo segreto di Decebalo. Ora glielo avrebbe mostrato. Fino a quel momento Longino aveva creduto che si trattasse di una diceria.

Mario Prisco apparve nel salone dei banchetti del palazzo reale di Sarmizegetusa, ben vestito, con una bella tunica bianca e pulita, camminando orgoglioso, sereno.

Credo che gi vi conosciate disse il re.

Longino annu. Non poteva credere ai suoi occhi: il miserabile Prisco, quel vile traditore, corrotto fino al midollo, era passato dalla parte del re Decebalo.

 questo l'uomo che...? Per tutti gli dei. Longino stava sudando e stavano cominciando i conati di vomito.  questo l'uomo che ti ha informato della mia amicizia con l'imperatore?

Proprio lui disse Decebalo, felice che finalmente l'ostaggio avesse capito che l'informazione sull'argomento era assolutamente certa: lui, il re della Dacia, era riuscito ad avere quel vecchio senatore, risentito con Traiano, come informatore. Ma sembra che tu ti senta male; ti ha sorpreso rivedere Mario Prisco, non  vero? Lui  una delle poche cose utili che la guerra precedente mi ha lasciato. Ha commesso alcuni gravi errori come consigliere, continu, con una chiara allusione alla fallita congiura per uccidere Traiano ma ha saputo rimediare, e ora gli sto dando una seconda e ultima possibilit.

Mario Prisco si inchin davanti al re senza dire nulla, ma aveva preso nota delle parole ultima possibilit.

Longino era sprofondato in un misto di dolore e sentimenti confusi. Da un lato, era sorpreso di vedere che quel traditore corrotto era ancora vivo ed era in Dacia, alleato con Decebalo, invece che morto o disperso in qualche remoto angolo dell'Impero. Non si era mai interessato a dove fosse stato esiliato. Mesia Inferiore. Certo, quello era il luogo. L era stato preso. D'altra parte, Longino cominciava a intuire che Dochia, dopotutto, forse non lo aveva tradito: Prisco non sapeva tutto dell'amicizia tra lui e Traiano, ma ci che era sufficiente per informare il re che erano amici, molto amici, anche senza comprenderne il motivo; come poteva anche essere al corrente che lui assisteva abitualmente al consilium augusti. Anche altri senatori di Roma sapevano queste cose.

Longino guard Dochia. Le lacrime cadevano piccole ma nitide, cristalline, dalle guance della principessa. Lei guardava a terra.

Non sono stata io, io non ho detto nulla sul tuo braccio e il Cesare... ripet lei in latino, e a bassa voce.

Decebalo guard la sorella. Dochia, anche tu sei preoccupata? la interpell.

Parli solo di guerre e di morte replic lei con una furia che colse di sorpresa Decebalo e i nobili della Dacia. Tutti, tutti voi, parlate di guerra come di qualcosa di grandioso, buono e glorioso, quando invece porta solo morte, sofferenza e dolore al nostro popolo. Giocate a provocare l'imperatore di Roma, vi alleate con traditori che non esiteranno a tradirci domani mattina stessa se ci li far sopravvivere, e li chiamate nobili. L'ultimo sacrificio a Zalmoxis  andato male, o forse avete dimenticato quante volte abbiamo dovuto ripeterlo? Credete di poter ingannare il dio supremo? Zalmoxis ci stava avvertendo...

Taci! ordin Decebalo in dacico. Ho notato il tuo crescente interesse per questo legatus romano, e l'ho tollerato perch era utile ai miei fini che tu lo mantenessi distratto, perch non si sarebbe accorto di ci che stavo progettando se avesse passato il tempo a passeggiare con te per le strade della citt; ma queste tue parole sono a un passo dal tradimento! Taci e non parlare di ci che non conosci, donna!

E Dochia tacque, ma scoppi in un pianto che non riusc a fermare. Longino la guardava, orgoglioso di lei. Anche se non aveva capito quello che il re aveva detto, era evidente che Dochia aveva pronunciato parole che lo avevano fatto infuriare. Era di nuovo lei, la Dochia che lui aveva sempre pensato di vedere, conoscere, sentire, toccare, baciare... Il dolore gli aveva invaso gi tutto il corpo, ma per un istante, solo per un minuscolo istante, Longino prov una felicit che inond tutto il suo essere, e il dolore, durante quel piccolo brillio, scomparve; ma fu solo questo, un battito di ciglia. La sofferenza del mondo reale e la nausea immediatamente tornarono.

Per Giove Ottimo Massimo! Il dolore stava divenendo insopportabile! Si alz e nel farlo rovesci i vassoi che aveva davanti. Il rumore del metallo che cadeva a terra riverber per tutta la sala. Tutti lo guardarono. Era pallido ma felice, felice.

Traiano attaccher molto prima... di quanto il re... immagina... disse, e cammin come se zoppicasse, come se fosse ubriaco, come se stesse per crollare da un momento all'altro.

Decebalo lo fissava attonito, confuso, con lo sguardo pieno di mille interrogativi.

Longino cadde in ginocchio, ma continu a parlare guardandolo. Il mio schiavo greco  un uomo leale, re della Dacia... mi ha servito fino alla fine... e da ore cavalca verso il Sud con il messaggio della mia... morte.

Ma che cosa ha fatto questo insensato? esclam il re alzandosi di colpo dal trono.

Dochia scuoteva la testa e pronunciava solo una parola, ripetuta mille volte come un lamento carico di incontenibile dolore. No, no, no...

Longino vomit ai piedi di Decebalo, per si riprese subito. Appena i conati furono cessati sembr recuperare, quasi sentirsi bene. Cos riprese a parlare mentre si rialzava, lentamente, con la pesantezza di un moribondo ma con la determinazione dell'eroe.

Traiano attaccher quando sapr che sono morto; perch io sto morendo, re della Dacia, l'ostaggio sta morendo... E sorrise. Il sorriso della vendetta. Il veleno  spietato, come gli dei... Tutti lo guardavano, quei nobili che si gloriavano di giocare a provocare Roma lo osservavano nervosi e confusi. Lui non avrebbe mai vinto in una battaglia in campo aperto, ma quello era il momento che pi assomigliava alla vittoria che mai avesse vissuto; cos ricambi lo sguardo di ognuno di loro con la commiserazione di chi si rivolge a chi sta perdendo ed  tanto ingenuo da non rendersene conto. Un giorno, re della Dacia, mi hai invitato ad assistere... ad ammirare il vostro grande sacrificio a Zalmoxis... una scena indimenticabile e impressionante... i vostri migliori guerrieri che morivano per divenire messaggeri e comunicare con il vostro dio... E mi hai detto che i Romani sono incapaci di tanto valore... che siamo dei codardi... che voi siete superiori... qualcosa del genere... non ricordo le parole esatte... Aaah.

Cadde di nuovo in ginocchio; il sollievo dopo il vomito era scomparso; quel veleno era terribile, ma stava eseguendo il suo maledetto lavoro; sentiva il proprio cuore accelerare; si contrasse; guard un momento in direzione di Dochia.

Mi dispiace... disse alla principessa, e Dochia vide che non c'era pi alcun rancore nel suo sguardo, e questo le diede pace e allo stesso tempo una pena ancora maggiore di quella sofferta alcuni minuti prima. Chiss, forse in un altro tempo, in un altro luogo... mi dispiace...

A Longino sarebbe piaciuto morire guardando quegli occhi azzurri che tanto aveva ammirato, ma aveva ancora qualcosa da dire e doveva andare fino in fondo. Affront di nuovo lo sguardo di rabbia, odio e paura di Decebalo.

Ho perduto i miei uomini a causa della mia stupidit... Quando un ufficiale romano subisce una sconfitta tanto umiliante, la cosa pi nobile da fare ... togliersi la vita... Il re della Dacia potr ora assistere di persona a ci che una volta gli ho spiegato... ci che a Roma chiamiamo... devotio... E cadde di lato sputando sangue dalla bocca. Tuttavia sembrava che stesse continuando a parlare.

Che cosa sta dicendo? Voglio sapere che cosa sta dicendo questo maledetto! grid il re dal trono. Per Zalmoxis! Che cosa sta dicendo?

Longino guardava il tetto di legno del salone reale. Sarebbe stata l'ultima cosa che avrebbe visto concretamente, ma la sua mente stava viaggiando indietro nel tempo, verso quei giorni felici, quando andava a cacciare le linci in Hispania. Ricord l'aria dei boschi, la rugiada dell'alba, l'odore della mattina appena nata, le risate vicino al fuoco in compagnia di Traiano, il giorno che avevano discusso, la ricerca dell'amico, quel precipizio, e Traiano che gli ordinava di lasciarlo, di lasciarlo cadere per salvarsi almeno lui.

Non potrai mai tirarmi su! Lasciami cadere e salvati almeno tu! gli diceva Traiano.

E anche se nessuno se ne rese conto, l, circondato dai nobili della Dacia, Longino chiuse la sua mano destra con pi forza mentre ripeteva a se stesso: Mai lascer il mio amico, mai lo lascer, mai aprir questa mano, mai....

Due parole ancora e tutto fin nel nulla. Ma no... c'era qualcosa in pi... un paio di occhi azzurri... lontani... che lo aspettavano...

Tutti erano rimasti pietrificati, incapaci di reagire. Solo Diegis seppe controllare i propri sentimenti e la propria volont. Si alz e con un balzo vol sopra le tavole, per inginocchiarsi accanto all'agonizzante romano che sembrava voler dire ancora alcune parole, ma le pronunciava con un filo di voce appena udibile. Diegis si rannicchi avvicinando le sue orecchie alla bocca insanguinata di Longino e, finalmente, le ud. Poi il corpo del romano esal l'ultimo respiro.

Diegis allora si separ da lui e lo guard in viso: il romano aveva gli occhi aperti che fissavano un vuoto sconosciuto, la bocca piena di sangue con la lingua da un lato, in una disgustosa smorfia mortale.

Che cosa ha detto? insistette il re, ma prima che Diegis potesse rispondere, Decebalo indic il cadavere. Ha la mano destra chiusa in un pugno! Nasconde qualcosa! Voglio sapere che cosa nasconde!

Vezinas aveva seguito, anche se pi esitante, Diegis, e anche lui si trovava ora accanto al corpo di Longino. Si chin per cercare di aprire la mano del romano morto, ma non ci riusc: quella mano era serrata come una morsa. Nessuno sarebbe riuscito ad aprirla.

Vezinas alz lo sguardo. Decebalo sapeva quello che stava per dire e lo precedette.

Rompetegli tutte le dita, se necessario! Voglio sapere cosa nasconde!

Vezinas sospir, estrasse una daga da sotto la cappa e affond la punta tra le dita. Gli cost pi sforzo di quanto avrebbe potuto immaginare. Diegis scuoteva la testa, Dochia continuava a piangere sconsolata, Mario Prisco contemplava il disastro, Decebalo era in piedi davanti al trono reale.

Cos'ha in mano, cosa afferra quel miserabile?

Le dita di Longino erano spezzate, il suolo era coperto di sangue.

Nulla, mio re.

Nulla ripet Decebalo, e si sedette lentamente sul trono. E che cos'ha detto? chiese di nuovo il re, abbassando lo sguardo abbattuto. Quali sono state le sue ultime parole?

Diegis si schiar la gola. Aveva il sangue del legatus romano sui vestiti ma non sembrava importargliene. Il sangue di un valoroso non macchia.

Ha detto: Ave, Cesare disse Diegis. Ha detto solo Ave, Cesare, e poi  morto.

21

LA CONFESSIONE

Palazzo imperiale, Roma
Giugno del 105 d.C.

Traiano fece due passi in avanti, lasciando il tavolo rovesciato a lato, e si lanci sopra Ermilo. L'imperatore afferr la tunica dello schiavo greco, che retrocedeva ma troppo lentamente per fuggire alla cattura. Traiano sollev Ermilo da terra.

Menti! grid il Cesare, e lanci lo schiavo contro il pavimento dell'Aula Regia.

Ermilo ebbe fortuna, perch uno dei pretoriani della scorta del Cesare non ebbe il tempo di farsi da parte e quindi urt contro la guardia invece che contro il duro marmo. Ci attenu l'impatto. Ma Traiano non si ferm e si diresse di nuovo verso il greco, il quale, acciaccato, steso a terra, cercava di riprendersi.

Quieto guardava l'imperatore senza sapere che fare. Nessuno sembrava osare intromettersi tra l'ira imperiale e quello schiavo messaggero di cattive notizie. Di fatto, Lusio Quieto, come il resto dei legati e consiglieri, si stava ancora riprendendo dalla potenza che l'imperatore aveva dimostrato rovesciando l'enorme tavolo quasi senza sforzo. Traiano continuava a essere l'uomo forte di una volta: questa era l'unica cosa buona di quell'attacco d'ira.

Non mento, Cesare... Longino, il mio padrone, mi disse cosa dovevo raccontare sapendo che mi avreste creduto... Per favore, Cesare, se l'imperatore me lo permette posso spiegare tutto... per Zeus...

Marco Ulpio Traiano si ferm. Il solo fatto di sentire di nuovo il nome di Longino pronunciato da quello schiavo gli diede una speranza. Forse era tutto un malinteso, forse lo schiavo non aveva compreso bene le parole del suo padrone. Longino sapeva scrivere messaggi cifrati ed era bravo con le parole. Forse c'era qualcosa che lo schiavo non aveva inteso.

Ti ascolto allora, ma dimmi tutto, una buona volta, o ti ammazzo con le mie stesse mani disse Traiano controllando per un momento la sua collera. E rimase l, in piedi, a fissare Ermilo che, inginocchiato, senza osare alzarsi da terra, cominci a dare le sue spiegazioni.

Il mio padrone, Cesare, mi ordin di procurargli del veleno. Mi disse che i negoziati tra Decebalo e l'imperatore di Roma non stavano andando bene, cio, che pensava che il re della Dacia cercasse solo di guadagnare tempo per ritardare la campagna del Cesare e che lui non poteva permettere che le legioni dell'imperatore rimanessero ferme sul Danubio per causa sua, per la sua stoltezza, questo disse di se stesso. Si sentiva in colpa per non essere riuscito a impedire il massacro della guarnigione di Sarmizegetusa e per essersi lasciato catturare vivo. Insistette che l'unica possibilit era compiere una devotio, togliersi la vita e lasciare cos libero l'imperatore di iniziare la campagna militare senza pressioni di alcun tipo. Il mio padrone Longino vide la paura nei miei occhi, perch il re Decebalo sorvegliava attentamente quei pochi che potevano parlare con l'amico di Traiano,  cos che lo chiamavano le guardie daciche. Dissi al mio padrone che se avessero scoperto che gli avevo consegnato del veleno mi avrebbero ucciso. Ermilo abbass lo sguardo mentre continuava a parlare. Lo so, sono un codardo e un miserabile: il mio padrone stava per sacrificarsi e io temevo solo per la mia vita, ma sto raccontando tutto questo perch voi intendiate la bont del mio padrone. Alz lo sguardo e vide gli occhi del Cesare fissi su di lui, attenti, seri. Ermilo continu il suo racconto. Mi disse che non dovevo temere per la mia vita, che aveva concordato con Decebalo che il prossimo messaggio tra la Dacia e l'imperatore di Roma sarebbe stato portato da me, da un servitore di Longino, perch aveva fatto credere al re che l'imperatore mi conosceva personalmente e che quindi si sarebbe fidato delle mie parole. Ma, prima, dovevo procurargli il veleno, cos che potesse servirsene per suicidarsi e, allo stesso tempo, salvare la mia vita. Per dovevo trovare un veleno che agisse lentamente, perch io avessi il tempo di scappare. Allora m'inginocchiai davanti al mio padrone e lo ringraziai per essersi preoccupato per me, ma lui mi scost dalle sue ginocchia e mi disse che se con questo riusciva a salvarmi la vita non lo faceva solo per misericordia verso di me, ma anche perch aveva bisogno che l'imperatore sapesse della sua morte il prima possibile. Era convinto della sua decisione, Decebalo avrebbe fatto di tutto perch la notizia non giungesse mai al Cesare, in modo che l'imperatore, continuando a preoccuparsi per la sua vita, avrebbe esitato ad attaccare. Per questo il veleno doveva essere lento, per garantire varie ore di vantaggio, una giornata intera se possibile. Mi diede allora un sacchetto di monete d'oro. I Daci non si erano disturbati a togliergli ci che aveva addosso quando lo avevano catturato. Perquisivano la stanza in cui era recluso costantemente proprio perch temevano che il mio padrone tentasse di togliersi la vita, ma il denaro glielo avevano lasciato. Credo che fosse un modo per umiliarlo, come per volergli fare intendere che possedere dell'oro non sarebbe servito a nulla. Lasciai quell'incontro e andai in cerca di un medicus. I Daci ne hanno diversi a Sarmizegetusa, quasi tutti greci, come me, perch li pagano bene, in particolare i nobili vicini al re. Poich il mio padrone era malato, eravamo gi stati da alcuni di loro in precedenza, e si erano mostrati efficienti. Andai da uno che lavorava alla periferia di Sarmizegetusa e che non mi conosceva. Gli dissi che avevo bisogno di un veleno potentissimo, letale, e che agisse lentamente. Inizialmente il medicus non volle ascoltarmi, ma le monete d'oro furono una buona esca e mi offr due veleni in cambio di tutto il denaro. Il primo era indolore, avrebbe fatto cadere chi lo prendeva in un sonno profondo da cui non si sarebbe pi risvegliato, ma aveva l'inconveniente di agire troppo rapidamente; entro un'ora. Il secondo veleno, invece, non avrebbe avuto alcun effetto per diverse ore dopo l'assunzione, fino a quando, all'improvviso, avrebbe iniziato a manifestarsi con forti dolori allo stomaco e al ventre. Mi assicur che era lento e terribilmente doloroso nel suo effetto finale, e che non lo avrebbe dato nemmeno al suo peggior nemico, ma che se ci che volevo era parecchio tempo tra la somministrazione e l'effetto mortale, quello era il miglior veleno possibile. Portai i due veleni al mio padrone e lui non esit: opt immediatamente per il secondo, quello lento ma terribile. Se non fosse stato per il fatto che perquisivano la sua stanza continuamente, avrebbe potuto ricorrere al primo, quello rapido, bevendolo di notte; ma non volle correre il rischio che trovassero l'ampolla e intensificassero i controlli. Era convinto di avere una sola occasione per togliersi la vita e non voleva sprecarla. Questo mi disse. In quel momento mancava una sola ora prima che lo conducessero alla cena del re della Dacia. Aspett fino all'ultimo momento e appena udimmo le guardie daciche che si avvicinavano alla porta della stanza dove lo tenevano recluso, il mio padrone Longino afferr l'ampolla, questa ampolla, Cesare. E tir fuori da sotto la tunica una piccola boccetta di vetro, avvolta in un panno per evitare che si rompesse; l'ampolla era mezza vuota, ma dentro c'era ancora un po' di liquido. Da questa ampolla Longino bevve tutto il contenuto che manca; il medicus aveva insistito che se ne dovesse bere solo la met perch l'effetto fosse lento come lui desiderava, perch bevendone di pi il processo sarebbe stato pi rapido. Le guardie entrarono, ma per allora il mio padrone mi aveva gi restituito questa ampolla mezza vuota e io l'avevo nascosta sotto la mia tunica. Non avrebbero trovato nulla nella stanza se l'avessero perquisita di nuovo. Longino si conged da me dicendo a voce alta davanti alle guardie che riferissi il messaggio del re della Dacia esattamente come Decebalo aveva ordinato. Il mio padrone svan, sotto la custodia di quei guerrieri dacichi, e non ho pi saputo nulla di lui. Un altro soldato dacico mi condusse nel cortile del palazzo. L mi fornirono un cavallo e diverse guardie mi accompagnarono verso l'esterno della citt. Raggiunte le mura, le guardie mi lasciarono con un piccolo reggimento di cavalleria, tutti armati, che mi scort per diversi giorni. Per fortuna i cavalieri avevano avuto ordine di correre a tutta velocit verso sud, perch il re esigeva che il messaggio, che ripeteva le stesse condizioni di pace, arrivasse all'imperatore il prima possibile. Mi lasciarono vicino al fiume Danubio quando avvistarono una turma di cavalleria romana dall'altro lato, alla quale mi arresi qualche giorno fa, o qualche settimana, Cesare. Io non ho visto morire Longino, ma se quel medicus non ha mentito, il mio padrone  certamente morto. Mi dispiace, augusto Cesare, mi dispiace molto, mio signore supplic.

Accanto allo schiavo c'era l'ampolla mezza vuota del supposto veleno. L'imperatore si avvicin, si chin e, senza dire nulla, la prese. Si rialz e sollev la mano con l'ampolla per vedere il suo contenuto controluce. Impossibile sapere se quel liquido era davvero un veleno mortale; impossibile saperlo senza provarlo, senza farlo bere a qualcuno.

Tuttavia, Traiano sembrava aver recuperato l'autocontrollo. Cammin lentamente verso il trono dell'Aula Regia e si sedette di nuovo, tenendo l'ampolla in mano. Lusio Quieto guardava con un certo nervosismo quella boccetta nelle mani dell'imperatore. Non era sicuro di come si sentisse il Cesare in quel momento, n fino a che punto fosse consapevole delle proprie azioni; ma poi Traiano riprese a parlare.

 una storia curiosa quella che hai raccontato, schiavo, disse ma continuo a pensare che potrebbe trattarsi di una montagna di bugie. Perch crederti? Non c' nulla in tutto ci che hai detto che mi risulti verosimile, eccetto il fatto che Longino potrebbe essere davvero capace di fare ci che hai detto. Ma ho bisogno di qualcosa che mi faccia credere alle tue parole oppure ordiner che ti giustizino per avermi mentito.

Lo schiavo, ancora inginocchiato nell'angolo dove era stato gettato dal Cesare, annu diverse volte. Senza dubbio, augusto, il Cesare ha ragione. Ma il mio padrone mi disse che ci che dovevo riferire all'imperatore affinch credesse alle mie parole doveva essere personale.  una confessione particolare, che non deve ascoltare nessun altro a parte il Cesare. E tacque nella speranza che l'imperatore ordinasse che tutti i presenti uscissero.

Se hai qualcos'altro da dire, ti conviene dirlo ora rispose invece l'imperatore.

Ermilo deglut. Non sapeva bene come agire. Il suo padrone aveva insistito molto su quel punto: Il Cesare deve essere solo quando gli comunicherai queste parole.

Il fatto  che il mio padrone mi obblig a giurare che questo l'avrei detto solamente all'imperatore, senza nessun altro presente...

Non mi pare prudente che l'imperatore rimanga da solo con questo schiavo inviato da Decebalo intervenne Lusio Quieto, che temeva che Traiano, intontito dagli effetti del vino e accecato dall'affetto per Longino, potesse acconsentire a una richiesta tanto pericolosa per la propria sicurezza, o perfino ingerire il liquido di quella maledetta ampolla. Decebalo aveva gi tentato di uccidere Traiano una volta. Il Cesare  gi stato vittima di un tentativo di assassinio da parte del re della Dacia e questo potrebbe essere un secondo.

Questo  sicuro conferm Liviano, mentre anche lui teneva d'occhio nervosamente la mano dell'imperatore che conservava quell'enigmatica ampolla. E lo stesso faceva Sura.

Appena udite quelle parole, i pretoriani si misero in guardia e cominciarono a guardare con precauzione e disprezzo quello che fino ad allora avevano considerato un insignificante schiavo greco. Tutti erano pronti a sguainare le armi se necessario. Di fatto, Quieto fece un cenno a Liviano, e questi a sua volta a uno dei tribuni pretoriani, che usc dall'Aula Regia in cerca di rinforzi tra la guardia personale dell'imperatore.

Traiano, nel frattempo, si rivolgeva di nuovo a Ermilo.

Come vedi, schiavo, io non sono l'unico che dubita delle tue parole. L'ultima volta Quieto, qui alla mia destra, estorse con la tortura a uno dei congiurati inviati da Decebalo il piano per uccidermi. Forse dovrei lasciarti nelle sue mani affinch sia lui a verificare se ci che dici  vero. O forse... e guard l'ampolla che teneva in mano ...sarebbe una buona idea se tu ingerissi la met del liquido che ancora resta e tutti potessimo comprovare se i suoi effetti sono cos letali come dici.

No, per tutti gli dei, il Cesare deve credermi...!

Dimmi, una volta per tutte, le parole che Longino ti chiese di ripetermi perch ti credessi! esclam il Cesare con voce minacciosa. La pazienza dell'imperatore ha un limite e tu l'hai raggiunto! Parla o bevi questa ampolla, ora! E Traiano consegn la bottiglietta di vetro a Quieto, che si rallegr oltremisura del fatto che l'imperatore si liberasse di quel liquido sospetto.

Quieto si avvicin a Ermilo con l'intenzione di aprirgli la bocca con la forza, fargli ingoiare quel liquido senza esitazione e finirla con quell'assurda conversazione una volta per tutte, ma in quel momento lo schiavo riprese immediatamente a parlare.

Longino mi disse, Cesare, che l'imperatore Traiano mi avrebbe creduto se io avessi raccontato ci che successe molti anni fa durante una battuta di caccia in Hispania, quando il Cesare e il mio padrone erano solo dei ragazzi...

Traiano sollev la mano destra. Un momento! disse, e Lusio Quieto si ferm.

Due pretoriani avevano afferrato Ermilo per le spalle e lo tenevano immobilizzato, ma vedendo il gesto dell'imperatore decisero di lasciarlo libero, per il momento.

Continua disse il Cesare, e vedendo che Ermilo ancora esitava per la presenza di tutti quegli ufficiali romani, guardie e consiglieri, aggiunse: Racconta ci che ti disse Longino. Non importa chi ci sia qui. Se non mi menti niente importa pi.

Ermilo non se la sentiva di continuare a discutere con l'imperatore del mondo. Era dispiaciuto di dover trasgredire alle istruzioni del suo padrone, ma non vedeva altra possibilit per uscirne vivo.

Longino e il Cesare uscirono a caccia di una lince. Erano settimane che le stavano dietro. Ma discussero, uno stupido litigio tra ragazzi che si sentivano in competizione l'uno con l'altro su chi sarebbe riuscito a catturare la lince per primo. Il mio padrone si svegli all'alba e scopr che il Cesare era gi uscito alla ricerca della lince senza di lui. Il mio padrone segu le tracce del Cesare e della lince, e li trov entrambi verso mezzogiorno, ma la lince si trovava in prossimit di un precipizio e il Cesare vi era caduto a causa sua. Longino riusc a ferire la lince e l'animale fugg, o forse mor, non ricordo bene questa parte. Il mio padrone si avvicin al precipizio e vide l'imperatore aggrappato ai rami di un arbusto le cui radici stavano cedendo. Il mio padrone si gett a terra e prese la mano dell'imperatore, ma il peso del Cesare era troppo e non riusciva a tirarlo su per sottrarlo all'abisso. Rimasero cos uniti per qualche istante.

Lusio Quieto, Liviano, Sura, Nigrino, Celso, Palma, Adriano, il resto dei legati, tribuni, ufficiali, consiglieri e tutti i pretoriani l riuniti ascoltavano a bocca aperta il racconto dello schiavo che dava voce alla confessione di colui che tutti, in maggiore o minor misura, avevano sempre sottovalutato per il suo invalido braccio destro.

L'imperatore chiese a Longino che lo lasciasse, che lo lasciasse cadere continu Ermilo perch non credeva possibile che il mio padrone riuscisse a sollevarlo e riteneva che avrebbero finito col cadere entrambi nel burrone. Ma il mio padrone non lo lasci mai, Cesare; Gneo Pompeo Longino mai lo lasci e riusc a strappare l'imperatore alla morte in quel precipizio. Purtroppo il suo braccio si ruppe e non pot pi guarire, cosicch non ebbe modo di tornare a combattere con la maestria con cui lo faceva prima di quella giornata di caccia, e divenne un invalido agli occhi di tutti, per sempre. N il mio padrone n l'imperatore hanno mai confessato ad alcuno ci che era accaduto. Tutti pensarono che l'incidente subito da Longino fosse stato causato da una sua distrazione. E cos fino... a ora, Cesare. Il mio padrone mi disse che non aveva mai raccontato questa storia a nessun altro uomo al mondo.

Il silenzio pi assoluto cal sull'Aula Regia del palazzo imperiale di Roma. Si udivano solo i pretoriani che si stavano raggruppando nell'atrio dell'edificio per il timore che qualcuno cercasse di nuovo di attentare alla vita di Traiano: i sandali che pestavano sul pavimento di marmo, il rumore dei foderi delle spade che sbattevano contro la lorica segmentata, le voci di comando degli ufficiali... Ma dentro all'Aula Regia nessuno parlava. Tutto rimase cos per un lunghissimo momento. Tutti rimasero immobili, a guardare il Cesare.

Marco Ulpio Traiano annu una volta sola. Dici la verit sospir. E se dici la verit su questo significa che  stato Longino in persona a inviarti, e quindi tutto ci che hai riferito  vero. L'imperatore si alz, rimase immobile per un istante, abbass lo sguardo. Non ci sono pi dubbi: Longino ... morto.

Traiano si chin e, in ginocchio, cominci a raccogliere i pezzi del calice di vino che aveva rotto all'inizio della conversazione. Era come se avesse bisogno di fare qualcosa, ma quell'immagine era piuttosto imbarazzante per tutti i presenti: osservare l'imperatore di Roma l, accovacciato a terra, mentre raccoglieva i pezzi di ceramica di un calice in frantumi.

Quieto si avvicin al Cesare, ma Traiano si rialz. Aveva un'espressione strana sul viso: era lo sguardo di chi ha perduto ci che aveva di pi prezioso. L'imperatore si incammin verso la porta d'uscita dell'Aula Regia, ma quando fu all'altezza di suo nipote si ferm un momento.

S, Adriano, a quanto pare l'invalido Longino non  pi l fuori a... dar fastidio. A quanto pare l'invalido Longino... e dedic una rapida occhiata a tutti gli ufficiali e consiglieri ...si  tolto la vita. A quanto pare il codardo che tutti voi... colui che tutti voi consideravate un inetto sul campo di battaglia,  risultato essere, e sempre  stato in realt, il pi coraggioso. Il pi valoroso tra tutti voi. Anche pi valoroso di me. E trattenne di nuovo lo sguardo sul viso ombroso di Adriano. Mi domando, nipote... cosa avresti fatto tu, Adriano, al posto di Longino. Ti saresti suicidato o avresti pregato, implorato, perfino pianto, per il tuo riscatto? E di nuovo, guardando gli altri: Tutti voi avete sempre pensato che lui fosse solo un invalido. Traiano non attese la risposta n di suo nipote n di nessun altro, ma si volt per andarsene. Vado nella mia stanza disse quando fu all'altezza di Lusio Quieto. Che mi portino dell'altro vino, Lusio. Poi, stasera, al tramonto, decideremo che cosa fare ora che Longino  morto. Ah... Si volt un istante verso lo schiavo greco ancora in un angolo dell'Aula Regia con la speranza che l'imperatore lo avesse dimenticato. Alla vista di Ermilo, il volto del Cesare si convert in un tenebroso rictus di disgusto, odio e rabbia, mescolati a una gran quantit d'alcol. Uccidetelo disse a bassa voce, ma perfettamente udibile da tutti. Chi ha procurato il veleno a Longino perch si togliesse la vita non merita di vivere. Non voglio rivederlo... mai pi.

No, augusto, no! grid il povero Ermilo, strisciando verso l'imperatore per implorare, ma vari pretoriani gli impedirono di avvicinarsi.

Le sue preghiere e i suoi singhiozzi risuonavano come gemiti inutili, troppo deboli per commuovere un imperatore che aveva appena perso il suo migliore amico.

Io non ho colpa, Cesare! Ho solo obbedito al mio padrone! Cesare, Cesare, Cesare...!

Ma Marco Ulpio Traiano, scortato dalla propria guardia pretoriana, abbandon la grande sala delle udienze dell'immensa Domus Flavia e si addentr nel palazzo. Quieto si era reso conto che Traiano aveva sbagliato a pronunciare le sue ultime parole. Il vino gli stava facendo effetto molto pi del solito, anche se forse in quel momento era l'unica consolazione che restava all'imperatore.

Tutti rimanevano l, come inchiodati al pavimento, senza sapere che fare. Ermilo, in ginocchio al centro dell'Aula Regia, piangeva come un bambino. Uno spettacolo per nulla confortante. Nessuno pareva sentire compassione per lui.

Avete sentito l'imperatore. Ci riuniremo stasera, al tramonto disse infine Quieto.

Tutti abbandonarono la sala senza dire nulla, eccetto lo schiavo greco e Adriano, il nipote del Cesare. Quest'ultimo si avvicin a Quieto per sussurrargli qualche parola.

 un giorno in pi perduto. Avremmo gi dovuto agire.

Lusio sorrise. Se vuoi puoi parlare tu con il Cesare. Per quanto mi riguarda, io attender il tramonto.

Adriano guard Quieto con disprezzo, con gli occhi di chi non dimentica l'umiliazione, ma Lusio non ci fece caso, perch aveva ripreso a osservare il contenuto liquido dell'ampolla che ancora teneva in mano. Adriano, alla fine, usc.

E io? La voce timida e ancora spaventata di Ermilo cattur l'attenzione di Quieto. Per favore, nobile legatus, per favore... E, inginocchiato davanti a Quieto, preg un'altra volta per la propria vita. Il Cesare non pu davvero volere ci che ha detto, io ho solo servito il mio padrone, servivo solo il mio padrone...

Lusio Quieto era un uomo disciplinato che mai aveva disobbedito a Traiano. Il legatus nordafricano si volt lentamente verso Ermilo. Seguimi disse.

E lo schiavo greco, ricurvo, quasi camminando carponi, si trascin dietro a quell'uomo, come il bue che, lentamente, avanza verso il sacrificio.

Dopo un'ora

Dopo essersi occupato dello schiavo greco, Lusio Quieto si rec alla prigione della citt. Arriv accompagnato da vari pretoriani. I legionari che sorvegliavano l'entrata di quel sottosuolo di pietra, umido e maleodorante, che conteneva le celle della citt, si fecero immediatamente da parte.

Dove sono i disertori? domand. Li avete gi dati in pasto alle fiere dell'Anfiteatro Flavio?

Sono ancora qui, legatus rispose una delle sentinelle. Li portiamo domani.

Bene disse allora Quieto. Cerco uno dei loro ufficiali. Un certo Secondo.  ferito a un braccio.

S, legatus conferm il legionario. Si lamenta di quella ferita come una donnetta.

Fece un gesto perch Lusio Quieto lo seguisse attraverso il labirinto degli stretti e poco illuminati corridoi della vecchia prigione, le cui origini risalivano agli stessi inizi di Roma.

Si fermarono davanti a una piccola porta di sbarre di ferro incrociate, che cigol terribilmente quando si apr. Il legionario si fece da parte non solo per lasciar passare il legatus ma soprattutto per non fare ombra e coprire con il suo corpo l'unica fonte di luce che entrava in quella angusta gabbia.

Quieto entr nella cella senza finestre. Ebbe bisogno di qualche istante per abituare la vista a quella semioscurit permanente. L, accovacciato in un angolo, in cui non arrivava nemmeno un raggio di luce, c'era Secondo, l'unico ufficiale sopravvissuto alla congiura dei disertori che avevano tentato di uccidere Traiano.

Dicono che la ferita ti duole ancora disse indicando il braccio del prigioniero.

Secondo, d'istinto, nell'udire la voce di chi lo aveva pugnalato si raggomitol ancora di pi contro la parete. Che cosa vuoi farmi? chiese terrorizzato.

Lusio Quieto sorrise. Niente, uomo. L'imperatore si sente magnanimo e ha ordinato che tu non sia dato in pasto alle fiere dell'Anfiteatro Flavio.

In cambio di cosa? domand il disertore.

Quieto guard i pretoriani che lo accompagnavano e che erano entrati anche loro nella cella per vigilare sulla sicurezza del legatus.

 sveglio il nostro disertore disse ridendo, e tutti i pretoriani risero con lui. Quieto si volt allora verso Secondo e continu a parlare. Devi solo bere il contenuto di questa ampolla. La estrasse da sotto l'uniforme e la mise in terra, di fronte al prigioniero.

Se bevo questo non mi condurranno dalle fiere?

Esatto.

Secondo prese l'ampolla con la mano destra e strinse gli occhi, nello sforzo di distinguere il colore di quel liquido. Che cos'? chiese. Veleno?

La verit, disertore, rispose Lusio Quieto  che non lo sappiamo. Pu essere che sia veleno, ma pu essere che non lo sia. Se lo bevi e non ti succede nulla, non finirai in pasto alle fiere. Se non lo bevi finirai col resto dei tuoi compagni domani pomeriggio all'Anfiteatro Flavio. Credo che tu abbia pi opportunit di sopravvivere bevendo questo che affrontando le fiere, ma decidi tu.

Secondo continu a sforzarsi di vedere il contenuto dell'ampolla nella luce quasi inesistente della cella.

Portatemi qualcosa per sedermi disse Lusio Quieto ai pretoriani. Questa faccenda andr per le lunghe.

Il legatus avrebbe potuto ordinare che i suoi uomini obbligassero il disertore a bere il liquido con la forza, ma preferiva godersi lo spettacolo e torturare psicologicamente uno di quei congiurati che avevano attentato alla vita di Traiano. Era un piacere assistere alle contorsioni mentali di quel miserabile, che valutava quale fosse l'opzione migliore: l'ampolla o le fiere.

Portarono uno sgabello, sporco e un poco tarlato.

 tutto quel che c' si discolp il pretoriano sistemando il piccolo sedile.

Va bene disse Lusio Quieto, e si accomod sullo sgabello mettendolo accanto a una parete in modo da poter riposare la schiena sul muro umido e freddo. Brutto posto quello, per passarci pi di un giorno. I prigionieri dovevano essere condotti alle esecuzioni alla Rupe Tarpea o all'Anfiteatro Flavio in breve tempo; altrimenti, dopo qualche settimana in quel carcere, molti non sarebbero sopravvissuti e il popolo si sarebbe perso lo spettacolo.

Berr disse infine Secondo e, per non ripensarci, inger in un sorso il contenuto dell'ampolla. Ecco fatto.

Bene, ragazzo, bene comment Quieto. Ora aspetteremo.

Pass un'ora e Secondo non sembrava sentirsi male.

Portarono una scodella con farina d'avena un po' scotta. Era il rancio dei prigionieri.

Posso mangiare? chiese Secondo. Ho molta fame. Sembra che questo liquido mi faccia venir fame.

Mangia, se lo desideri rispose Quieto.

Passarono due ore.

Niente.

Quieto pensava al senato. Quella sera Traiano avrebbe chiesto di essere convocato per dichiarare una nuova guerra. Era improbabile che avrebbe trovato oppositori. Il Cesare continuava ad avere dei senatori nemici e questi vedevano ogni guerra come un'occasione perch lui, che non rifuggiva dal combattimento in prima linea, potesse essere ucciso dai barbari. E, in ogni caso, tutti erano ormai troppo stanchi dei problemi con Decebalo. Un re che ogni volta, da anni, si ribellava contro Roma e osava attaccare fortificazioni, pattuglie e citt di frontiera. Decebalo era un cattivo esempio per il resto dei barbari, che avrebbero potuto considerare Roma una citt che non puniva le continue sfide che le si presentavano, e che quindi stava divenendo debole; questo era un lusso che non potevano permettersi.

Tre ore, e niente.

Quieto si alz. Forse  il tuo giorno fortunato, disertore disse.

Si diresse verso la porta della cella. I pretoriani si fecero da parte immediatamente. Il legatus nordafricano cominci allora a recarsi verso l'uscita attraverso quelle innumerevoli gallerie, alla ricerca della luce esterna. Si sentiva confuso. Avrebbe scommesso qualsiasi cosa che Ermilo non mentiva, anche se ora non sapeva pi cosa pensare. Proprio in quel momento si ud il grido di Secondo.

Aaah! Cosa mi hai dato, miserabile?

Lusio Quieto si blocc. Lo schiavo greco non aveva mentito. Se non fosse stato per il fatto che le grida di Secondo confermavano che Longino aveva sofferto una morte orribile, si sarebbe permesso un sorriso.

22

L'ESATTORE DELLE TASSE

Roma
Giugno del 105 d.C.

Come c'era da aspettarsi, il protettore di Helva si present a casa di Celer. L'uomo, in l con gli anni, un po' ingobbito e dall'aspetto arrabbiato, negozi un prezzo molto alto per lasciare in pace la ragazza, ma l'auriga si dimostr generoso e il protettore usc da casa sua soddisfatto per non tornare mai pi.

Tutto andava bene, ma arriv la fine del mese.

Un secondo uomo, piccolo, malaticcio, con un sorriso che mostrava i denti mancanti, buss alla porta di Celer.

L'auriga lo ricevette nell'atrio della sua residenza. Mi hanno detto che vuoi vedermi e io ho l'abitudine di non ricevere nessuno, ma visto che si tratta di Helva...

 cos disse l'uomo con quel permanente sorriso sdentato sul volto. Sono l'esattore delle tasse.

E allora? La corporazione paga le mie imposte per le vittorie al Circo Massimo. E paga bene. E pure io pago ci che mi compete.

Non  quello il denaro che vengo a reclamare continu l'esattore senza smettere di sorridere, rilasciando un alito maleodorante dagli spazi tra i denti della sua bocca semiaperta. Si tratta del denaro di Helva. Deve pagare i suoi venti denari di ogni mese.  il giusto, e ci che stabilisce la legge.

La legge esige il dieci per cento dei guadagni di una prostituta e non il venti, come hai riscosso da Helva negli ultimi mesi rispose Celer con autentico disgusto. Quell'uomo era repellente; negoziare con il protettore era stato infinitamente meno sgradevole. Inoltre, Helva non  pi una prostituta.

D'improvviso, il sorriso senza denti scomparve dal volto dell'esattore delle imposte. Ti sei forse sposato con lei?  forse tua schiava?

Celer tacque.

Lo vedi? continu l'esattore. A me non importa se Helva  la puttana di molti uomini o di uno solo. Io voglio i miei venti denari alla fine del mese, secondo quanto stabilisce la legge, poich le puttane mentono sempre e guadagnano pi di quanto dicono. Venti denari. E allung il braccio con il palmo della mano verso l'alto, aspettando il denaro.

Celer avrebbe voluto schiaffeggiare l sul posto quell'essere magro e spregevole che aveva davanti, ma si trattenne. Colpire un esattore delle tasse poteva creargli dei problemi. Dimmi come ti chiami ordin allora Celer. Presenter un reclamo per i tuoi eccessi. Inoltre, ai tuoi superiori interesser sapere che hai riscosso pi di quanto  stabilito. Sicuramente vorranno chiederti cosa hai fatto della quantit di denaro che hai preso e non gli hai consegnato.

L'esattore torn a sorridere. Il mio nome  Malleolo e puoi presentare tutti i reclami che vuoi. Credi forse che qualche tribunale prender pi in considerazione la testimonianza di un infamis che la parola di un esattore delle tasse? E non importa quanto denaro hai. Nei tribunali gli infames hanno il destino segnato. In quel processo in cui sei stato implicato ti ha salvato il fatto che la vestale avesse il miglior avvocato di Roma e, molto probabilmente, la simpatia del Cesare per la ragazza. In qualunque altra circostanza perderesti, sempre. Dedicati al Circo Massimo e non farti dei nemici contro i quali non puoi vincere. Ora dammi i miei venti denari e passer il mese prossimo per gli altri venti.

Si trattava di una somma irrisoria per Celer, ma l'auriga era stanco di continuare a essere schiavo della propria condizione, nonostante guadagnasse enormi quantit di denaro; come nel caso dei gladiatori, era condannato al continuo disprezzo, per il fatto di appartenere alla classe sociale dell'infamia, quindi con molti meno diritti rispetto agli altri cittadini di Roma. La cosa pi intelligente da fare era pagare senza fare storie, tuttavia l'orgoglio, frequentemente, gioca dei brutti scherzi.

Allontanati da qui, miserabile, e non tornare mai pi! grid Celer. Udendo le sue grida diversi schiavi accorsero nell'atrio, per vedere cosa stesse accadendo. Allontanati prima che ti butti fuori a calci da casa mia!

L'esattore delle tasse cancell di nuovo il sorriso dal volto. Ti pentirai di questo disse, e usc dalla domus.

Va tutto bene? Era la voce di Helva.

Celer si volt per guardarla. Era cos bella, pettinata con sei trecce proprio come piaceva a lui, esattamente come una sacerdotessa di Vesta, con gli stessi occhi neri e quella stessa fronte piccola...

Non  successo nulla. Va tutto bene rispose, e la prese per mano per condurla verso il letto.

L'esattore delle tasse cammin serio per un po' finch il sorriso gli ricomparve di colpo sul volto. Cambi allora direzione e si diresse verso sud, lasciando la Suburra. Pass accanto all'Anfiteatro Flavio e al tempio di Claudio ed entr nella regione II della citt, fino a fermarsi davanti a una grande residenza vicina al Macellum, il grande mercato di quella parte di Roma.

Buss alla grande porta.

Aspett un poco, ma alla fine aprirono.

Sono Malleolo disse. Annunciami al tuo padrone. Digli che ho qualcosa di interessante da riferirgli.

Malleolo attese nel vestibolo senza cessare di sorridere, fino a che la voce del senatore Pompeo Collega si ud chiaramente dall'altro lato della tenda che separava l'atrio.

Fallo passare.

E gli schiavi fecero entrare Malleolo.

L'esattore rifer al senatore ci che era accaduto con Celer.

Pompeo Collega ascolt in silenzio, seduto sulla grande cathedra. Dietro di lui, una grossa tenda rossa separava l'atrio dal tablinum.

E dunque? Che cosa ha a che vedere questo con me? Credo che tu mi stia facendo perdere tempo rispose con disprezzo alla fine.

Malleolo per non si mosse e continu a parlare. Celer  l'auriga dei Rossi e il senatore  patrono degli Azzurri. Io voglio riscuotere il mio denaro. Riscuoto sempre ci che mi spetta, in un modo o nell'altro, e sono disposto ad arrivare fino in fondo. Non m'importa con quale mezzo. Questo potrebbe essere utile anche al senatore Pompeo Collega.

Il senatore riflett. Avevano ricevuto istruzioni di non agire per un certo periodo, ma l'imperatore sarebbe stato fuori Roma insieme ai legati, al prefetto del pretorio e ai senatori pi fedeli. Una nuova guerra si avvicinava. Chi sarebbe rimasto in citt? Certamente le cohortes urbanae e parte della guardia pretoriana, ma senza il comandante. I capi principali, la milizia della citt, erano manipolabili, e la guardia imperiale non sarebbe intervenuta in questioni civili senza la presenza del prefetto del pretorio e dell'imperatore. Le opportunit si presentavano in modo inaspettato.

Che non voglia pagare queste imposte non  una causa sufficiente, tuttavia... cominci ad argomentare Pompeo Collega.

Ma possiamo cercare un'altra causa lo interruppe l'esattore.

Gi, lo vedo, sei disposto a qualsiasi cosa. Farai da testimone nei tribunali appoggiando qualsiasi accusa?

S disse Malleolo, e riprese a sorridere malevolo.

Pompeo Collega annu lentamente. Rifletter su quanto mi hai riferito. E poi ti far chiamare.

L'esattore delle imposte fece un inchino e usc dall'atrio della casa. Pompeo Collega rimase da solo nel patio appena qualche istante, poi, all'improvviso, da dietro la tenda rossa apparve un uomo dal lungo naso. La sua voce roca rimbomb tra le pareti della domus.

Questo pu tornarci utile. Un esattore delle tasse  un testimone tenuto sempre in considerazione, in qualsiasi tribunale.  anche vero che abbiamo ricevuto l'ordine di non agire per qualche tempo, ma abbiamo delle questioni in sospeso che sarebbe bene risolvere.

Ma il nipote dell'imperatore ha detto che si sarebbe occupato lui di queste... questioni intervenne Pompeo Collega.

Lo so, ma lui non ha le informazioni che ci ha fornito ora questo funzionario. Parler con il nipote del Cesare. L'importante  che quell'imbecille di Plinio abbia convinto tutti che ci che ci interessava era solo la morte di Celer, quando invece ci che volevamo era la morte sia dell'auriga sia della vestale. Plinio, inoltre,  stato nominato vigilante per le piene del Tevere. Questo sicuramente lo tratterr a Roma quando l'imperatore partir verso nord per la prossima guerra, ma lo terr anche molto occupato e lontano dai tribunali.  l'opportunit che stavamo aspettando. L'uomo misterioso camminava intorno all'impluvium; si ferm di colpo e fiss con uno sguardo deciso i piccoli occhi di Pompeo Collega. Tu ti incaricherai di promuovere una nuova accusa contro l'auriga; qualcosa che implichi anche la vestale. Senza l'imperatore in citt, e con Plinio impegnato in altre questioni, tutto  possibile. Con Atello morto abbiamo messo a tacere la nostra relazione segreta con il nipote dell'imperatore; con l'auriga condannato, il denaro riprender a fluire; e con la vestale eliminata il nipote del Cesare riposer pi tranquillo, e il nostro cammino verso il potere sar spianato.

E quale accusa useremo, questa volta, contro Celer? chiese Pompeo Collega.

Io mi incaricher d'informare il nipote del Cesare replic con tono severo l'uomo dal lungo naso. A te spetta il compito di distruggere questo infamis auriga.

E la vestale aggiunse Collega.

E la vestale conferm il suo interlocutore.

Aspettiamo che scoppi la guerra disse Pompeo Collega. Voglio assicurarmi che l'imperatore non possa intervenire questa volta.

D'accordo, ma prima che il Cesare faccia ritorno dal Danubio voglio che ogni cosa sia risolta sentenzi l'uomo dalla voce rauca, e Pompeo Collega comprese che non si trattava di un ordine ma di una minaccia.

23

UNA QUESTIONE PERSONALE

Stanza privata del Cesare. Palazzo imperiale, Roma
Giugno del 105 d.C.

Lusio Quieto si ferm davanti alla stanza dell'imperatore.

Ha bevuto ancora? chiese il legatus nordafricano ai pretoriani di guardia.

Questi negarono con la testa.

Bene disse Quieto. Aprite la porta.

I pretoriani obbedirono, non tanto per l'ordine ricevuto ma perch l'imperatore aveva specificato che si permettesse solo a Lusio Quieto di entrare nella stanza. A nessun altro.

Le porte di bronzo si separarono lentamente a causa del loro enorme peso. Quieto fece alcuni passi in avanti e i pretoriani richiusero le porte.

Traiano non sollev lo sguardo, concentrato nello studio delle mappe della Dacia che erano spiegate sul tavolo.

Sta tramontando il sole, Cesare disse Quieto nel tentativo di distogliere l'imperatore dal suo mondo di silenzio.

Gi ammise l'imperatore, ma non si mosse.

Ho dato da bere il contenuto dell'ampolla che aveva con s quello schiavo greco a uno dei prigionieri, uno dei disertori che hanno partecipato alla congiura disse il legatus per cercare di attirare in qualche modo l'attenzione di Traiano.

Non sar il gladiatore?

No. Il Cesare aveva ordinato che quell'uomo tornasse all'Anfiteatro Flavio, e l si trova. Ho portato il veleno a un altro, uno di quei codardi che sono rimasti nell'accampamento durante la caccia.

Bene disse Traiano. E dunque?

Gli ho dato il veleno non appena terminata l'udienza, e il disertore traditore  appena morto. Il veleno  davvero efficace.

L'imperatore annu. Com' morto il traditore? chiese allora il Cesare. Ha sofferto molto?

Lusio Quieto inclin la testa di lato, passandosi la lingua sulle labbra. Sospir.  stata una morte molto dolorosa, Cesare.

Gli occhi dell'imperatore di Roma si fecero umidi e brillanti. Sapeva che Quieto lo stava notando. Un Cesare non pu piangere. Mai. Davanti a nessuno.

Longino ha escogitato la peggiore delle morti per dar tempo allo schiavo di portarci la notizia della sua devotio disse Traiano con voce tremante.

Cos pare, augusto.

Solo i pi coraggiosi sono capaci di qualcosa del genere.

Solo i pi coraggiosi, Cesare conferm Quieto.

Il silenzio li avvolse di nuovo.

Dobbiamo fare qualcosa, Cesare; tutti aspettano disse il legatus quasi supplicante.

E qualcosa faremo gli rispose Traiano, alzandosi e mettendo la mano destra sulla spalla di Quieto. Ho convocato il senato. Presto partiremo per il Nord. Questa volta attraverseremo il Danubio per restarci. Longino non sar morto per una battaglia in pi, o per un'altra guerra. No. Longino sar morto per una nuova provincia di Roma, Quieto. Mi capisci? Per Giove, mi capisci?

S, Cesare.

Ma Traiano non era sicuro che Lusio Quieto lo avesse inteso davvero.

Questa, legatus, insistette l'imperatore non  pi una guerra, amico mio, questa  ora una faccenda personale.

S, Cesare disse Quieto, anche se non era certo che rendere quella guerra qualcosa di personale fosse un bene; pur tuttavia, era felice di vedere l'imperatore pronto per il combattimento.

E lo schiavo greco, lo schiavo di Longino? Lo hai ucciso?

Lusio Quieto rest in silenzio prima di rispondere. No, Cesare.

Traiano annu ancora una volta. Non sembrava arrabbiato. Lusio sospir, un po' pi tranquillo.

Perch non lo hai giustiziato come ti avevo ordinato?

Quieto misur bene le parole per spiegarsi. Perch mi  parso che l'imperatore fosse... non era facile terminare quella frase ...mi  parso che il Cesare avesse bevuto molto questa mattina. Cos ho deciso, seguendo una mia intuizione, di obbedire all'ordine precedente del Cesare, quello che mi diede mesi fa, prima di iniziare questa nuova campagna.

E qual era questo ordine?

L'ordine era di non obbedire all'imperatore quando questi era ubriaco. Questo disse il Cesare tempo fa. E questo ho fatto.

Traiano annu. Era vero che aveva detto questo, mesi prima, da quando si era reso conto che perdeva frequentemente il controllo delle sue azioni sotto l'influenza del liquore di Bacco, anche se lo aveva dimenticato. Era evidente che Lusio Quieto non dimenticava nulla.

Hai agito bene, Lusio conferm. Questa mattina non mi sentivo bene. Giustiziare lo schiavo sarebbe stata un'ingiustizia. Longino lo ha inviato con una missione e lo schiavo l'ha compiuta. Non importa quanto siano sgradevoli le notizie che mi ha portato. Guard Lusio con gratitudine. Hai agito bene. Continua cos: se dar di nuovo ordini mentre sono ubriaco aspetta che mi sia passato l'effetto del vino prima di obbedirmi, come hai fatto oggi. E si volt un istante verso il tavolo, dov'era spiegata la mappa della Dacia. Ora dobbiamo metterci in marcia. Decebalo voleva una guerra, e una guerra avr. Per Castore e Polluce se l'avr.

Traiano si volt di nuovo e s'incammin verso la porta. Lusio si fece da parte per lasciarlo passare.

Che ne facciamo dello schiavo greco? chiese il legatus nordafricano appena l'imperatore ebbe ordinato ai pretoriani di aprire le porte.

Lascialo libero rispose Traiano iniziando a camminare. Questo era il desiderio di Longino. Dagli un bel pugno di sesterzi e lascialo libero. Per che se ne vada lontano da qui. Non lo voglio rivedere mai pi. E poi, guardando a terra: Alla fine, il presagio di Plinio si  davvero compiuto: qualcosa di orribile mi  accaduto. Allora sollev uno sguardo sinistro. Non mi resta altro che la vendetta.

24

SENEX

Anfiteatro Flavio, Roma
Giugno del 105 d.C.

Si difendeva con lo scudo e con la spada. I colpi dell'altro lottatore erano feroci. Marzio perse l'equilibrio e dovette appoggiare un ginocchio a terra. Il suo avversario, un enorme gladiatore germanico di appena vent'anni, forte, agile e veloce, torn alla carica brandendo la spada. Si chiamava Maroboduo ed era il campione di tutti i mirmilloni.

Gli avevano concesso di vestirsi come voleva, di scegliere le armi che preferiva, scudo ed elmo adatti a un mirmillone. Era l'abbigliamento con cui Marzio aveva sempre combattuto nell'arena, e quella era la categoria di gladiatori con cui si sentiva pi sicuro. Non era abituale che due mirmilloni si scontrassero tra loro, ma a Trigesimo, il nuovo lanista del collegio imperiale dei gladiatori, non importava. In ogni caso, Trigesimo, come gli altri membri del collegio, come tutto il pubblico dell'Anfiteatro Flavio, era convinto che quell'ex gladiatore, giunto dalle remote terre del Danubio, non avrebbe resistito oltre un unico combattimento contro Maroboduo, perci non avevano sprecato troppo tempo a riflettere sull'argomento. Marzio aveva gi pi di quarant'anni, in un mondo, quello dei gladiatori, in cui raramente si arrivava alla trentina. Naturalmente Trigesimo aveva notato che era ancora forte e abbastanza abile per il combattimento nonostante l'et, ma ci non cambiava la realt: era troppo vecchio, e tutti, da subito, avevano cominciato a riferirsi a lui usando il soprannome di Senex, cio anziano.

Marzio riusc a rimettersi in piedi e a restituire un'altra scarica di colpi a quel giovane e potente gladiatore. Maroboduo aveva assunto quel nome in ricordo di un antico re germanico, sovrano dei Marcomanni, che era stato deposto dai Romani e incarcerato a Ravenna da Tiberio. Quel soprannome era perci accettabile alle orecchie della plebe superstiziosa, che poco avrebbe tollerato il nome di un germano che li aveva sconfitti, come nel caso di Arminio, che aveva annientato tre legioni a Teutoburgo, durante i mitici tempi di Augusto. Una sconfitta che tutti avevano cancellato dalla mente. Maroboduo, invece, era stato sconfitto; era un buon nome per un gladiatore che, per quante vittorie si aggiudicasse, continuava a non essere altro che un prigioniero dell'Impero.

La plebe di Roma, stipata sui gradoni dell'anfiteatro come non mai, si godeva quel combattimento ben pi lungo di quanto ci si sarebbe aspettati. Maroboduo aveva alle spalle diciassette vittorie consecutive. Era molto bravo e assai popolare. Marzio sapeva che i pi duri sarebbero stati i primi combattimenti, nei quali, come in quel caso, lo avrebbero obbligato a lottare contro i campioni dell'arena. Quando infatti un gladiatore otteneva un numero elevato di vittorie, si prospettava molto denaro per i suoi allenatori: la popolarit di un vincitore faceva s che le scommesse a suo favore si moltiplicassero. Secondo la legge non scritta dell'arena, di solito, non appena un campione diventava popolare, lo si faceva combattere con avversari di livello pi basso, per continuare cos ad allungare la sua lista di vittorie e riempire le borse del suo lanista, dei suoi allenatori e degli allibratori. Che un campione cadesse sconfitto era sempre un cattivo affare per tutti, perci, in quel giorno funesto, avevano abbinato il veterano che tutti chiamavano Senex con il grande combattente germanico.

Marzio, approfittando del fatto che il suo avversario stava prendendosi una breve pausa prima di sferrare l'attacco decisivo, si lanci roteando rapidamente la spada, ma non riusc a sorprendere il germano, che si difese con maestria e controllo. Non sarebbe stato facile. Forse era insuperabile. Per un momento, Marzio consider seriamente l'idea di essere finito... ma subito si ricord di Alana e di Tamura.

 quello l'uomo che ha cercato di ucciderti? chiese Plotina a suo marito mentre mangiava un grappolo d'uva con la mano sinistra e indicava Marzio con la destra.

S,  quello rispose Traiano, pensando di aggiungere che era anche l'uomo che aveva cambiato idea all'ultimo momento e che gli aveva salvato la vita; ma gi da molto tempo l'imperatore limitava le sue conversazioni con Plotina a brevi scambi di poche parole; in particolare dopo la recente morte di Longino, che lo aveva fatto precipitare in una profonda malinconia. Ci nonostante, aveva ordinato di organizzare i giochi gladiatori in onore del suo amico caduto che, fra l'altro, servivano a celebrare l'imminente campagna militare nel Nord. Era un modo per guadagnarsi il favore del popolo prima di partire per il Danubio, ancora una volta.

Non credo che sopravvivr al suo primo combattimento continu Plotina.  troppo vecchio per stare nell'arena.

S conferm Traiano. Prima o poi tutti invecchiamo.

Il germano sudava copiosamente, come lo stesso Marzio. Il combattimento durava da parecchio, ma c'era una differenza tra loro: Marzio era abituato alla sofferenza in combattimento, mentre per Maroboduo quella dilazione per finire l'avversario nell'arena era una novit. Una novit molto fastidiosa. Aveva avuto fortuna nei suoi primi incontri, uscendone vincitore senza troppe complicazioni e, a partire da l, i suoi allenatori lo avevano fatto combattere contro una lunga serie di gladiatori decisamente inferiori. Maroboduo era abituato, e abituato male, a sconfiggere i suoi avversari dopo un intenso ma breve scambio di colpi. La resistenza di quel guerriero venuto dal Danubio iniziava perci a innervosirlo.

Marzio camminava intorno al germano senza smettere di fissarlo, ma mantenendosi a una certa distanza, lontano dalla portata della sua spada. I due stavano respirando affannosamente, riposandosi un istante dopo il lungo scambio di colpi che aveva lasciato i loro scudi completamente ammaccati. Clang. La spada di Marzio, con un movimento fulmineo, raggiunse l'elmo di bronzo del germano. Questi, colto di sorpresa dopo diversi mesi di imbattibilit, per la prima volta appoggi un ginocchio a terra. Qualsiasi altro gladiatore avrebbe approfittato dell'istante per lanciarsi su Maroboduo e tentare di ferirlo a morte, ma Marzio no. Lui non cercava la vittoria. Lui cercava molto di pi. Doveva diventare un eroe per la plebe, e in fretta. Inoltre era esausto, ed era consapevole del fatto che non sarebbe uscito vittorioso da altri combattimenti simili a quello, contro nemici giovani e robusti. No, Marzio doveva uscire da l con la plebe esaltata. La plebe ammirava i combattimenti lunghi, alla pari e sanguinolenti, e, soprattutto, i finali sorprendenti e gli eroismi inspiegabili, come un vecchio che sconfigge con abilit un guerriero pi giovane e forte. Dal canto loro gli allibratori naturalmente non amavano questi finali, ma la plebe s, e Marzio lo sapeva: conosceva quell'arena meglio di chiunque altro in tutta Roma. Cos, concesse a Maroboduo l'opportunit di rialzarsi e di riprendere la lotta con rinnovata energia, dopo essersi sentito umiliato per quel colpo secco sull'elmo.

Marzio si vide obbligato a retrocedere di vari passi davanti all'incontenibile furia del germano, che si era completamente ripreso, ma si difese bene con lo scudo e la spada finch Maroboduo, ancora una volta, ebbe bisogno di fermarsi per recuperare fiato. Fu allora che Marzio si spost rapidamente di lato per uscire dallo stretto angolo di visuale dell'elmo di Maroboduo. Si abbass intenzionalmente, mentre il germano colpiva alla cieca, con la spada a mezza altezza, lungo tutto lo spazio intorno, per paura di un attacco di Marzio. Questi per, accovacciato, non aveva intenzione di lanciarsi in un attacco mortale. Si limit a ferirgli il polpaccio, colpendo da dietro il gambale che proteggeva una delle gambe del germano.

Aaah! grid Maroboduo voltandosi. Consapevole del fatto che la sua vita era a rischio, non ebbe tempo per palpare la ferita; si mantenne in piedi, zoppicando e sanguinando, ma in piedi, tentando di inquadrare di nuovo nella visiera Marzio. Alla fine ci riusc e si lanci contro di lui con una serie di violenti colpi che rimbombarono tra gli infiniti archi del gigantesco Anfiteatro Flavio.

Una volta ancora Marzio sopravvisse al nuovo attacco ma, all'ultimo colpo del suo nemico, si lasci cadere all'indietro, sapendo che il suo avversario si sarebbe preso qualche istante per recuperare energie e controllo approfittando della sua caduta.

La tattica stava nel farsi credere gi vinto, lasciare che gli allibratori aumentassero le loro scommesse contro di lui, e allora, e solo allora, contro ogni previsione, rialzarsi e affrontare di nuovo Maroboduo. Marzio doveva far capire a quelli che controllavano le scommesse che la posta migliore era a suo favore. Questo lo avrebbe protetto in futuro.

Il pubblico grid emozionato. Ecco. Questo voleva ottenere. Marzio, gi in piedi, si lanci all'attacco con vari colpi contro Maroboduo. Clang, clang, clang. Il germano si muoveva troppo lentamente e Marzio colp di nuovo il suo pesante elmo con la spada, e Maroboduo cadde di schiena. Lo fer a un braccio. Ora il germano avanzava carponi sanguinando da un avambraccio e da una gamba. Gemeva. Cerc di rialzarsi, ma la spada di Marzio lo fer all'altro braccio e Maroboduo perse la spada. Era la fine.

Nonostante tutto, il germano, coraggioso, cerc di raddrizzarsi di nuovo, ma Marzio gli diede un calcio sull'elmo e Maroboduo, ormai vinto, cadde ancora una volta di schiena, debilitato dalla perdita di sangue, stordito, distrutto.

La gente cominci ad acclamare il gladiatore vittorioso.

Senex, Senex, Senex! urlava felice di avere un nuovo eroe.

Ora quel soprannome, nato come un insulto, si era trasformato nel soprannome di un vittorioso.

Senex, Senex, Senex!

Marzio sal sul corpo dello sconfitto, posando i suoi sandali sul petto del gladiatore gravemente ferito, e guard verso il palco imperiale, la spada sollevata per assestare il colpo di grazia.

Traiano prima rivolse lo sguardo verso i gradoni. Il pubblico era diviso, ma molti indicavano gesticolando che desideravano la grazia per Maroboduo. In fin dei conti, il germano aveva fatto guadagnare loro molto denaro per diversi mesi. Aveva sempre combattuto bene, e in quell'ultimo combattimento era stato coraggioso fino alla fine, nonostante le ferite. Qualsiasi altro avrebbe abbandonato lo scontro prima, ma Maroboduo aveva insistito nel continuare a combattere, anche quando Senex sembrava aver conquistato ormai il totale controllo dello scontro.

Traiano si alz dal trono imperiale e indic con la mano il perdono.

Marzio sudava e respirava affannosamente. Aveva vinto, ma era arrivato al limite delle sue forze. Vide il segnale del Cesare. Allora abbass lentamente la spada e, invece di conficcarla nel corpo del gladiatore ferito, tese la mano a Maroboduo. Questi la accett e si alz, sorpreso e immensamente grato per quel perdono imperiale. La gente applaud il nobile gesto di Marzio, continuando ad acclamare il nuovo eroe.

Senex, Senex, Senex!

Marzio sapeva ci che gli restava ancora da fare. Cammin lentamente fino a collocarsi al centro dell'arena dell'Anfiteatro Flavio. Si ferm, sollev in alto la spada e l'agit in aria ritmicamente, come a imitare il volo di un uccello, mentre il pubblico di Roma continuava ad acclamarlo con il suo nuovo soprannome.

Senex, Senex, Senex!

E Marzio parl a voce alta, ma in mezzo a quel mare di grida le sue parole rimasero silenziose, udibili solo da lui.

Sono tornato! Nemesi, sono qui, pronto a pagare il mio debito con te!

Ce l'aveva fatta. Sarebbe riuscito a fuggire di nuovo. Ora ne era sicuro. Avrebbe pagato il suo debito alla dea dei gladiatori che aveva sempre pregato perch proteggesse la vita della sua sposa sarmatica.

Alana avrebbe avuto cura di Tamura e, presto, lui avrebbe ottenuto dal Cesare la rudis, la spada di legno che rappresentava simbolicamente la sua libert. Sarebbe stato libero di andarsene e partire verso il Nord, ancora una volta, per ritrovarle. La generosit di Traiano con quel germano appena sconfitto anticipava le liberazioni future di gladiatori vittoriosi che lottavano con bravura davanti agli occhi di un imperatore magnanimo. S, sarebbe uscito da l, e nessuno avrebbe potuto trattenerlo e impedire il suo incontro con Alana e Tamura...

Come non accadeva da tempo nell'Anfiteatro Flavio, il pubblico urlava con tale forza che quella risonante acclamazione usc dalle viscere dell'edificio. Le grida di Senex, Senex, Senex discesero per le gallerie dell'ipogeo fino a penetrare negli interstizi pi remoti di quel sottosuolo di pietra, umido e oscuro, e attirarono l'attenzione di un uomo dimenticato da Marzio. L'anziano gladiatore era convinto che non restasse pi nessuno nell'anfiteatro di Roma che potesse ricordare il suo passato. Ma si sbagliava.

Senex, Senex, Senex! era il grido che rimbombava tra le pareti pi nascoste, sotto l'arena, sotto le gallerie, fino ad arrivare all'ultima cella dell'orribile labirinto del sottosuolo dell'anfiteatro. L, tra due leoni che ruggivano davanti al loro padrone, un uomo incurvato, muscoloso e con una voce da oltretomba dischiuse le labbra e disse lentamente, scandendo ogni parola: Che-succede-lass?.

Questo disse, e Carpoforo gett l'ultimo pezzo di carne umana che gli schiavi avevano portato alle sue due fiere preferite. Chiuse la cella e inizi una lenta risalita per verificare chi stesse acclamando la plebe. E cos, il temuto bestiarius di Roma, vecchio, pericoloso e deforme, trascin i suoi piedi tra le ombre delle buie gallerie del dimenticato e sanguinolento ventre dell'Anfiteatro Flavio.

25

IL PONTE PI LUNGO DEL MONDO

Partenza da Roma in direzione di Brundisium
Giugno del 105 d.C.

Marco Ulpio Traiano, insieme ai suoi uomini di maggior fiducia, part da Roma. Il senato, come aveva previsto, aveva concesso l'appoggio incondizionato alla campagna militare punitiva contro Decebalo a nord del Danubio. L'imperatore era libero di esercitare il proprio imperium sulle unit di frontiera come giudicava pi opportuno. Il Cesare e i suoi uomini arrivarono al porto di Brundisium in pochi giorni. Li aspettavano le nuove legioni reclutate per ordine imperiale, la II Traiana Fortis e la XXX Ulpia Victrix, pronte per imbarcarsi.

Lusio Quieto cerc l'imperatore nella prua della quinquereme della flotta che attraversava l'Adriatico. Dovremmo mandare dei messaggeri a Viminacium perch Tettio Giuliano prepari il ponte di chiatte con cui attraversare il fiume propose.

Traiano neg con la testa.

Abbiamo un certo ritardo insistette il legatus nordafricano, preoccupato perch sapeva che se avessero tardato ancora qualche settimana ad attraversare il fiume, l'estate nel Nord sarebbe presto terminata e poi tutto sarebbe stato pi difficile.

Non attraverseremo il fiume a Viminacium rispose allora Traiano. Invia dei messaggeri a Tettio Giuliano e digli che sposti le legioni di Viminacium verso Drobeta.

Lusio Quieto riflett un istante. L'aria del mare era gradevole in quella calda mattina d'estate. Le acque erano tranquille. Era la pace che precedeva la grande guerra. Non avrebbero pi goduto di un momento cos sereno per molto tempo. Mi dispiace per Longino disse.

Traiano annu continuando a guardare il mare. Lo so. Come comprendo la tua urgenza di attraversare il Danubio, ma andremo a Drobeta.

Avranno terminato il grande ponte? chiese allora Quieto.

Il termine dato ad Apollodoro  scaduto e lui non ha inviato nessuno per richiedere altro tempo. Il suo silenzio deve significare che l'opera  stata conclusa.

Lusio Quieto non comment. Si allontan lasciando il Cesare da solo, con Aulo a pochi passi, eterno vigilante della sicurezza dell'imperatore. Liviano, il prefetto del pretorio, era rimasto a Roma per ordine dello stesso Traiano per vigilare sulla citt mentre loro erano al Nord. Il legatus si allontan dalla prua in direzione del centro della nave. Lui non era cos sicuro che il silenzio dell'architetto significasse necessariamente che il ponte era stato terminato, ma Traiano era troppo offuscato dalla morte di Longino e pareva non ragionare con chiarezza. Era questo che lo preoccupava di pi. Il Cesare era davvero pronto per condurre la campagna militare contro i Daci, o cercava solo la vendetta personale contro Decebalo? Un attacco mosso dall'ira poteva condurli tutti a un totale fallimento, nei lontani faggeti del Nord del mondo.

Drobeta, Mesia Superiore
Luglio del 105 d.C.

Apollodoro di Damasco stava sorvegliando i lavori dall'alto di uno dei grandi ponteggi sulla riva della Mesia Superiore quando vide che diversi cavalieri si stavano avvicinando. Riconobbe subito le uniformi pretoriane. L'architetto lasci la capriata in legno attraverso le scale che avevano costruito i legionari, che, da settimane, lavoravano quasi senza sosta; tuttavia, la costruzione non era ancora terminata.

Chi di voi  Apollodoro di Damasco? domand con voce potente l'ufficiale al comando della pattuglia di pretoriani.

Sono io.

L'imperatore sar qui domani all'alba disse il pretoriano, mentre dall'alto del suo cavallo guardava i giganteschi lavori del ponte. Non pot evitare un'espressione sbalordita davanti alla struttura che emergeva dal fiume e la cui fine si perdeva nell'orizzonte nebbioso di quel crepuscolo.

E qui lo riceveremo rispose l'architetto dimostrandosi sicuro di s, nascondendo in quelle parole il fallimento per non essere riuscito a finire l'opera in tempo.

I messaggeri si allontanarono, tra le prime ombre del tramonto.

Drobeta, Mesia Superiore
20 luglio del 105 d.C.

Apollodoro ricevette l'imperatore e la sua scorta a un paio di miglia di distanza dal ponte, proprio ai piedi di alcune colline che nascondevano lo stato dei lavori. Alle spalle del Cesare si scorgevano le nuove legioni che aveva portato dal Sud e lungo la riva del fiume le truppe che Tettio Giuliano aveva condotto da Viminacium. Erano, in totale, sette legioni, pi varie vexillationes aggiuntive di altre unit. Una forza immensa, che cercava un luogo adatto in cui attraversare il Danubio.

Ave, Cesare! Apollodoro salut l'imperatore di Roma.

Salve, architetto! rispose Traiano. Come puoi notare sto conducendo un grande esercito e ho parecchia fretta.

Ho fatto tutto il possibile, augusto, ma...

Ma...? disse l'imperatore senza nascondere l'irritazione. Non era in vena di cattive notizie.

Ma non sono ancora riuscito a terminare come avrei voluto... Restano...

Ma... si pu attraversare? chiese Traiano senza smontare da cavallo. Niger scalpit percependo il nervosismo del cavaliere che lo conduceva e cominci a raspare la terra con uno zoccolo.

Attraversare? ripet Apollodoro come confuso.

S, per Giove! Attraversare, attraversare! Si pu attraversare il fiume su questo maledetto ponte? grid Traiano.

Era stato talmente sicuro che il silenzio di Apollodoro negli ultimi mesi significasse che tutto procedeva bene, considerando pure che Tettio Giuliano non lo aveva avvertito di alcun ritardo, che l'imperatore ora non avrebbe potuto sopportare di scoprire che esisteva qualche problema. L'estate era breve. Avrebbe dovuto dare retta a Lusio Quieto e ordinare di costruire un ponte di chiatte o che la flotta imperiale risalisse lungo il fiume, ma lui voleva la flotta pi a est, per sorvegliare la Mesia Inferiore...

S, certo, augusto. Si pu attraversare il Danubio sul ponte che il Cesare ha ordinato di costruire. Ci che non sono riuscito a terminare sono le due fortezze su entrambi i lati del fiume; serviranno a proteggere l'accesso al ponte in caso di attacco. Questo  ci che volevo spiegare. Abbiamo avuto molti problemi negli ultimi mesi e mi sono concentrato sulla costruzione dei pilastri e sulla struttura del ponte...

Ma si pu attraversare disse Traiano interrompendolo sollevato. Questa  l'unica cosa che importa ora, architetto. E scoppi in una grassa risata. Potrai continuare con la costruzione delle fortezze quando l'esercito sar arrivato a Nord, e per quando torner non ci sar pi alcun nemico che oser attaccare, n questo ponte n nessuna frontiera dell'Impero. Ora fatti da parte. Spron Niger, e il cavallo part in un galoppo veloce.

Apollodoro si spost e lasci libero il cammino per l'imperatore e la cavalleria dei singulares che lo scortava. Da dietro cominciarono ad avanzare migliaia di legionari, prima al passo e, subito dopo, a marce forzate. Era evidente che l'imperatore aveva fretta. Apollodoro not che alcune unit portavano delle catapulte, e c'erano molti muli carichi di viveri e approvvigionamenti. Per tutto il giorno il ponte avrebbe dovuto sopportare il transito di pi di settantamila uomini e centinaia di carri zeppi di provvigioni e armamenti. Sulla struttura di legno della gigantesca opera avevano gi trasportato i grandi blocchi di pietra, ma sempre uno a uno. Il ponte avrebbe resistito al passaggio dell'esercito pi grande che Roma avesse mai condotto a nord del Danubio?

Traiano cavalcava seguito da vicino dalla scorta di pretoriani. Attraversarono le piccole colline e, all'improvviso, appena se le furono lasciate alle spalle, davanti a loro apparve il ponte pi lungo che avessero mai visto: su venti pilastri di pietra tagliata, che emergevano minacciosi dalle profondit del fiume, si appoggiava una stretta struttura di legno che formava una perfetta carreggiata sulle acque del Danubio. Un'opera di perfetta ingegneria, resistente alle turbolenze delle acque che scivolavano tra i suoi enormi pilastri; acque eterne, che fluivano senza sosta, ma che, come se il fiume fosse stato un gigante abbattuto che non suscita pi alcuna paura, si erano piegate alla forza degli uomini.

I legionari impegnati nei lavori del forte che doveva proteggere l'accesso da sud interruppero il lavoro riconoscendo la figura del Cesare che cavalcava al galoppo seguito dalla guardia pretoriana. Tutti si fecero da parte al suo passaggio.

Marco Ulpio Traiano non trattenne Niger di un passo, anzi lo spron ancora di pi, affinch l'animale cominciasse deciso quel percorso di legno che si estendeva davanti a lui. Gli zoccoli del cavallo iniziarono a risuonare con forza sbattendo ritmicamente contro le tavole della superficie del ponte. L'animale poteva vedere il fiume scorrere sotto di lui, ma la sicurezza del cavaliere era tale che Niger non ebbe un attimo di esitazione nel continuare ad avanzare su quell'incredibile strada, sospesa su un'intera pianura acquatica.

Riva sud, Mesia Superiore

Apollodoro cammin fino all'ingresso del ponte, vicino ai lavori della fortificazione a sud che ancora non erano terminati. Ud allora una voce nota.

Per Marte! Sembra che alla fine tu ci sia riuscito! disse Tettio Giuliano, che gli si stava avvicinando separandosi dalla colonna delle truppe in entrata al ponte. Devo riconoscere che c' stato un momento in cui ho pensato che non ce l'avresti mai fatta.

L'architetto per non rispose. N tanto meno salut il vecchio legatus. Teneva gli occhi fissi sulle pesanti catapulte delle legioni II e XXX che si avvicinavano al ponte.

Tettio Giuliano non si sorprese della freddezza di Apollodoro. Infatti, se lo avesse salutato felice e soddisfatto, ne sarebbe rimasto alquanto sorpreso; ma lo sguardo nervoso dell'architetto colp la sua attenzione. Il legatus cerc allora di capire cosa attirasse o innervosisse tanto Apollodoro. Non tard a individuare le catapulte delle nuove legioni e inizi a comprendere cosa passava per la testa dell'architetto.

Ce ne sono molte di quelle? domand Apollodoro, che sapeva che il legatus, andassero o meno d'accordo, era in grado di capirlo al volo.

Abbastanza rispose Tettio Giuliano. Inoltre, quelle che vedi sono solo quelle delle legioni II e XXX, ma ci sono altre armi d'assedio nel resto delle legioni. Il Cesare ha insistito per portare molto pi materiale di questo tipo rispetto alla spedizione passata. E ci sono anche pesanti travi per costruire torri e altra attrezzatura in alcuni grandi carri che avanzano pi lentamente del resto dell'esercito.

Sarebbe meglio se lasciassero almeno cento passi tra una catapulta e l'altra quando saliranno sul ponte, e lo stesso coi carri pi pesanti di cui hai accennato.

L'imperatore ha ordinato che si attraversi il fiume a tutta velocit ribatt Tettio Giuliano. Lasciare tutto quello spazio rallenterebbe l'operazione, anche se di poco. Sarebbe contravvenire a un ordine imperiale...

L'imperatore  esperto di eserciti, ma io lo sono di ponti, replic Apollodoro e questo  un ponte di legno su pilastri di pietra che si stanno ancora assestando e che non sono mai stati sottoposti, n i pilastri di pietra n gli archi di legno, a una tale prova.

Tettio Giuliano sput a terra. Quel maledetto ponte creava problemi anche dopo esser stato finito. Farfugli alcune imprecazioni agli dei e chiese un cavallo a uno dei cavalieri della prima turma della cavalleria che si stava avvicinando. Mont con agilit e si lanci verso la grande strada di legno che attraversava il fiume.

Riva nord, Dacia

Dopo poco Tettio Giuliano arriv sul lato nord del fiume e cavalc fino a raggiungere la posizione dell'imperatore. Smont e si ferm davanti al Cesare.

Traiano lo guard soddisfatto. Un grande ponte, legatus, disse devo riconoscerlo e felicitarmi con te e con Apollodoro di Damasco. Non mi aspettavo che fosse di legno, ma serve ugualmente al suo scopo ed  stato costruito entro i tempi previsti. Una grande opera.

Un'opera degna di un dio... aggiunse Lusio Quieto che stava accanto al Cesare.

Traiano sorrise al suo commento.

Proprio del ponte volevo parlare, augusto... disse Tettio Giuliano, e l'imperatore si volt per ascoltarlo. L'architetto suggerisce che le catapulte e i carri pi pesanti passino il ponte separati da cento passi l'uno dall'altro, per non sovraccaricare la struttura in legno. Dice che ancora non sa quanto il ponte pu resistere e che questa sarebbe una misura prudenziale, augusto.

Il volto di Traiano si fece serio. Molto serio.

Riva sud, Mesia Superiore

La prima delle catapulte della legione II Traiana Fortis giunse all'ingresso del ponte. Apollodoro si era avvicinato fino a posizionarsi proprio davanti all'entrata della sua grande opera. Il carro che trainava la macchina d'assedio cominci ad avanzare sulle tavole di legno di ontano. Tuttavia, non era questo ci che preoccupava l'architetto, ma il fatto che dietro a quel carro ne arrivassero altri due, tre, quattro... una dozzina? Era difficile calcolarlo, perch erano circondati da decine di artiglieri e legionari.

Chi sta al comando? chiese Apollodoro di Damasco a voce alta, rivolgendosi alle colonne di militari che continuavano a salire sul ponte con le loro catapulte. Per tutti gli dei! Chi sta al comando?

Un centurione abbandon la formazione. Per Ercole! Tu, straniero, taci una volta per tutte o te ne pentirai!

Ad Apollodoro non import minimamente dell'allusione al suo accento greco, ma non poteva rimanere l fermo ad assistere a come quegli stupidi avrebbero distrutto in un solo giorno ci che aveva impiegato anni a costruire.

Dovete fermarvi! Il ponte non resister al peso di tutti questi carri insieme! Tutto verr...

Un pugno in faccia imped ad Apollodoro di concludere il suo avvertimento. Il centurione rise mentre guardava quello sconosciuto greco che strisciava per terra portandosi la mano al volto insanguinato.

Ah, ah, ah! Questo t'insegner a tacere davanti alle legioni di Roma! Straniero! Barbaro!

Centro del ponte

Tettio Giuliano torn a cavallo alla riva sud, ma era difficile avanzare contro la corrente di legionari che marciava verso nord. Questi si facevano da parte solo quando riconoscevano il suo rango di legatus, ma anche cos non c'era abbastanza spazio per procedere veloci e il cavallo avanzava al passo.

Per Castore e Polluce! esclam Tettio Giuliano al vedere che le catapulte della II legione erano gi tutte sulla prima parte del ponte. Fermatevi, stupidi! Fermatevi per ordine dell'imperatore Traiano! Ma era ancora troppo lontano perch i conducenti dei carri potessero udirlo. Maledetta sia la mia sorte! Morir anch'io su questo maledetto ponte dell'Ade! Smont, si mise davanti al centurione dell'unit che aveva al suo lato e gli ordin di fermarsi. State tutti calmi, per ordine imperiale! Che nessuno avanzi fino a mio ordine!

Il centurione tentenn un istante, perch tutti avevano ricevuto l'ordine imperiale di attraversare il ponte a marce forzate, il pi rapidamente possibile; ma davanti a loro c'era un legatus augusti, che rappresentava la voce stessa di Traiano. L'uomo si mise quindi sull'attenti, alz la mano destra e l'unit si ferm provocando l'effetto a catena conseguente. Per il centurione quel legatus doveva essere un pazzo, ma se la sarebbe vista lui con il Cesare. Lui si limitava a obbedire agli ordini di un superiore.

Bene disse infine Tettio Giuliano, sospirando e asciugandosi il sudore dalla fronte con il dorso della mano. Mont di nuovo a cavallo e avanz verso la riva sud fino a raggiungere la posizione dei carri pi pesanti, con le catapulte e i muli carichi degli approvvigionamenti della legione II.

Nel momento in cui vi arriv, si rese conto che la struttura in legno su cui tutti stavano vibrava leggermente. Il peso era eccessivo e il ponte ne risentiva, esattamente come aveva predetto Apollodoro.

Chi  al comando qui? chiese smontando di nuovo e, come d'istinto, appoggi il piede sulla superficie di legno con attenzione, timoroso che un suo salto potesse essere la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso e che tutto andasse in pezzi facendoli precipitare verso una fine certa.

Io sono al comando! esclam un centurione, lo stesso che aveva dato il pugno all'architetto appena pochi istanti prima.

Tettio Giuliano lo guard dall'alto in basso e non tard ad accorgersi delle nocche insanguinate della mano destra. Che a partire da ora ogni catapulta si separi di cento passi dalla successiva gli ordin con disprezzo; la stupidit lo faceva arrabbiare.  chiaro, imbecille?

Il centurione per reag male all'atteggiamento di superiorit del legatus. Per lui l'ordine imperiale precedente di attraversare il ponte alla maggiore velocit possibile era pi importante, e non intendeva sottomettersi a nessun altro che non fosse l'imperatore stesso. Cos rimase fermo, senza dare alcun ordine ai propri uomini. Sotto di loro il ponte vibrava.

Perch hai del sangue sulla mano? chiese allora Tettio Giuliano che, per esperienza, comprese di aver avuto la sfortuna di incappare in un centurione puntiglioso. Peggio: vanitoso.

Un bellimbusto ha osato dirci come dovevamo passare il ponte; un civile, ma gli ho gi chiarito io alcune cose sulle legioni di Roma.

Gi, vedo disse Tettio Giuliano sospirando lentamente e guardando verso il fiume. E com'era quest'uomo, centurione?

L'ufficiale lo descrisse, e senza dubbio alcuno si trattava di Apollodoro. Raccont anche di come l'architetto si fosse allontanato carponi e sanguinante dopo il colpo che aveva ricevuto, e cond il tutto con una risata finale. Diversi suoi uomini risero con lui.

Tettio Giuliano, che gli aveva dato le spalle per andare verso il parapetto del ponte e verificare la tensione del legname che sosteneva il quarto arco sul quale si trovavano, torn un attimo dopo e affront il centurione. Si ferm di fronte a lui. Era circondato dagli uomini della II legione. Avrebbe preferito avere alcuni ufficiali della VII con lui, uomini di fiducia ed esperti, ma la vita era quel che era. Il ponte continuava a vibrare. Traiano aveva dato il contrordine di separare le catapulte seguendo il consiglio di Apollodoro, e lui ora si trovava l quell'imbecille che aveva colpito l'architetto imperiale facendosi beffe del costruttore, sfidandolo e contravvenendo a un ordine dell'imperatore.

Bene disse a voce bassa. Tra s e s.

Sorrise.

Fece un passo in avanti. E senza perdere il sorriso, afferr il centurione per il collo, lo trascin con sorprendente rapidit sul parapetto del ponte e con destrezza lo scaravent oltre.

Il centurione ebbe appena il tempo di gridare mentre cadeva in acqua. Si ud un tonfo. Diversi legionari si mossero scomponendo la formazione militare per vedere che cosa fosse successo all'ufficiale. Tettio Giuliano non si preoccup di imitarli. Se sapeva nuotare si sarebbe salvato, altrimenti sarebbe affogato.

Non sa nuotare disse uno dei legionari mentre vedeva, col resto dei suoi compagni, che il centurione non risaliva a galla, ma tutti tornarono alla formazione non appena udirono la voce del legatus.

C' troppo peso sopra questo ponte, imbecilli! urlava Tettio Giuliano. Ho gi alleggerito un poco il carico gettando quell'idiota gi dal parapetto. Qualcun altro ha dei dubbi sulle mie istruzioni?

Il silenzio pi profondo dilag tra le fila.

Bene, per Castore e Polluce! continuava a gridare Giuliano. Allora che avanzi la prima catapulta e che il resto aspetti.

E senza alcuna lamentela, il primo dei carri cominci ad allontanarsi verso nord. E quando questo si fu distanziato di cento passi, Tettio Giuliano ordin che partisse il secondo, e cos progressivamente col resto. E dopo un po', quando la met dei carri ebbe superato quel punto, il ponte, finalmente, cess di vibrare.

Riva nord, Dacia

Forse questo ponte disse Traiano considerando i problemi della struttura sotto il peso delle catapulte  solo l'opera di un Cesare e non di un dio, dopotutto.

Lusio Quieto annu lentamente. Ma in ogni caso  l'impresa di un grande imperatore aggiunse il legatus nordafricano.

Non m'importa pi ammise il Cesare. Un imperatore baster per farla finita con Decebalo, che non  altro che un re... disse corrugando il viso amaramente. Un re che ha condotto alla morte il mio migliore amico. No, Lusio, no. Il ponte  l'opera di un Cesare, di un uomo. In questa spedizione lasceremo da parte gli dei, che ormai saranno stanchi delle nostre guerre a nord del Danubio. Questa guerra  tra Decebalo e me. E ti assicuro, Lusio, che non ci saranno altre guerre tra noi due in futuro.

Traiano fece costruire un ponte di pietra sull'Istro1 per il quale non posso degnamente esprimere la mia meraviglia. Questo era infatti, rispetto alle altre opere gi meravigliose promosse da Traiano, quella che le superava tutte. Infatti  composto da venti piloni di blocchi squadrati, per un'altezza di centocinquanta piedi senza contare le fondamenta, mentre la larghezza  di sessanta piedi. Questi piloni, che distavano l'uno dall'altro centosettanta piedi, erano uniti da archi. Chi non proverebbe stupore per la spesa fatta per questa costruzione? E come d'altronde non meravigliarsi del modo stesso in cui ciascun pilastro sorgeva, in un grande fiume, in mezzo a una corrente piena di gorghi e su un fondale molto melmoso? [...] L'altezza d'ingegno di Traiano risulta evidente anche da questa impresa.

CASSIO DIONE, Storia romana, LXVIII, 13

1. Istro  l'antico nome greco del Danubio. Cassio Dione scriveva in greco.
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LIBRO Terzo.
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LA SECONDA GUERRA

Anno 105 d.C.

(Anno 858 ab urbe condita, dalla fondazione di Roma)

Lapsus semel fit culpa, si iterum cecideris.

Se sei caduto una volta, non hai scuse per cadere una seconda.

PUBLILIO SIRO

26

CLAUSURAE

Piatra Rosie, centro della Dacia
Luglio-dicembre del 105 d.C.

All'inizio tutto era filato liscio per i Romani. Traiano aveva diretto il grosso delle truppe da Drobeta fino al passo di Teregova. Il bel tempo di fine estate aveva facilitato l'attraversamento di quelle stesse montagne che avevano risvegliato brutti ricordi nei veterani che erano stati obbligati, in un inverno non ancora abbastanza lontano, a oltrepassarle per rispondere all'attacco di Decebalo a Adamclisi. I cieli sereni li avevano accompagnati fino a Tibiscum e li avevano aiutati affinch Tape cadesse rapidamente nelle mani dell'immenso esercito di Roma. Da l in poi, con l'arrivo delle piogge autunnali, tutto si era complicato. Inoltre, il freddo era arrivato presto nei boschi dacichi e gi da ottobre i legionari pativano l'inclemenza delle tormente e delle prime gelate, che rendevano ogni alba un tormento, quando tutti venivano avvolti da un gelido vento che graffiava i volti gi rovinati dalla stagione rigida. Quanto poco era durata l'estate!

Le truppe avevano continuato ad avanzare verso nord. Traiano voleva raggiungere i monti Ora?tie quanto prima, per prendere la via che conduceva a Sarmizegetusa Regia, la capitale dacica in cui si era rifugiato Decebalo. Ma il fango prima e la neve poi avevano rallentato la marcia, proprio come durante la guerra precedente. E anche le fortezze daciche avevano causato difficolt.

In quel momento, era la stupefacente costruzione di Piatra Rosie, innalzata su un immenso masso di pareti rocciose rosse che la rendevano praticamente inespugnabile, a bloccare la loro avanzata. Avrebbero anche potuto proseguire e lasciare solo una parte delle truppe a occuparsi dell'assedio alla fortezza, come avevano fatto nella campagna precedente. Ma questa volta Traiano era deciso a non lasciare in piedi, alle sue spalle, alcuna fortificazione dacica che non si fosse arresa incondizionatamente. Aveva iniziato una guerra di distruzione totale, con cui voleva inviare un messaggio ben chiaro al nemico e ai suoi alleati: o la resa assoluta o la completa devastazione. Si dimostrava magnanimo solo con le citt che si consegnavano volontariamente; con le altre era spietato. Una strategia semplice ed efficace.

Sono arrivati dei messaggeri inviati dal nemico annunci Tettio Giuliano una mattina di dicembre.

Falli entrare disse Traiano.

Nel praetorium dell'accampamento erano tutti riuniti in attesa delle decisioni del Cesare: Lusio Quieto, Celso e Palma; anche Adriano, sempre un poco in disparte rispetto agli altri; e, alle spalle dell'imperatore, perennemente vigile, Aulo.

Tettio Giuliano entr nella tenda accompagnato da un gruppo di guerrieri di varie provenienze: due di loro erano seminudi ed esibivano una lunga chioma intrecciata secondo i costumi dei Quadi e di altre trib sveve; accanto a loro c'era un pileatus dacico, che indossava il tipico copricapo a punta e i pantaloni larghi; c'era anche un altro guerriero seminudo accanto a questo nobile, probabilmente un marcomanno. Dopo questi, entrarono due uomini barbuti e ben vestiti, con delle corone tra i capelli, proprie dell'usanza greca, certamente provenienti dalle coste del Ponto Eusino1, da dove, con tutta probabilit, arrivava gran parte delle armi fornite a Decebalo e alle sue trib; a questi seguirono tre uomini vestiti di lunghe tuniche e dei corpetti tradizionali dei Bastarni e degli Sciti e, infine, due guerrieri ricoperti da pesanti armature, proprie dei Rossolani e dei Sarmati.

Fu il rossolano a intervenire per primo, comunicando in un latino impreciso ma comprensibile.

Molti di noi non vogliono la guerra. Noi Rossolani no. Il mio re Susago invia un messaggio di pace per il Cesare. E lo stesso molti Daci, Sarmati, Buri, Bastarni, Sciti e Greci delle coste del Ponto Eusino. E vogliamo arrenderci. I Sarmati e i Buri se ne andranno a nord. Noi Rossolani restiamo nel nostro regno, a est, come gli Sciti. I Greci della costa hanno cessato di consegnare armi a Decebalo. E i Daci che qui sono rappresentati offrono le loro citt al Cesare.

Tutti coloro che abbandonano Decebalo saranno trattati con generosit da Roma, rispose Traiano e prendo il vostro messaggio come un accordo che ci unir da questo momento. Voi che vi arrendete e andate a nord, o voi che rimanete a est restando neutrali, non sarete attaccati dalle mie legioni.

I messaggeri se ne andarono soddisfatti.

Peccato che i Daci di Piatra Rosie non siano tra coloro che hanno abbandonato Decebalo disse Nigrino appena i guerrieri barbari ebbero abbandonato la tenda del praetorium.

Traiano annu senza dire nulla. Sapeva che il re della Dacia, anche se fosse rimasto senza gli appoggi di molti dei popoli vicini, avrebbe continuato a disporre di molti guerrieri leali e di molte fortezze difficili da conquistare e sparse per tutto il centro e il Nord del regno; e l'inverno, il temuto freddo, era gi l, ancora una volta, ad attenderli.

Dobbiamo inviare delle truppe a sud-est disse poi l'imperatore. Dobbiamo evitare che Decebalo ripeta la stessa strategia dell'ultima guerra, inviando truppe daciche contro la Mesia Inferiore. Quale legatus abbiamo in quella regione?

Laberio Massimo rispose rapidamente Quieto.

Allora che siano inviate tre legioni a Laberio continu Traiano. Le altre quattro resteranno qui e continueranno l'assedio di Piatra Rosie; poi, quando avremo conquistato la fortezza, avanzeremo verso nord sotto il mio comando personale.

Cadde il silenzio.

Siamo bloccati, augusto disse Lusio Quieto.

Traiano guardava a terra. Il capo della cavalleria aveva ragione. Qualcuno doveva pur ammettere ci che stava realmente accadendo, e l'imperatore si rallegr che fosse stato Quieto, il quale non avrebbe mai aggiunto un commento maligno o avvilente. Il nordafricano aveva saputo esporre la questione con chiara precisione e a voce alta.

Bene. Il primo passo da fare  capire qual  il problema: siamo bloccati, questo  innegabile. Ancora una volta. Ma Decebalo  meno forte di prima. Avete appena avuto la dimostrazione di quanti lo stiano abbandonando, per non sono un ingenuo, e so che se i Sarmati, i Bastarni e i Rossolani capiranno che stiamo perdendo il vantaggio, passeranno probabilmente di nuovo dalla parte di Decebalo. Quindi, ci che faremo, oltre a inviare delle legioni nella Mesia Inferiore, sar evitare di rimanere inattivi mentre attendiamo la resa di Piatra Rosie. Voglio che siano costruite delle clausurae in tutta la regione. Da Tape fino a qui, e anche pi a nord, nei passi di Vulcano e Teregova, e in qualsiasi altro valico attraverso cui i Daci potrebbero voler fare passare le truppe durante l'inverno. Voglio che Decebalo veda i suoi guerrieri completamente bloccati da gigantesche clausurae. Ho bisogno di un'enorme palizzata in ogni valle, in ogni passo di montagna. Passeremo un altro freddo inverno nella Dacia, ma questa volta Decebalo non ricever aiuto da altri popoli. N tanto meno permetteremo che muova le sue truppe da un luogo all'altro per preparare una controffensiva come quella avvenuta nella precedente guerra. Quando arriver la primavera, riprenderemo la guerra in campo aperto: l'iniziativa sar nostra e gli altri popoli resteranno ai margini. Il ritardo che ha provocato il sequestro di Longino far s che questa campagna richieda due primavere e non una, ma non permetter mai che il sacrificio di Longino sia stato inutile. Non lo permetter mai.

Tutti salutarono militarmente il Cesare e uscirono dal praetorium dietro al loro capo, poich lo stesso Traiano si era alzato per primo per recarsi a supervisionare personalmente i preparativi per l'invio delle tre legioni nella Mesia Inferiore e l'inizio della costruzione delle grandi clausurae.

Adriano rimase solo nel praetorium. Si avvicin lentamente al tavolo delle mappe. All'inizio della campagna militare tutto era andato bene per suo zio, ma, una volta ancora, come nella guerra passata, l'inverno aveva trattenuto l'attacco delle legioni, proprio come aveva spiegato poco prima Lusio Quieto e come il Cesare aveva ammesso. Forse, alla fine, Traiano sarebbe riuscito a trionfare di nuovo. Era possibile. Anche se gli bruciava, doveva riconoscere che quell'incredibile ponte sul Danubio lo aveva impressionato, lui come il resto degli ufficiali dell'esercito. Ora suo zio era pi ammirato e rispettato che mai per quell'impresa ma, in qualunque modo fosse andata, la guerra sarebbe durata molti mesi, forse anni. Ci forniva ai suoi uomini a Roma il tempo necessario per sbarazzarsi di alcune persone... inopportune. I suoi sforzi per conseguire il potere avevano in poco tempo condotto a conseguenze rischiose. Era il momento di correggere gli errori; mentre Traiano era impegnato in guerra, lui doveva rivedere la propria strategia. Come gli aveva suggerito il suo uomo di fiducia a Roma prima di partire: attendere pazientemente. Sul fatto di avere pazienza anche Plotina aveva avuto ragione. Ora si trattava di vedere se il suo uomo dalla voce rauca e dal lungo naso, oltre che leale fino alla fine, sarebbe stato in gamba quanto si aspettava. Aveva promesso di costringere Collega e i suoi seguaci a risolvere i problemi.

Adriano sospir. Distolse lo sguardo dalle mappe e usc dal praetorium.

Ogni cosa a suo tempo.

1. Mar Nero.

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IL CONCLAVE SEGRETO

Roma
Gennaio del 106 d.C.

Si stava per tenere una riunione alquanto singolare: riuniva un esattore delle tasse, un auriga, un vecchio rex sacrorum e tre senatori. Pompeo Collega, l'anfitrione di quel conclave, aveva passato vari mesi ad architettare un piano per accusare ancora una volta Celer e cercare di coinvolgere allo stesso tempo la vestale Menenia. Ma non era disposto a riconoscere che il ritardo nell'attuazione fosse dovuto alla sua incapacit nell'elaborare rapidamente una buona strategia. In ogni caso, aveva gi pensato a tutto, ed era giunto il momento di attaccare, prima che l'inviato del nipote dell'imperatore si spazientisse per la sua lentezza.

Prima abbiamo dovuto attendere che il Cesare si decidesse a partire, inizi a spiegare Pompeo Collega poi abbiamo dovuto aspettare ancora che Traiano avanzasse con rapidit a nord, ma l'inverno lo ha rallentato. Se vogliamo recuperare ci che abbiamo perduto per gli investimenti fatti sulle squadre di quadrighe negli anni passati, dobbiamo approfittare di questa fase della guerra per raggiungere i nostri scopi. Se seguiremo perfettamente il mio piano, guadagneremo tutti molto denaro, e alcuni di noi otterranno anche la tanto desiderata vendetta.

I giudici nella basilica Giulia sono dalla nostra parte, disse Cazio Frontone ma sarebbe importante mantenere Plinio alla larga.

Non s'immischier afferm Salvio Liberale.  troppo occupato a controllare le piene del Tevere, il nuovo incarico che il Cesare gli ha affidato. E fin quando la vestale non verr di nuovo coinvolta, Plinio non avr tempo per noi, ancor meno col Cesare fuori Roma. Per lui, questo sar un caso minore.

Potrebbero scoppiare dei disordini comment Pompeo Collega. Questo  stato ci che pi mi ha fatto esitare.

Ma se combiniamo il tuo piano con le accuse dell'esattore delle tasse, il nome di Celer verr alquanto screditato insistette Salvio Liberale.

 possibile rispose Pompeo Collega guardando Malleolo.

L'esattore delle tasse annu, mostrando i suoi denti marci mentre abbozzava un sorriso.

E se la vestale dovesse intromettersi in questa questione, me ne occuper io disse Salinator riversando rancore su ogni parola, come chi spera che ci che ha appena pronunciato si compia all'istante. Se quella giovane sacerdotessa dovesse intercedere a favore dell'auriga dei Rossi, far personalmente in modo che il suo nuovo crimine non possa trovare difesa possibile, neppure da parte di quel maledetto di Plinio.

Dopo quelle parole nessuno dubit che se la giovane sacerdotessa di Vesta si fosse immischiata, questa volta non ci sarebbe stato n avvocato n legge a Roma che avrebbe potuto salvarla. Se fosse caduta nella trappola una seconda volta, Salinator si sarebbe assicurato che Menenia venisse travolta da una letale ondata di odio, ambizione... e denaro, che tanto spesso procedono uniti.

Tutti si alzarono e abbandonarono la casa di Pompeo Collega congedandosi dal vecchio senatore con un leggero inchino, nel caso di Salinator, Salvio e Cazio, e in modo ancor pi ostentato quando fu il turno di Malleolo e Acleo.

L'auriga degli Azzurri era rimasto zitto, ma aveva capito che il suo compito sarebbe stato, ancora una volta, quello di mentire davanti al tribunale per poi tornare a vincere nelle corse al Circo Massimo. In fondo era contento: qualsiasi piano che gli permettesse di vendicarsi del maledetto Celer lo rendeva colmo di felicit.

Anche Pompeo era soddisfatto per ci che si era deciso insieme agli altri congiurati, quando l'atriense, lo schiavo pi vecchio della domus, si avvicin lentamente a lui col volto preoccupato.

 venuto qualcuno che voleva vedere il senatore, disse con tono insicuro ma gli ho detto che era impegnato e ha commentato che sarebbe tornato un altro giorno.

E perch me lo riferisci con quella strana espressione? chiese Pompeo Collega nervosamente.

Il fatto  che si trattava, a tutti gli effetti, di qualcuno di molto particolare e...

E?

L'atriense abbass lo sguardo. Era qualcuno che faceva paura, mio signore. E non mi riferisco all'uomo dalla voce profonda... no, non era lui; era un altro uomo.

Pompeo Collega scoppi a ridere. S, per un momento aveva creduto che lo strano visitatore che non aveva voluto aspettare fosse l'uomo dalla voce rauca e dal naso allungato, che, spazientito per il suo ritardo nell'agire, veniva a ricordargli quali fossero gli obblighi contrattati tra lui e il suo signore. Ma era evidente che l'atriense si riferiva a qualcun altro. A Pompeo Collega le preoccupazioni dello schiavo sembravano sempre ridicole: a suo avviso, i servi erano incapaci di riconoscere chi si doveva temere e chi no. Lui stesso, a Roma, era temuto da moltissime persone.

Lo schiavo abbozz un falso sorriso, come per tentare di condividere la tranquillit d'animo del proprio padrone riguardo alla visita che, in realt, lo aveva alquanto spaventato, ed era gi sul punto di ritirarsi quando il suo signore gli fece un'ultima domanda.

E perch ti ha suscitato tanta paura questo misterioso visitatore?

Perch odorava di morte, mio padrone.

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FUMO

Dacia
Febbraio del 106 d.C.

Traiano e Quieto stavano misurando con lo sguardo l'altezza di quelle rosse pareti rocciose.

A essere sincero, augusto, non vedo come potremo riuscire a conquistare Piatra Rosie comment Lusio Quieto. Ha resistito nell'ultima guerra e ora si sta ripetendo lo stesso.

L'imperatore taceva, mantenendo lo sguardo fisso su quelle rocce che apparivano inespugnabili. Ci ho pensato parecchio rispose allora rompendo il silenzio. Vieni con me, Lusio.

Traiano cominci a camminare, seguito da Aulo e da ventiquattro pretoriani che accompagnavano l'imperatore in ogni suo spostamento all'interno dell'accampamento; si ferm vicino alle catapulte gi caricate per lanciare altre pietre contro le mura di Piatra Rosie. Indic in alto.

Lo vedi? domand.

No, non capisco cosa dovrei vedere, Cesare.

Loro stanno l sopra, in alto, in cima a quella montagna. Innalzare un grande agger, un gigantesco terrapieno che ci permetta di accedere alla fortezza come facemmo a Masada, ci porterebbe via mesi, e qui, con la neve e i boschi, non  tanto semplice spostare tali quantit di terreno, e forse non otterremmo nulla. Altra cosa sar quando arriveremo alla capitale. A Sarmizegetusa non lesineremo sui mezzi, perch il premio sar la cattura di Decebalo e il bottino di tutto il suo oro e argento; ma non possiamo permetterci di dedicare tanti sforzi alla fortezza rocciosa di Piatra Rosie. A ogni modo, il punto  che loro stanno in alto, e che noi, qua sotto, abbiamo a disposizione moltissimi alberi. Traiano si guard intorno, elaborando una strategia che, per il momento, nessuno comprendeva, n Lusio n altri. Sar complicato perch sono umidi, continu il Cesare ma appiccheremo vari fal intorno alla montagna. Fal ovunque, Lusio. I pi grandi proprio l, dove arriva il vento.  molto importante approfittare del vento. E il fumo, amico mio... disse avvicinandosi a Quieto il fumo sale verso l'alto. Mi capisci ora?

Li asfissieremo sentenzi Lusio.

Esatto conferm l'imperatore facendosi avanti e guardando verso l'alto della fortezza. In un altro luogo sarebbe impossibile, ma qui loro sono talmente pi in alto rispetto a noi che dopo qualche giorno di fumo, mentre noi continueremo a bombardarli con le pietre delle catapulte e le lance degli scorpioni, non ne potranno pi. Piatra Rosie cadr senza che perdiamo altri uomini. Voglio il fumo, Lusio. Pi fumo possibile.

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I NUOVI PRIGIONIERI

Ludus Magnus, Roma
Febbraio del 106 d.C.

Quella mattina c'era pi movimento del solito nel Ludus Magnus. Marzio osservava il piazzale di addestramento dalla sua cella.

Hanno portato dei nuovi prigionieri disse uno dei gladiatori della gabbia adiacente.

Marzio non rispose. Si limit a guardare verso i grandi carri che si erano fermati nel centro della scuola gladiatoria e da cui stavano scendendo varie decine di uomini portati a Roma da tutti i confini del mondo. Molti erano giovani, quasi bambini; altri forti e con la rabbia negli occhi; i restanti troppo anziani, proprio come lui, per sopravvivere a lungo se non conoscevano bene il modo in cui dovevano comportarsi nell'Anfiteatro Flavio. All'improvviso Marzio strinse le labbra mentre fissava uno di quelli appena arrivati, ma non disse nulla. Invece fece un passo indietro per nascondersi nell'ombra.

Il giorno successivo ebbero inizio gli allenamenti dei nuovi guerrieri. Un terzo di loro si spezz le ossa o fu ferito gravemente a un braccio o a una gamba perch troppo lento o troppo sicuro di s. Li condussero via immediatamente. Marzio sapeva che il futuro di quegli uomini era segnato: sarebbero stati carne fresca per i leoni dei bestiarii di Roma. Ma l'uomo che a lui interessava, nonostante l'et avanzata, aveva superato le prove. Se fossero stati i tempi del lanista Caio, Marzio avrebbe potuto avvicinarsi a questo nuovo prigioniero e parlare con lui, ma con Trigesimo tutto era cambiato: i gladiatori rimanevano costantemente rinchiusi nelle loro celle tranne quando dovevano esercitarsi o combattere nell'arena.

Marzio dovette attendere due settimane. L'uomo che lo interessava avrebbe partecipato a un combattimento di gladiatori straordinario, organizzato in onore dell'imperatore e del suo esercito, mentre questi combattevano nel Nord. La cosa faceva senz'altro parte degli ordini che il Cesare aveva lasciato prima di partire: Marzio sapeva che un intrattenimento serviva a distogliere il popolo di Roma dal pensiero della guerra, e anche dal timore di una sconfitta. Gi, gli spettacoli dei gladiatori e delle corse al Circo Massimo evitavano che i Romani si preoccupassero troppo delle guerre del loro Cesare.

Marzio entr nel piccolo recinto della galleria che conduceva all'arena e si inginocchi di fronte all'immagine di Nemesi. L entr l'uomo che aveva richiamato la sua attenzione da giorni, ma con cui ancora non aveva avuto occasione di parlare.

Inginocchiati e fai come me disse Marzio al nuovo arrivato.

L'interpellato lo guard sorpreso. Non si aspettava che qualcuno tra quei combattenti conoscesse la lingua sarmata; e inoltre... la voce di quel gladiatore gli risultava familiare, ma l'elmo da mirmillone gli nascondeva il viso; cap un attimo dopo di chi si trattava.

Fingi di pregare e non far capire che ci conosciamo spieg Marzio sussurrando.

Akkas annu. S'inginocchi e si fiss sull'immagine di Nemesi.

Come sta andando al Nord?

Noi Sarmati abbiamo rotto l'alleanza con Decebalo, ci stiamo ritirando verso le montagne, allontanandoci il pi possibile dal Danubio e dai Daci, ma i Romani mi hanno catturato prima che siglassimo la pace con Traiano.

Marzio annu. Non osava chiedere ci che voleva sapere, ma Akkas lo conosceva bene e fu lui ad anticipare la risposta.

Alana e tua figlia stavano bene l'ultima volta che le ho viste. Alana era riuscita a portare con s un gruppo di donne rossolane e sarmatiche con i loro bambini che i Daci avevano usato come ostaggi. Lei stessa le ha condotte tutte attraverso le postazioni romane e daciche. Ora nessuno pu pi attraversare quelle valli, perch i Romani hanno innalzato palizzate a ogni passo, ovunque, e pattugliano costantemente; ma Alana  riuscita ad attraversare il territorio prima che le legioni dell'imperatore raggiungessero la Dacia. La conosci, la tua donna.

S disse Marzio, e pur senza aggiungere altro, Akkas percep nella sua voce la gratitudine per aver ricevuto quell'informazione. Il vecchio gladiatore che ora Roma aveva nominato Senex chiuse gli occhi e implor Nemesi ancora una volta perch proteggesse la sua famiglia. Prega la dea dei gladiatori aggiunse rivolgendosi al suo compagno sarmatico, ritrovato ora nell'Anfiteatro Flavio. Mi ha sempre aiutato. Si rialz. Buona fortuna, Akkas. I primi combattimenti saranno i pi difficili. Se li superi, forse uscirai vivo da qui...

Stava per aggiungere qualcosa, ma un pretoriano si sporse dalla porta del piccolo recinto.

Ehi tu, Senex. Basta chiacchierare.  il tuo turno. Meno parole e pi sangue disse, e scoppi in una fragorosa risata, convinto di essere stato molto divertente.

Marzio s'incammin. Non guard indietro. Ora Akkas doveva farsi valere da solo nell'Anfiteatro Flavio. Tutti, l, erano soli. I gladiatori non avevano un passato, non avevano un futuro: solo un combattimento da cui tentare di tornare vivi. Ma lui, Marzio, aveva qualcuno da cui tornare. Akkas glielo aveva appena confermato: Alana e Tamura erano vive.

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COSTESTI E BLIDARU

Centro della Dacia
Febbraio del 106 d.C.

Per la seconda volta in pochi anni, le mura delle fortezze di Blidaru e Costesti si opponevano all'avanzata verso Sarmizegetusa Regia. Traiano era riuscito a farsi strada in quel gelido inverno, fino a raggiungere il punto strategico della complessa rete di difese daciche, superando la resistenza di Tape e di altre citt e, in particolare, asfissiando con il fumo la maggior parte dei guerrieri di Piatra Rosie riuscendo cos a conquistare la fortezza. Ma ora, le mura che circondavano Blidaru e Costesti bloccavano il suo cammino.

Abbiamo gi conquistato questa fortezza una volta disse Traiano a Quieto e al resto dei legati che lo circondava mentre esaminava le nuove mura di Blidaru. Lo rifaremo. Gli dedicheremo il tempo necessario e, con la primavera, con l'arrivo di Laberio Massimo e delle legioni che abbiamo inviato in Mesia Inferiore, avanzeremo verso Sarmizegetusa; ma per ora concentriamoci sulla situazione qui. Che cosa avete visto?

La domanda del Cesare era rivolta a Nigrino e a Celso, che avevano fatto un giro di ricognizione generale intorno alla fortezza.

I Daci hanno ampliato le mura di Blidaru efficacemente, augusto disse Nigrino. Hanno ricostruito le mura della sezione pentagonale e di quella trapezoidale. Di fatto, hanno mantenuto esattamente la stessa struttura e hanno eretto almeno quindici delle diciotto torri che aveva la fortezza originale. Hanno alzato le mura, che sono molto pi alte rispetto alla guerra di alcuni anni fa, ma l'accesso con le nostre torri d'assedio  possibile. Dovremo prepararlo bene, ma si potr fare.

E Costesti? chiese Traiano guardando Celso.

Costesti era la fortezza pi antica di tutta la Dacia, costruita ancora prima dei tempi di Burebista e Giulio Cesare. Le legioni di Traiano l'avevano conquistata nella guerra precedente, con enormi sforzi ma ci erano riuscite. La questione era capire se fosse possibile ripetere quell'impresa.

 come nel caso di Blidaru, augusto rispose Celso. I Daci hanno ricostruito le mura che circondano la collina fortificata e le hanno alzate rispetto alla guerra precedente, secondo quanto mi hanno confermato alcuni veterani che mi accompagnavano nella ricognizione. C' solo un dettaglio... in pi.

Di cosa si tratta? indag Traiano, che non era in vena d'indovinelli e di misteri.

Celso esit un poco, ma poi rispose con chiarezza. Tutta la fortezza  circondata da lance conficcate nella terra, e sulla punta di ogni asta hanno posizionato un teschio... sicuramente di alcuni nostri legionari caduti in combattimento durante la guerra.

Traiano sospir. Questo aumenter la rabbia dei nostri uomini disse alla fine. Presto sostituiremo tutti i teschi con quelli dei guerrieri dacichi. Ditelo ai legionari e agli ausiliari. Li motiver. Li conosco bene e vogliono vendicarsi per questo inverno gelido e per i loro compagni caduti in guerra. Abbass lo sguardo mentre continuava a parlare, pensando a voce alta e convertendo le proprie idee in ordini con incredibile rapidit. Useremo due torri d'assedio per ogni fortezza e divideremo le catapulte in parti uguali per ogni assedio. Attaccheremo le due fortezze contemporaneamente. Voglio che le prime catapulte comincino a lanciare su Blidaru e Costesti prima che tramonti il sole e... Alz lo sguardo. Continuate ad attaccare per tutta la notte, tutte le notti. Nessun nemico dormir nella valle di Ora?tie finch non avr Decebalo in ginocchio davanti a me. Stabilite i turni necessari tra gli ufficiali delle catapulte.

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UN ARRESTO E UN PEZZO DI CARNE UMANA

Roma
Febbraio del 106 d.C.

Celer ud le grida degli aurigatores delle corporazioni avversarie attraverso tutte le scuderie di Roma. Maledicevano anche gli dei, e nelle corporazioni delle quadrighe la cosa appariva alquanto sacrilega. Celer non se ne rallegr, ma ci che era accaduto gli facilitava le cose: era morto all'improvviso uno dei migliori cavalli degli Azzurri. Succedeva, a volte. Gli animali venivano portati al limite delle loro forze e, di quando in quando, qualcuno di loro moriva nelle scuderie. Quella morte semplificava le cose per la prossima corsa, l'ennesima della lunga serie che l'imperatore Traiano aveva ordinato prima di lasciare Roma per il Nord. La dea Fortuna era con lui, con Celer: continuava a vincere nel Circo Massimo e la sua convivenza con Helva era piacevole. La dea Fortuna avrebbe protetto anche l'imperatore durante la sua nuova campagna militare? Ma Celer scroll la testa e i suoi pensieri tornarono a Helva e alla sua morbida pelle. La ragazza si dimostrava riconoscente e molto dolce con lui, e soddisfaceva ogni suo capriccio riguardo al suo modo di vestirsi o pettinarsi. No, Celer sapeva di non possedere ci che desiderava davvero, ma se lo faceva bastare. Tentava di convincersi di stare molto meglio della maggior parte dei mortali. Si diceva che l'imperatore avesse perso uno dei suoi migliori amici, in Dacia. Un legatus che era ostaggio dei Daci si era sacrificato per lasciare al Cesare campo libero per la sua vendetta. Perfino l'imperatore soffriva. No, lui, Celer, non poteva lamentarsi. Non aveva Menenia, ma a parte questo, aveva tutto.

Il grande auriga dei Rossi giunse a casa dopo una lunga giornata di lavoro con i cavalli nelle scuderie di Roma, ed Helva lo ricevette con un abbraccio. Tra l'auriga e l'ex prostituta non si osservavano le rigide norme di comportamento dei patrizi e delle altre classi abbienti. Anche lui, come loro, possedeva una grande ricchezza, ma poteva pure permettersi il lusso di comportarsi come voleva nella propria dimora: non gli importava ci che la gente o i suoi schiavi pensavano.

La sua vita era quasi perfetta. Anche la passione frustrata per Menenia pareva essersi assopita in un sonno profondo, in qualche angolo remoto del suo cuore. E lui non aveva intenzione di risvegliare quella passione addormentata nel forte abbraccio di Morfeo.

Che succede? chiese Helva mentre si separava da lui dopo averlo baciato varie volte.

Nulla, sto bene rispose Celer, e aggiunse qualcosa che avrebbe evitato che la ragazza continuasse a fare domande.  morto uno dei cavalli degli Azzurri.

 un'ottima notizia per te. Perch allora sembri triste? insistette lei. Non possedeva una grande educazione ma era profondamente intuitiva.

Mi addolora sempre che muoia un cavallo continu Celer, non per mentire, ma per rassicurarla sul fatto che il suo aspetto depresso dipendeva solo da quel motivo e non da qualche altra preoccupazione. Gli aurighi di quella corporazione forzano troppo gli animali e li maltrattano brutalmente con la frusta. Alcuni cavalli non si sono ancora ripresi dalle ferite delle frustate ricevute in una corsa e gi li obbligano a correrne un'altra.

Ci fu un breve silenzio.

Ti manca Niger? chiese lei.

Lui non ci aveva pensato, ma s, gli mancava. Era riuscito a riunire di nuovo Orynx, Raptore e Tigris dopo il suo viaggio al Nord come messaggero di Menenia, ma non aveva ancora trovato un altro cavallo con cui potesse intendersi tanto bene come con quel magnifico animale che aveva donato all'imperatore. Un cavallo di cui, ovviamente, aveva parlato a Helva in numerose occasioni.

In ogni caso, Niger star meglio con il Cesare che con me ribatt Celer ripetendo una frase che Helva aveva gi udito molte volte.

La ragazza sapeva che l'auriga si sforzava di autoconvincersi di aver fatto la scelta giusta per il proprio cavallo, pi che per l'imperatore; ma in fondo era evidente che gli dispiaceva non poter pi disporre del miglior animale che mai avesse avuto.

In quel momento si udirono dei forti colpi alla porta della domus.

Che succede? domand Helva.

Non lo so disse Celer.

Aprite, in nome di Roma! Aprite alle cohortes urbanae!

Tutto avvenne rapidamente: gli schiavi aprirono le porte su indicazione di Celer. Non temeva nulla, perch non aveva fatto nulla, e si sentiva sicuro con il suo denaro, ma i soldati entrarono, lo afferrarono e lo portarono via. Non si preoccuparono nemmeno di spiegare perch lo stessero facendo.

Chiama Musca! grid Celer a Helva. Fu tutto ci che riusc a dire.

A un cenno della ragazza, uno dei servitori usc correndo in cerca dell'avvocato della corporazione dei Rossi.

Helva rimase atterrita, rannicchiata, sola, nel mezzo di un atrio rimasto vuoto. Cosa stava accadendo?

Domus di Pompeo Collega

Il senatore Pompeo Collega ricevette la notizia dell'arresto di Celer come una carezza in mezzo alla tempesta che lo aveva travolto nelle ultime settimane. Suo nipote, il suo unico nipote, quel piccolo che tanto orgoglio aveva portato alla famiglia, aveva appena avuto una terza crisi. La diagnosi del medicus greco al quale erano ricorsi era stata incontestabile, definitiva. Il piccolo Gaio soffriva di epilessia. Una crisi in cinque anni poteva significare tante cose, ma tre di seguito avrebbero portato chiunque ad ammettere quella conclusione inappellabile. Non c'era bisogno di aver studiato Ippocrate per capirlo. Inizialmente Pompeo Collega aveva cercato di consolarsi col fatto che molti altri, prima di suo nipote, alcuni anche molto importanti, come il divino Giulio Cesare, avevano sofferto della stessa malattia; ma l'ultima crisi di suo nipote era stata molto grave e il bambino era stato sul punto di soffocarsi con la propria lingua. Dovevano trovare qualche rimedio che alleviasse il male. E presto.

Ha ricevuto qualche colpo forte alla testa? aveva domandato il medico greco.

Anche Pompeo aveva letto Ippocrate. Il vecchio saggio dell'isola di Cos aveva gi scoperto che l'epilessia era comune tra i soldati che avevano ricevuto forti colpi in testa, ma questo non era il caso. E anche se fosse stato cos, a cosa serviva sapere l'origine di una malattia? L'importante era conoscerne la cura.

 tornato, mio signore. La voce dell'atriense penetr nei pensieri del senatore distogliendolo dalle sue riflessioni sulla malattia del nipote, e questo lo infastid molto.

Chi  tornato? domand il senatore a voce alta, senza nascondere la rabbia per essere stato disturbato da un volgare schiavo.

Mi dispiace, mio signore.  quell'uomo strano e... Come definirlo? Lui era solo uno schiavo. Le parole non erano il suo forte. Quell'uomo terribile che  venuto qui qualche settimana fa.

Quello che ti ha spaventato?

S, mio signore, proprio lui conferm l'atriense, contento che il suo padrone si ricordasse a chi si riferiva.

Questo fece tornare il sorriso sul volto di Pompeo Collega. Ora avrebbe potuto verificare chi fosse lo strano uomo che provocava un tale timore in qualcuno di tanto inferiore come quello schiavo.

Fallo passare, imbecille.

L'atriense fece un grande inchino e usc dall'atrio. Subito dopo, dal vestibolo, entr lentamente un uomo che si ferm accanto all'impluvium; la sua pelle era scura e rugosa, era incurvato dagli anni ma ancora muscoloso e aveva delle enormi mani; era di un'et indefinita, tra l'adulto e l'anziano, senza poter indovinare di pi. Anche solo per il suo aspetto, l'uomo mise in allerta il senatore. Ma non si trattava solo dell'aspetto, c'era dell'altro. Qualcosa di impenetrabile.

Chi sei e cosa vuoi? domand Pompeo Collega.

Quello strano essere rispose con una voce tanto roca che non sembrava uscirgli dalla gola ma dalle profondit stesse delle viscere. Non era una voce rauca come quella dell'emissario del nipote del Cesare, ma piuttosto una voce... dall'oltretomba.

Chi sono non  importante. Vengo perch ho qualcosa che interesser il senatore e che vorr comprare. E ancora di pi ora che ha fatto imprigionare quell'auriga della corporazione dei Rossi e quindi avr presto pi denaro con cui poter ottenere tutto ci che desidera, appena gli Azzurri torneranno a vincere nel Circo Massimo.

Le notizie volavano a Roma. Ma non si sorprese. L'arresto di Celer era destinato a trasformarsi nel principale argomento di conversazione in tutte le taverne della citt. E forse sarebbe arrivato a provocare anche qualche disordine nelle strade se i seguaci dei Rossi si fossero innervositi intuendo qualche manovra della corporazione degli Azzurri dietro alla cattura del loro vittorioso eroe.

Insisto per sapere con chi sto parlando. Un senatore di Roma deve conoscere il proprio interlocutore. Se non t'identifichi subito, vattene da casa mia prima che ti prenda a calci come un cane. La verit era che aveva davvero una gran voglia di buttarlo fuori di casa. La sua presenza era inquietante.

D'improvviso l'uomo ingobbito si drizz ed esib dei muscoli ferrei e un'espressione feroce sul viso; le sue folte sopracciglia si unirono sulla fronte stretta e piena di rughe. Non sarebbe stato facile per gli schiavi riuscire a trattenerlo nel momento in cui lo avessero dovuto buttare fuori. Pompeo Collega si compiacque della sua vecchia abitudine di tenere sempre una daga sotto la toga. Quell'incontro cominciava a risultargli non solo fastidioso ma anche pericoloso. Poi, per, lo strano visitatore torn a piegarsi, assumendo un tono pi conciliante possibile con quella voce misteriosa che faceva sospettare qualche improvvisa azione violenta.

Probabilmente  giusto che il senatore sappia chi sono. E rimase un istante in silenzio, quasi a voler amplificare l'effetto della rivelazione del suo nome. Tutti mi chiamano Carpoforo e sono il bestiarius dell'Anfiteatro Flavio da quando l'Anfiteatro Flavio esiste.

Pompeo Collega annu lentamente. Il bestiarius. Non era frequente che quell'essere uscisse dalle viscere dell'anfiteatro. Molti credevano che fosse pi una leggenda che un essere vivente, ma il senatore sapeva che esisteva veramente perch aveva udito l'imperatore Domiziano parlare di lui diverse volte ai tempi della dinastia Flavia. Da quando Traiano governava, alcuni dicevano che quel bestiarius fosse morto, altri che fosse ancora vivo. Ci che era certo era che le fiere dell'anfiteatro continuavano a uccidere i malcapitati che se le ritrovavano di fronte nell'arena, e con una violenza che ricordava i migliori tempi di Domiziano; e ci faceva pensare che il vecchio Carpoforo fosse ancora l sotto, a addestrare i pi feroci animali dell'Impero a fare a pezzi, dilaniare e divorare uomini, donne e bambini e chiunque venisse condannato a finire in pasto alle fiere. E ora quell'essere era l, nell'atrio di casa sua.

Perch sei venuto qui? Cosa potresti offrirmi che possa interessarmi? chiese il senatore.

Carpoforo si fece avanti di qualche passo fino a trovarsi a un solo piede di distanza da Pompeo Collega. Il senatore poteva sentire l'alito fetido di quell'uomo del sottomondo dell'Anfiteatro Flavio e, d'istinto, da sotto la toga cerc con la mano destra l'impugnatura della daga nascosta.

Ho un fegato disse il bestiarius.

Di gladiatore?

Di gladiatore conferm Carpoforo.

Il senatore abbandon l'impugnatura della daga. Il fegato di un gladiatore morto in combattimento era la miglior cura per chi soffriva di epilessia; ma come poteva quell'uomo essere al corrente della salute di suo nipote? S, s, poteva saperlo. Lui non aveva mai nascosto il problema e lo aveva commentato con vari amici alle terme. Risultava evidente che quel bestiarius, in un modo o nell'altro, doveva tenersi ben informato su ci che accadeva nel mondo in superficie di Roma.

L sotto si viene a sapere tutto disse Carpoforo come se avesse letto nella mente del senatore, come se il bestiarius fosse la pi chiaroveggente delle sibille. Guadagno molto denaro con il sangue e i fegati dei gladiatori caduti in combattimento e mi tengo sempre informato sui possibili compratori. Ma questo fegato  particolarmente caro.

Il denaro non sar un problema replic Pompeo Collega tentando di esprimere tutto lo sdegno che pot ma senza riuscirci. Quell'essere, certamente, com'era accaduto al suo atriense, avrebbe intimorito chiunque. Ma perch vale cos tanto questo fegato?

Perch questo gladiatore  qualcuno di speciale. Lo osservo da mesi, ma  da poco che ho ricordato chi . Era gi stato nell'Anfiteatro Flavio e... poi aveva ottenuto la libert. E ora  tornato. Questo gladiatore vale una fortuna da vivo, ma varr molto di pi da morto.

E sia replic Pompeo Collega che, accecato dalla necessit di ottenere qualcosa che migliorasse la salute di suo nipote, non si preoccup di chiedere come il gladiatore avesse ottenuto la libert in passato; suppose che fosse stato liberato per aver conseguito molte vittorie. Quando avrai il suo fegato pagher il prezzo che chiederai.

Alla fine Carpoforo s'inchin davanti al senatore. Fece qualche passo indietro e senza pronunciare alcuna parola di congedo spar dietro la tenda che dava accesso al vestibolo. Pompeo Collega sent che gli schiavi si affrettavano ad aprire le porte della casa per lasciare uscire il bestiarius di Roma. E in quel momento il vecchio senatore comprese cos'era ci che pi turbava in quell'essere che gli aveva fatto visita. Non dipendeva tanto dal fatto che fosse repellente, misterioso o sporco. Si trattava del fatto che, proprio come aveva detto l'atriense, quell'essere odorava di morte. L'odore dei cadaveri che faceva a pezzi per nutrire le sue fiere sembrava accompagnarlo ovunque, come un lugubre mantello dell'orrore che lo ricopriva.

Carpoforo guard da un lato all'altro della strada. Stava scendendo la notte e la citt era buia. I carri dei commercianti iniziavano a entrare nella pi grande citt del mondo. Il bestiarius, gobbo come una specie di mostro che vuol celare, con quella postura, la propria forza, s'incammin verso l'Anfiteatro Flavio.

Aveva gi trovato un compratore, ora doveva solo escogitare un modo per estrarre quel fegato dal corpo di Marzio, un gladiatore sorprendente che era sopravvissuto all'impossibile. Ma Carpoforo aveva architettato un piano. Doveva parlare con Trigesimo e persuaderlo. L'oro, come sempre, avrebbe piegato la volont del debole lanista. Con il vecchio Caio sarebbe stato impossibile, lui difendeva sempre i suoi gladiatori, ma con Trigesimo si poteva ottenere tutto. Se non con le buone, Trigesimo avrebbe dovuto convincersi con le cattive. Carpoforo sorrise. Gli piaceva la caccia. Soprattutto la caccia all'uomo, anche se doveva essere paziente. L'attesa aumentava il piacere della cattura.

32

CIRCUMVALLATIO

Sarmizegetusa, centro della Dacia
Giugno del 106 d.C.

Che stanno facendo? grid Decebalo a squarciagola ai pileati che lo circondavano. Per Zalmoxis! Che qualcuno mi dica cosa stanno costruendo ora quei dannati Romani!

Tape, Piatra Rosie e perfino Blidaru e Costesti erano gi cadute nelle mani dei Romani con la fine dell'inverno e l'inizio della primavera, e Traiano si era posizionato, per la seconda volta, con le sue legioni davanti alle mura di Sarmizegetusa. Decebalo era furioso, ma, contrariamente a ci che ci si poteva aspettare, non era disperato. Aveva ancora delle idee.

N Diegis n Vezinas sapevano cosa rispondere alla domanda del re sui lavori che stavano realizzando i Romani attorno a Sarmizegetusa. Si trovavano tutti in cima al muro esterno della capitale fortificata della Dacia e osservavano i legionari dell'imperatore che, dopo aver tagliato gli alberi intorno alla citt, avevano cominciato a costruire una gigantesca palizzata. E nessuno capiva bene perch o per che cosa.

Davanti al silenzio dei suoi ufficiali il re parl di nuovo, masticando rabbia ed esasperazione in egual misura. Che conducano qui quel maledetto romano!

A Vezinas, come agli altri presenti, fu immediatamente chiaro che il re si riferiva all'ex senatore che negli ultimi mesi aveva agito da consigliere e i cui piani di assassinare l'imperatore di Roma prima e di sequestrare il suo migliore amico per fermarlo poi erano miseramente falliti. Decebalo aveva ordinato di fustigare quel miserabile, ma, forse perch il re riteneva che potesse ancora essergli di qualche utilit, non lo aveva ancora fatto giustiziare. Vezinas si rallegr di avere una scusa per allontanarsi dalle mura, per un doppio motivo: questo gli permetteva di distanziarsi non solo dall'ira del re ma cos pure dalla prima linea di difesa, poich i Romani, anche se impegnati a costruire quella strana palizzata, avevano intanto cominciato a lanciare sulla citt pietre e ogni tipo di arma. Le mura non erano un luogo sicuro. Infatti, non appena Vezinas si fu allontanato, una nuova pietra cadde a pochi passi dal punto in cui si trovava il re con tutti i suoi ufficiali.

Dobbiamo lasciare questo luogo, almeno per il momento disse Diegis al sovrano.

Ma Decebalo neg con la testa. La sua mente era concentrata nel tentativo di comprendere la strategia di Traiano. Anche durante l'ultima guerra avevano lanciato pietre con le catapulte e giavellotti con altre macchine d'assedio, ma quella grande palizzata era qualcosa di diverso e, anche se gi intuiva di cosa potesse trattarsi, voleva assicurarsene.

Nonostante tutto congiurasse contro la Dacia, con i Rossolani di Susago neutrali e con i Sarmati in ritirata a nord, abbandonata dalla maggior parte delle restanti trib, Bastarni, Buri, Sciti, Marcomanni e Greci del Ponto Eusino, Decebalo non si dava per vinto. Era persuaso che se avesse resistito a quella seconda estate di guerra, un secondo inverno di campagna militare sarebbe risultato fatale per i legionari. Forse per questo i Romani combattevano con tanta foga in quelle settimane. Decebalo, inoltre, sapeva che al Nord rimanevano abbastanza fortezze daciche leali e finch Sarmizegetusa avesse resistito o, per lo meno, finch lui fosse rimasto vivo, ci avrebbe trasmesso una forza straordinaria a tutti quei Daci che non volevano i Romani a nord del Danubio. Esisteva anche la possibilit che, se il conflitto si fosse prolungato abbastanza, Susago e altri che si erano proclamati neutrali, assistendo alla debolezza di Traiano, considerassero l'idea di ribellarsi di nuovo ai Romani. Di sicuro anche l'imperatore stava pensando a quella possibilit, e per questo cercava di conquistare Sarmizegetusa nel minor tempo possibile. Ma no, Decebalo non era disposto ad arrendersi, n ora n mai. La sua perseveranza aveva avuto in passato il sopravvento su Domiziano ed era convinto che la sua resistenza, contro ogni pronostico, alla fine avrebbe procurato a Traiano dissapori con il senato. L'Impero romano aveva altre frontiere, e in qualsiasi momento sarebbero potuti sorgere problemi in Germania o in Partia o in Britannia. Traiano era in vantaggio perch aveva concentrato quasi un terzo della potenza di Roma in Dacia, per questo significava indebolire la difesa di altre regioni. No, non c'era motivo di arrendersi. Quante altre estati e quanti altri inverni avrebbe potuto dedicare Traiano al tentativo di sconfiggerlo? Perfino l'imperatore di Roma aveva un limite e lui, Decebalo, voleva arrivare a quel limite e anche oltre.

 qui disse Vezinas, che stava trascinando per il collo della tunica un indebolito Mario Prisco. Le frustate, la scarsa alimentazione e l'umidit delle prigioni sotterranee di Sarmizegetusa Regia non avevano giovato alla sua salute.

Decebalo non si disturb nemmeno a guardarlo, ma indic verso la palizzata che continuavano a erigere i legionari che circondavano la citt e chiese al prigioniero: Cosa stanno costruendo?.

Mario Prisco si stropicci gli occhi, tentando di togliersi qualche crosta. Ancora non si era abituato alla luce del giorno, dopo settimane rinchiuso nella semioscurit. Il riflesso del sole gli risultava accecante, ma sapeva che il re della Dacia, dopo i suoi molteplici fallimenti come consigliere, non era in vena di ascoltare scuse. Prisco cerc di aprire gli occhi come poteva e si sforz di analizzare ci che riusciva a vedere. Passarono alcuni istanti di silenzio. Un'altra pietra vol sopra alle loro teste e cadde sul tetto di uno dei santuari in pietra e legno. Parte del tetto croll. Si udirono delle grida. Qualcuno era morto. I Romani urlarono per la gioia, dalla zona in cui avevano posizionato le catapulte.

 una circumvallatio, mio re disse alla fine Mario Prisco.

Una che? chiese Decebalo.

 una grande recinzione, una palizzata di legno che circonder tutta la citt, quando l'avranno terminata. Traiano vuole isolare Sarmizegetusa perch non possa ricevere nessun aiuto dall'esterno. Immagino si tratti di questo. Gli eserciti romani lo hanno fatto in diverse occasioni...

Come ad Alesia disse Decebalo interrompendo Prisco.

Il vecchio senatore si sorprese per la conoscenza che il re della Dacia dimostrava delle strategie militari romane. S, come ad Alesia conferm.

E tutto questo cosa vuol dire? chiese Decebalo.

Prisco deglut. Per un momento consider la possibilit di mentire, ma ad ogni modo intuiva che il re dacico gi sapeva cosa aspettarsi e cercava solo una conferma. L'ex senatore, per la prima volta nella sua vita e contrariamente alla sua abitudine, scelse di essere sincero.

Questo vuol dire che Traiano  venuto per restare.

33

LA SUPPLICA DI HELVA

Roma
Giugno del 106 d.C.

La ragazza si inginocchi di fronte a Menenia.

Solo tu puoi salvarlo, solo tu implorava tra singhiozzi che sembravano sinceri. Il cuore di Menenia, tuttavia, pareva essersi indurito e il pianto di Helva non riusciva a penetrare gli interstizi pi profondi dei sentimenti della vestale. La giovane, per, non aveva intenzione di darsi per vinta: sapeva che quella donna, anche se certamente la odiava, aveva amato Celer con tutte le sue forze ed era a questo antico amore a cui doveva appellarsi. So che mi odi, so che mi disprezzi per ci che credi io ti abbia rubato, ma io non ne ho colpa, e nemmeno Celer continu la ragazza in un fiume di parole, la sua unica arma, la sua unica speranza. Io non sono niente e nessuno. Ero una prostituta, nulla pi, e Celer mi scelse e mi riscatt da quella vita orribile, ma non lo fece per me, lo fece per te, per te.

Lo ripet con una tale convinzione che Menenia torn a guardarla, ma con la fronte aggrottata e con pi rabbia di prima.

Helva tuttavia prese quello sguardo per un piccolo trionfo, come fosse una porta socchiusa: la vestale la stava ascoltando; prima aveva accettato di vederla e ora l'ascoltava. Quell'antico amore non si era sopito del tutto, doveva esserne rimasta una qualche traccia, che ancora bruciava nel cuore della sacerdotessa, in mezzo al tempio sacro di Vesta.

Lo fece per te. L'unica cosa di me che ha attratto Celer  la mia somiglianza con te. Guardami, sacerdotessa, guardami bene. Ed Helva sollev la testa e il collo, senza alzarsi perch voleva mostrarsi sottomessa, ma in modo che la sacerdotessa potesse vedere bene il suo viso.

Menenia spalanc gli occhi sorpresa: quando era entrata nella sala del tempio non si era nemmeno degnata di guardare quella donna con attenzione, ma ora, osservandola bene, vedeva perfettamente il bel volto illuminato dalla fiamma eterna di Vesta.

La ragazza continuava a parlare. Sono come te: lo stesso naso, gli stessi occhi, lo stesso colore di capelli, lisci e scuri, la stessa fronte piccola... Mi faceva anche pettinare in un determinato modo, con i capelli intrecciati; io pensavo che volesse che sembrassi una fidanzata, ma no, la mia pettinatura aveva lo scopo di farmi assomigliare a una vestale. Fino a che un giorno me lo confess: stava con me perch ti somiglio, perch sono la donna che pi somiglia all'unica che ha amato nella sua vita. Celer non ama me, ma la vestale che non pu avere, la bambina con la quale  cresciuto e con la quale giocava quando era piccolo; possiede il mio corpo, ma so che anche quando giace con me  a te che pensa. Tante volte gli ho sentito dire il tuo nome in sogno, quando ha gli incubi prima di affrontare una nuova corsa, e c' sempre il tuo nome nei suoi pensieri. Nonostante tutto io ero felice con lui: mi trattava bene, mi dava da mangiare, da bere, una casa, servit, una vita comoda, e io dovevo solo lasciarmi possedere mentre lui continuava a tenere gli occhi chiusi, e sono sicura che fosse perch immaginava di stare con te, con l'unica donna che davvero ama. S, nonostante tutto ero felice: sono incinta e so che si prender cura del mio piccolo quando nascer. Temo per lui ogni volta che va al Circo Massimo, quel maledetto Circo Massimo che un giorno me lo strapper via per sempre. Ma ora, ora che  stato giudicato e condannato in un processo manipolato, come lo sono tanti in questa citt, ora che i suoi nemici hanno approfittato del fatto che l'imperatore  lontano e non pu vigilare sulla giustizia a Roma, ora che Celer  stato condannato a morte, ora che ha bisogno d'aiuto, nessuno accorre in sua difesa. Nessuno osa mettersi contro i suoi nemici, n tutti quelli che hanno sempre scommesso sui Rossi guadagnando una fortuna con le sue vittorie n i suoi presunti amici, che riempivano la sua casa solo in occasione dei banchetti che Celer offriva con generosit. L'avvocato della sua corporazione, Musca, si  dimostrato assolutamente incapace durante il processo; non  riuscito a smontare nessuna delle menzogne dei suoi accusatori, di Acleo, quel vile auriga degli Azzurri, o del suo sostenitore, il senatore Pompeo Collega, n quelle di altri suoi amici. E io non ho niente e nessun altro a cui ricorrere, nessuno che possa aiutarlo. Io per quasi tutti sono solo la sua concubina, la sua compagna, la sua puttana, come per quel miserabile esattore delle tasse che mi perseguita da mesi e che ha testimoniato contro Celer per vendetta, perch si rifiutava di pagarlo come se io fossi ancora una prostituta. Ma ci sei tu, una sacerdotessa vestale che una volta am Celer con la forza che solo gli dei accordano a chi ama senza limite; e ho pensato, l'ho pensato mille volte: Questa donna mi odia, questa donna mi odier per sempre;  assurdo ricorrere a lei per chiedere aiuto, non mi ricever nemmeno nel tempio pi sacro di Roma. Ma poi ho pensato anche che nella mia vita tutto sembrava perduto e poi invece gli dei hanno voluto cambiare le cose: mi hanno regalato Celer e una nuova esistenza e ora vogliono portarmelo via, ma io non voglio restare inerte, senza lottare. Ho bisogno di Celer, non per me, ma per il piccolo che porto in grembo. Senza di lui noi non siamo niente. E riprese a piangere.

Menenia la fissava e l'ascoltava, questa volta s, con attenzione; Helva riapr gli occhi e riprese a parlare nonostante il dolore.

Ho mentito, e non voglio mentire a una vestale, ancor meno mentre sto implorando il suo aiuto. S,  vero, sono qui anche per me stessa, per me e per Celer. Abbiamo abbastanza denaro per poter vivere bene, e io potrei occuparmi degli altri bambini che potremmo avere. Non voglio perderlo. Lui non mi ha mai amato veramente, ma io s, io amo ogni piccolo angolo della sua pelle, ogni piega del suo corpo, ogni cicatrice, e non voglio perderlo, non voglio perderlo, ma... ma... E le costava dirlo, le costava, ma non c'era altro modo. Ma sono disposta a tutto ci che  necessario perch sia fatta giustizia; sono disposta a lasciarlo, se servir a salvarlo. Se trovi un modo per salvarlo io lo lascer, me ne andr e sparir per sempre. Non dovrai mai pi vederlo in mia compagnia, sparir e nessuno sapr pi nulla di me. Lascer ci che pi amo al mondo, lui e la creatura che nascer, se trovi un modo per salvarlo. Non posso offrire di pi, non ho niente di pi, questo  tutto, poco per la maggior parte delle persone, ma l'unica cosa che possiedo... Lascer Celer... me ne andr...

Affond il viso tra le mani mentre ricominciava a piangere con singhiozzi soffocati, ai piedi della vestale.

Menenia si alz piano. Cammin tra le ombre del tempio di Vesta. Si ferm. S, il suo cuore si era indurito negli ultimi mesi: prima Cecilia, sua madre, e poco tempo dopo Menenio, suo padre, erano morti. Si sentiva sola, completamente sola. Gir la testa e guard la fiamma sacra che ardeva nel centro del tempio. Lei non voleva che Celer morisse. Questo era chiaro nel suo cuore. Odiava quella donna? Odiava lo stesso Celer? S, forse quei sentimenti avevano popolato la sua mente per alcuni momenti. Assurdamente, aveva nutrito l'ingenua speranza che Celer non mettesse in pratica la minaccia di abbandonarla, andando in cerca dell'amore di un'altra, ma quello era un desiderio infantile e ancora di pi quando si trattava di un uomo. Uomini. Sempre incostanti, sempre in cerca di un compromesso. Per questo le guardiane della fiamma di Vesta erano donne. Numa, il vecchio re Numa, il secondo re di Roma che aveva ereditato il governo della citt dopo Romolo, Numa, che aveva fondato il collegio delle vestali, aveva scelto donne e non uomini per salvaguardare il cuore della citt del Tevere, e l stava lei, camminando lentamente intorno alla fiamma sacra. Menenia aveva dovuto rinunciare a ci che pi desiderava per quella fiamma, per gli dei di Roma, per l'Impero che si estendeva dall'Africa al Reno, dall'Asia all'Hispania. S, lei conosceva molto bene la sofferenza e le privazioni. Nessun privilegio di una vestale compensava tutto ci a cui aveva dovuto rinunciare: prima all'infanzia felice con i genitori, poi al suo unico amore. E le parole di Helva risuonavano nella sua testa: Solo tu puoi salvarlo, solo tu puoi salvarlo. Le stesse che suo padre le aveva raccontato di aver pronunciato nella sua preghiera al senatore Plinio perch la difendesse dal falso crimen incesti di cui era stata accusata. E ora quelle parole ritornavano a lei. La vita compiva dei cerchi, come quelli che lei stava facendo intorno alla fiamma sacra di Vesta. Tutto tornava.

Si volt allora verso Helva, ancora inginocchiata vicino alla fiamma sacra. Ancora singhiozzante. Aveva parlato con difficolt; doveva essere sfinita. Menenia si avvicin lentamente a lei e torn a sedersi sulla sella da cui aveva ascoltato le sue preghiere.

Io conosco bene le privazioni disse, ed Helva sollev il viso asciugandosi con il dorso delle sue bianche mani le lacrime che le avevano rigato le guance. Io conosco i sacrifici. E tu ne offri uno molto grande. Vari importanti capi di Roma vengono qui a offrire sacrifici apparentemente grandiosi, ma in realt danno solo ci che avanza loro, ci che hanno in quantit. Tu offri tutto ci che pi ami.  un sacrificio molto grande. Vuoi sapere se mi hai commosso? Si fece un breve silenzio; Helva la guardava senza respirare. S, lo hai fatto. Ma... E cominci a sospirare mentre continuava a parlare. Ma anche se volessi, anche se accettassi il tuo sacrificio, anche cos non saprei come aiutarti. Non c' maniera di cambiare una condanna a morte come quella che  stata emessa contro Celer.

L'imperatore...

L'imperatore, s convenne Menenia. In questo hai ragione. Forse l'imperatore potrebbe cambiare la sentenza dei giudici, ma Traiano  lontano, al Nord. Ci vogliono settimane perch gli giunga un messaggio e settimane per ricevere una risposta, mentre la sentenza sar attuata nei prossimi giorni. Mi dispiace, Helva, non posso fare nulla. Celer va ben oltre la mia capacit d'influenza. E riconosco che mi dispiace e che il mio cuore  enormemente rattristato. Pu essere che abbia odiato Celer per un momento, che abbia odiato anche te, ma tutto questo  ormai passato, e mi dispiace che lui muoia e penso che anche lo stesso imperatore si dispiacer, ma non possiamo fare nulla, nessuno pu fare nulla.

Helva si rialz lentamente. Il sangue non scorreva pi bene nelle sue gambe addormentate dopo aver passato tanto tempo inginocchiata. Nonostante tutto, non intendeva darsi per vinta.

Una vestale di Roma deve poter fare qualcosa quando tutto ci che si  commesso contro qualcuno  ingiusto. O significa che le leggi di Roma non valgono nulla... Roma intera non vale nulla... Si volt e s'incammin senza nemmeno congedarsi.

Menenia la osserv allontanarsi tra le ombre tremolanti del tempio di Vesta fino a che la sua figura scomparve del tutto. Rimasta sola, guard a terra. Helva aveva ragione: se nemmeno una vestale poteva impedire un'ingiustizia tanto grave, Roma era morta. Sospir. Le leggi di Roma. Avrebbe potuto trovare l una risposta? Sospir ancora, pi profondamente. Anche la Vestale Massima era deceduta, a causa di una terribile febbre che si era aggravata nelle ultime settimane, e la decisione su chi l'avrebbe rimpiazzata era stata posticipata dal Collegio dei pontefici fino al ritorno del Cesare. Forse lei avrebbe saputo cosa fare, ma ora...

Menenia non aveva pi nessuno a cui ricorrere, senza genitori, senza la Vestale Massima, con Celer imprigionato e l'imperatore impegnato in una guerra che sembrava non finire mai. E non si fidava dei sacerdoti, no. Dopo il processo contro di lei aveva intuito che molti di loro la giudicavano con sospetto. Solo la protezione dell'imperatore, del Pontifex Maximus, la salvaguardava da quei giudizi.

Menenia si alz e fece lo stesso percorso di Helva per lasciare il cuore del tempio. Fu allora che si ricord delle parole dell'imperatore, pronunciate poco prima di partire per la prima guerra contro Decebalo. S, in quell'occasione il Cesare aveva detto qualcosa che in quel momento non le era sembrato importante. Ferma come una statua bianca in mezzo al santuario, ramment la voce di Traiano nella sua mente.

Se non sar a Roma e avrai bisogno di aiuto, c' una donna che vive nella parte sud della citt, Liviano ha tutte le informazioni; questa donna conosce Roma meglio di chiunque altro. Perfino meglio della Vestale Massima. Se ti troverai in pericolo, puoi ricorrere a questa donna e lei ti aiuter. Ha sempre trovato una scappatoia quando tutto sembrava perduto.

Menenia non era sicura che quelle fossero le parole esatte, ma sapeva con certezza che quello era il significato del messaggio enigmatico di Marco Ulpio Traiano di cui quella sera, all'improvviso, si rammentava. All'epoca, lei si era limitata a inchinarsi dopo aver ascoltato quelle parole, ma ora, ferma nel centro del tempio di Vesta, si domand se quella donna esistesse ancora. Forse gli dei si erano portati via anche lei, come avevano fatto con i suoi genitori, con la Vestale Massima, con tutti gli altri.

O forse no.

34

LE TORRI D'ASSEDIO

Sarmizegetusa Regia
Giugno del 106 d.C.

Prima linea romana; avanzata delle torri d'assedio

Avanti! Avanti! gridava Lusio Quieto dall'alto del suo cavallo. I legionari tiravano le corde e spingevano. Avevano anche legato diversi cavalli che aiutavano nel gigantesco sforzo di avvicinamento delle torri d'assedio alle mura della citt. Traiano aveva proposto di dirigere lui stesso l'attacco, ma Quieto, Nigrino, Celso, Palma e altri ufficiali avevano convinto l'imperatore a lasciare il comando a Lusio Quieto, mentre lui avrebbe osservato tutto da una posizione pi sicura, vicino alla grande palizzata che circondava la citt.

Traiano non ne era molto convinto, ma si sentiva stanco per la lunga campagna e aveva deciso di non contrariare tutti i suoi legati, accettando quindi la proposta. Si era gi messo inutilmente in pericolo durante la caccia a Viminacium e forse era sensato ascoltare i consigli dei suoi uomini di maggior fiducia.

Mura di Sarmizegetusa

Diegis ordin che tutti si accovacciassero sulle mura per non essere visti dal nemico. Avrebbero aspettato fino a che le torri fossero state molto pi vicine. Appoggiati dietro alle fortificazioni di pietra, in cima alle mura, potevano udire le grida dei centurioni romani, i nitriti delle bestie che tiravano le torri e gli ordini del legatus che non cessava di spronare i legionari. Diegis sapeva che il suo obiettivo di quella mattina, oltre a respingere l'attacco, era di uccidere l'ufficiale romano che stava al comando. Un colpo come questo avrebbe potuto demoralizzare parecchio le legioni di Roma. E forse, come non smetteva di ripetere il re Decebalo, se avessero resistito quell'estate, un secondo inverno avrebbe potuto far vacillare i Romani.

Prima linea romana

Spingete! Spingete, per Marte! continuava a urlare Lusio Quieto. Le torri si muovevano molto lentamente. Concentrato sulla manovra di avvicinamento degli immensi congegni di legno alle grosse mura di Sarmizegetusa, Quieto non fece caso al fatto che, stranamente, i difensori non stessero tentando nulla per proteggere le mura.

Retroguardia romana

Perch non si difendono? domand Traiano.

In effetti  strano ammise il vecchio Sura.

Vogliono aspettare che siano pi vicine, per essere pi efficaci quando decideranno di attaccare comment Celso.

Lusio dovrebbe ordinare agli arcieri e agli scorpioni di cominciare gi ad attaccare comment Traiano.

... un ordine, Cesare? domand Nigrino all'imperatore. Traiano annu. Nigrino allora chiese un cavallo e part verso la prima linea.

Prima linea romana

Ci siamo quasi, per Marte! Continuate! Continuate! insisteva Lusio Quieto con i suoi uomini. Le tre gigantesche torri d'assedio erano gi a poco meno di cento passi dalle mura.

In quell'istante arriv Nigrino cavalcando al galoppo dalla lontana palizzata che circondava la citt. Il Cesare ordina che si cominci l'attacco per evitare una risposta dei difensori.

Quieto guard verso le mura. I Daci continuavano a rimanere nascosti, ed era molto strano che ancora non avessero fatto nulla. Lui aveva ordinato che nessuno lanciasse niente finch i difensori non avessero risposto all'avvicinamento delle torri. Se attaccavano ora, e non c'era nessuno sulle mura, avrebbero perso moltissime lance e giavellotti per niente, inoltre avrebbero dovuto attendere prima che le catapulte, soprattutto quelle che richiedevano pi tempo per essere caricate, fossero di nuovo pronte. Era una decisione difficile, che doveva essere guidata pi dall'intuito che dalla ragione, ma Traiano aveva dato un ordine. Lusio si volt verso le catapulte e gli arcieri.

Arcieri! Avanzate, per Ercole! inizi a gridare. Artiglieri, preparatevi! Per l'imperatore, al mio ord...! Ma non pot terminare la frase. Decine di lance, alcune in fiamme, emersero dall'alto delle mura e una freccia si conficc nella schiena di Lusio Quieto.

Nigrino si lanci gi dal cavallo e si mise al riparo dietro al corpo dell'animale, quando vide centinaia di dardi incandescenti che cadevano come una pioggia di fuoco sopra le torri d'assedio. Caddero anche alcune pietre. O i Daci possedevano ancora alcune armi d'assedio delle guerre di Domiziano che non avevano mai consegnato o avevano imparato a copiare le macchine romane.

Dopo la prima raffica da parte dei difensori, finalmente, gli arcieri romani e le catapulte delle legioni cominciarono a rispondere alla sfida dei Daci, ma i guerrieri di Diegis erano tornati a rifugiarsi dietro le mura di pietra e la maggior parte dei pila, delle frecce e dei dardi, rimbalzarono sugli enormi blocchi di pietra delle mura di Sarmizegetusa.

Aaah! grid Quieto trascinandosi a terra. Dopo la freccia ricevuta nella schiena era caduto da cavallo e stava avanzando carponi lasciando una scia di sangue al suo passaggio.

Nigrino si allontan dal suo cavallo e corse a soccorrere il capo della cavalleria romana e ad aiutarlo a rialzarsi. Andiamo, su gli disse.

Quieto soffriva di pi per la propria incapacit che per la ferita, ma il sangue non smetteva di scorrere e Nigrino temeva per la vita del grande legatus nordafricano.

In cima alle mura di Sarmizegetusa

Dopo quel tiro Diegis mise da parte l'arco e si accovacci dietro la protezione, insieme al resto dei suoi uomini. Lo aveva colpito in piena schiena. Gli ufficiali che lo circondavano lo acclamarono. Era stata una grande impresa: un lancio alla portata di pochi.

Presto la notizia che il nobile Diegis aveva colpito a morte l'ufficiale romano che dirigeva l'attacco contro la citt pass di bocca in bocca fino ad arrivare alle orecchie dello stesso re. Decebalo annu in silenzio quando fu informato della prodezza, e sua sorella Dochia chiuse gli occhi e pronunci una preghiera di ringraziamento all'onnipotente Zalmoxis. All'esterno del palazzo il fumo che solcava il cielo questa volta non proveniva dalle case daciche, ma dalle tre torri d'assedio romane che ardevano come immense pire funerarie.

35

AKKAS

Ludus Magnus, Roma
Giugno del 106 d.C.

Condussero Akkas gravemente ferito, ma non alla sala del medicus: lo lasciarono sdraiato a terra, bocca all'aria, ricoperto di sangue, in mezzo all'arena di addestramento del Ludus Magnus. Con lui c'erano altri gladiatori in condizioni simili.

Marzio interruppe l'allenamento e anche se Trigesimo gli grid dietro, gett a terra la spada di legno e corse accanto al vecchio amico sarmatico. Quando per s'inginocchi accanto a lui si rese conto che le ferite di Akkas non erano d'armi ma di grosse zampe.

Che cosa  successo? domand.

L'amico riusciva a malapena a balbettare poche parole. Leoni... ci hanno fatto lottare contro i leoni...

Trigesimo era gi dietro Marzio.

Senex, ti ho detto di continuare il tuo allenamento se non vuoi finire come lui disse il lanista con evidente tono di disprezzo, ma Marzio non si mosse.

Trigesimo stava per colpire il gladiatore disobbediente sulla testa, con la spada di legno, ma grazie al sole che proiettava la sua ombra al suolo Marzio pot prevedere l'attacco: si volt rapido, prese il lanista per la cintura e lo spinse violentemente a terra. Trigesimo lo guard dal basso, tra il sorpreso e il furioso. Non sapeva bene che fare. Molti avevano assistito all'accaduto e non poteva tollerare un'insubordinazione simile da parte di un gladiatore schiavo, ma, d'altro canto, Senex stava facendo guadagnare molto denaro con le sue vittorie e una cosa era castigarlo con un colpo o due, un'altra era giustiziarlo. Si rialz lentamente.

 un mio amico disse Marzio guardando Trigesimo. Voglio rimanere un istante con lui; poi torner all'addestramento, lanista.

L'altro si ripul la corazza dalla sabbia e raccolse la spada di legno che aveva perso nella caduta. Intanto rifletteva. Non era uno stupido e cercava una soluzione a quella situazione. Non poteva permettere la ribellione di Marzio e non poteva nemmeno ucciderlo senza perdere molto denaro poich si era gi compromesso con gli allibratori, gente che non tollerava gli imprevisti. Senza contare che aveva gi troppi guai finanziari per quella nuova casa che aveva comprato per s e la sua famiglia nella Suburra.

Ti prenderai dieci frustate per questo disse alla fine Trigesimo. Ora ti concedo qualche istante con il tuo amico, ma poi doppia sessione di addestramento e di frustate, e in cella senza cibo fino a nuovo ordine. Cos ti ricorderai chi comanda qui.

Marzio annu. Gli sembr ragionevole. Subito s'inginocchi di nuovo accanto ad Akkas.

Non metterti nei guai... per me... non ne vale la pena... disse il sarmata agonizzante.

Non ti preoccupare. Risparmia le tue forze. Ora chiameremo il medicus. Ne uscirai vivo, come tante altre volte. Sei pi forte di quello che sembri.

Marzio parlava con commozione. Solo, senza Alana n Tamura n il suo buon molosso, l'arrivo di Akkas al Ludus Magnus aveva significato una nuova compagnia che gli dava coraggio per affrontare quei giorni. Aveva temuto che li facessero combattere l'uno contro l'altro, come quando in passato lo avevano obbligato a lottare contro Attilio, ma i mesi erano trascorsi e questo non era accaduto. Marzio e Akkas parlavano un poco ogni giorno, prima o dopo gli allenamenti. Il primo gli aveva spiegato quanto sapeva sulle lotte dei gladiatori perch l'altro si facesse ben volere dalla plebe, ma il sarmata non era riuscito a rimettersi da una ferita a un braccio subita nell'ultimo combattimento contro i Romani a nord del Danubio, e con l'altro braccio non era molto abile nei colpi d'attacco. Aveva ottenuto una vittoria, un pareggio e una sconfitta, in cui aveva ricevuto il perdono in extremis, eppure, nonostante le difficolt, Marzio era sicuro che Akkas si stesse riprendendo da quella ferita, che il popolo avrebbe apprezzato di pi il suo valore e la sua tenacia in combattimento, e che si sarebbe guadagnato un posto d'onore insieme a lui. E insieme, prima o poi, avrebbero conseguito la rudis, la spada di legno che si concede ai gladiatori che vengono liberati grazie alle vittorie nell'arena. Poi sarebbero ritornati tutti e due al Nord, avrebbero attraversato il Danubio e cercato Alana e Tamura e il resto dei sopravvissuti del loro villaggio. Ne avevano parlato. Questo gli aveva dato forza negli ultimi mesi.

Non  possibile... continu Akkas ...dovrai tornare da solo al Danubio... tu ci riuscirai... te lo leggo negli occhi... hai una scintilla speciale nello sguardo... sei sempre stato ammirevole in combattimento... da quando mi rompesti il naso... Si mise a ridere, ma sput del sangue e non riusc a trattenere l'emorragia nel ventre, da dove la vita gli stava sfuggendo.

Devi lottare ancora, Akkas insistette Marzio. Torneremo in Dacia insieme.

Parlavano in lingua sarmatica, ma nessuno aveva bisogno di una traduzione per comprendere che, in un modo o in un altro, due grandi amici si stavano dicendo addio. In cerchio intorno a loro si era radunato un gruppo di gladiatori. Trigesimo stava perdendo la pazienza ma non voleva forzare le cose e provocare una ribellione generale. Questo sarebbe stato un problema e le autorit dell'Anfiteatro Flavio non tolleravano i problemi.

Io non lotter pi... vecchio amico mio... riprese Akkas. Ce la siamo passata bene insieme, e abbiamo dato ai Romani quel che si meritavano, in molte occasioni. Sorrise. A volte dimentico che anche tu sei un romano... ma non sei come tutti loro... Alana ti ha trasformato in un buon sarmata... una donna tanto bella potrebbe trasformare chiunque...

Chiunque ripet Marzio, per rispondere all'ironia del suo amico moribondo. Akkas stava morendo e non c'era nulla che potesse fare. Avrebbe dovuto pregare Nemesi anche per lui, come faceva sempre per Alana e Tamura, ma a causa della sua preoccupazione ossessiva per la sicurezza della sua donna e di sua figlia non ci aveva pensato, e nel Ludus Magnus non era possibile affidarsi alla fortuna o al capriccioso arbitrio degli dei, sempre cos distanti dal dolore degli uomini.

La mia donna non mi avrebbe potuto trasformare in nulla... continu Akkas. Sai quanto  sempre stata grassa.

Perch era sempre incinta. Abbiamo gi parlato di questo...

Gi, pu darsi... Akkas si ricord dei suoi figli. Alcuni erano morti lottando contro i Romani, ma altri erano ancora vivi quando era stato catturato. Di' ai miei figli che sono morto combattendo... coraggiosamente... Strinse Marzio con forza. Glielo dirai?

Glielo dir.

Di' loro che ho ucciso un leone... con la mia spada... io da solo... disse mentre la sua mano si afflosciava e si abbassava al suolo. Con il secondo non ho potuto... non l'ho visto...

E rest l, con gli occhi aperti verso l'infinito.

Marzio si alz lentamente. Poteva avvertire il respiro nervoso di Trigesimo alle sue spalle.

Perch lo hai fatto combattere contro dei leoni? domand.

Perch quelli che non valgono per il combattimento tra uomini finiscono cos. Alla plebe piace vedere i gladiatori che non apprezza tentare di difendersi dalle fiere rispose il lanista.

Marzio non comprendeva queste scelte. Doveva essere una nuova abitudine. Ai suoi tempi, ai tempi di Caio, questo non accadeva. I gladiatori lottavano solo tra loro, non contro fiere selvagge, contro le quali, evidentemente, non si aveva alcuna possibilit quando si liberava pi di un animale alla volta, come sembrava fosse successo, secondo quel poco che aveva potuto raccontargli Akkas.

 un'idea del nostro bestiarius aggiunse Trigesimo. Carpoforo sa meglio di chiunque altro come compiacere il pubblico, ed  un modo per levarci di mezzo i gladiatori che non valgono nulla; quindi che tu lo sappia, Senex, e se non vuoi fare la fine del tuo amico torna ad allenarti, e allenati bene. Questa notte riceverai le frustate.

Marzio tacque e si avvi verso il punto in cui aveva lasciato la spada. Camminava guardando in basso, pensieroso. Quindi Carpoforo era ancora l. Durante tutto quel tempo, da quando era rientrato all'Anfiteatro Flavio, mai nessuno lo aveva menzionato, n lui lo aveva visto, ma quel pazzo miserabile, torturatore di uomini, donne e bambini, quel selvaggio che elaborava i pi macabri intrattenimenti per compiacere la plebe di Roma, era ancora l, ed era stato, anche se in maniera indiretta, la causa dell'ingiusta morte di Akkas.

Carpoforo era ancora vivo.

Marzio raccolse la spada di legno. Aveva un brutto presentimento. La presenza di Carpoforo nelle viscere dell'Anfiteatro Flavio non portava niente di buono. Non sapeva bene perch, ma pens che, prima che cercasse di uscire vivo da l, il vecchio bestiarius, quell'essere spregevole che gli aveva riso in faccia quando Alana era stata obbligata a lottare nell'arena, avrebbe incrociato di nuovo il suo cammino.

Marzio afferr la spada di legno stringendola forte. Decise di impegnarsi nell'addestramento con una rabbia e una concentrazione fuori dal comune. L'allenamento era l'unico modo per fuggire da l. Nonostante tutti. Contro tutti. Per Akkas. Per Alana. Per Tamura.

36

L'AGGER

Accampamento romano di fronte a Sarmizegetusa
Giugno del 106 d.C.

Come sta? domand Traiano.

Critone parl con tono grave, ma l'imperatore non avvert nelle sue parole quella particolare esitazione propria di chi teme di dare una brutta notizia.

Quieto  forte, Cesare, e la freccia non sembra aver causato gravi danni. Naturalmente, continu il medico greco il capo della cavalleria imperiale dovr restare a riposo per un po' di tempo.

Bene, bene, questo non  un problema, rispose l'imperatore ma dedicagli tutta l'attenzione necessaria, Critone. Lusio Quieto  molto importante per Roma, molto importante.

S, augusto disse il medico e si inchin davanti al Cesare.

Traiano usc dalla tenda del valetudinarium in cui Quieto si trovava in convalescenza, e trov Aulo che portava notizie interessanti.

 gi arrivato, Cesare disse il tribuno pretoriano.

Eccellente. Fai ci che ti ho chiesto, Aulo, e poi che lo conducano al praetorium.

Pi tardi, accompagnato da Sura, Nigrino, Tettio Giuliano, Celso, Palma, Laberio Massimo e Adriano, l'imperatore ricevette nella tenda del comando colui che era appena tornato dalla ricognizione intorno all'assedio di Sarmizegetusa.

Apollodoro di Damasco entr e si inchin davanti al Cesare, dedic un breve sguardo di riconoscimento a Tettio Giuliano e subito si mise a disposizione dell'imperatore. Traiano lo aveva fatto venire al fronte e ci non poteva significare nulla di buono, ma, dopo il ponte, Apollodoro non aveva ricevuto nessun altro incarico dall'imperatore di Roma.

Hai avuto modo di vedere le mura della citt? chiese Traiano senza tanti giri di parole.

Apollodoro era stato condotto alla tenda del praetorium dopo che i pretoriani della scorta lo avevano portato vicino alle mura di Sarmizegetusa, secondo gli ordini ricevuti.

Il Cesare ha dato ordine che ti mostriamo le mura prima che ti incontri con lui gli aveva detto il tribuno Aulo. C' qualcosa in particolare che desideri osservare?

Apollodoro aveva chiesto che lo conducessero intorno a tutta la citt. Ci aveva implicato del tempo, ma Aulo aveva avuto l'ordine di mostrare all'architetto tutto ci che desiderasse vedere delle fortificazioni di Sarmizegetusa. Curiosamente per il pretoriano, ancora prima di aver terminato un giro completo, Apollodoro gli aveva chiesto: Cosa sono quegli edifici?.

L'architetto indicava una serie di templi dacichi situati al di fuori della cinta muraria intorno alla quale i Romani avevano montato tende e fortificazioni.

Sono santuari del nemico rispose Aulo.

Non mi serve vedere altro. Puoi condurmi dall'imperatore.

E ora erano tutti l riuniti. E la domanda del Cesare non aveva ancora ottenuto una risposta, cos Traiano la ripet con una certa irritazione.

Allora, hai visto le mura della citt, architetto?

S, Cesare.

Ebbene? insistette Traiano, che considerava Apollodoro un uomo intelligente al quale non c'era bisogno di spiegare tutto. Che ne pensi?

Cosa si  tentato finora? chiese l'architetto.

Il Cesare non rispose immediatamente ma guard Tettio Giuliano. Quel legatus si era inteso bene con l'architetto da quando era stato costruito il ponte; forse sarebbe stato meglio che parlassero tra loro. Le domande di Apollodoro lo stavano innervosendo. Traiano iniziava a nutrire una certa esasperazione di fronte all'indistruttibile resistenza di Decebalo e al suo rifiuto di arrendersi. La minaccia di un secondo inverno di campagna militare cominciava a trasformarsi in una possibilit pi che reale. E questo avrebbe portato difficolt e seri problemi. Dovevano prendere Sarmizegetusa entro quella stessa estate. A tutti i costi. Con ogni mezzo.

All'inizio abbiamo tentato con delle scale, ma le mura sono troppo alte cominci a spiegare Tettio Giuliano senza smettere di guardare Apollodoro e tutto  risultato inutile. Abbiamo solo perso uomini ed energia. Poi abbiamo costruito varie torri d'assedio, ma i Daci le hanno incendiate. Ora stiamo costruendo altre torri, ma questo non significa che non riescano a incendiarle di nuovo. Abbiamo pensato di costruire un agger, un gigantesco terrapieno che ci porti fino alla cima delle mura, ma il terreno non  molto adatto, come avrai notato, e qui non c' sabbia sufficiente da accumulare, non certo come nel deserto che circondava Masada in Giudea. Qui ci sono solo alberi, arbusti e fango. E i difensori stanno resistendo con enorme forza. Abbiamo costruito una circumvallatio e a quanto pare non stanno ricevendo aiuti dall'esterno; ci nonostante devono avere accumulato una grande quantit di viveri e acqua, perch nessuno ha notato la bench minima debolezza da parte dei Daci. Combattono come se l'assedio fosse iniziato oggi stesso e non pi di trenta giorni fa, cio da quando effettivamente stiamo combattendo contro di loro.

 facile immagazzinare cibo e grano in grandi quantit, ma non  altrettanto facile accumulare acqua fresca per tanta gente e per tanto tempo. No, non per un'intera citt.

Forse hanno dei pozzi replic Tettio.

 possibile, rispose l'architetto ma Sarmizegetusa  una citt molto grande, con... cinquemila guerrieri forse?

Sicuramente il doppio, replic Tettio perch man mano che distruggevamo le altre fortezze, numerosi Daci si ritiravano dalla valle di Ora?tie, e molti di quelli che stavano a Blidaru e Costesti si sono rifugiati a Sarmizegetusa prima che potessimo prendere le due fortezze. Sono scappati di notte e si sono rifugiati qui.

Capisco disse l'architetto portandosi una mano al mento mentre rifletteva e parlava allo stesso tempo. Questo fa diecimila guerrieri e sicuramente pi di diecimila persone, forse di pi, tra donne, vecchi e bambini. E se non avete notato disordini n proteste popolari contro il re significa che tutti hanno cibo e, soprattutto, acqua. No, i pozzi non sarebbero sufficienti. Dev'esserci un approvvigionamento regolare di acqua che arriva alla citt e che non avete scoperto.

I miei uomini hanno costruito una circumvallatio intorno all'intera citt e non hanno scoperto nessun acquedotto s'intromise Traiano.

Una palizzata come quella che si  costruita  efficace per evitare che arrivino aiuti dall'esterno, ma ha fondamenta poco profonde; se il condotto per l'acqua  sotterraneo questi canali possono passare inosservati ai legionari, Cesare. Se i Daci hanno saputo costruire quello che ho visto  perch hanno degli ottimi architetti, e forse c' bisogno di un architetto per trovare questi condotti dell'acqua. Una volta localizzati si potranno chiudere, e l'approvvigionamento d'acqua alla citt sar bloccato.

Bene, rispose Traiano ma anche se gli toglieremo l'acqua non si arrenderanno tanto facilmente. Voglio attaccarli anche in altro modo. Hai trovato una soluzione per abbattere queste mura?

Apollodoro annu di nuovo. Appoggi le mani sui fianchi e chiuse gli occhi. Si concentr il pi possibile. Tutti i legati del Cesare attesero pazientemente le riflessioni di quell'uomo che era riuscito a erigere un ponte impossibile sul pi grande dei fiumi. Ora aspettavano un altro prodigio. Nessuno di loro voleva passare un secondo inverno di guerra all'interno di tende di tela, circondato da montagne infestate di nemici e a mille miglia di distanza dalle comodit di Roma.

Un agger , senza dubbio, la scelta migliore, come avete gi considerato disse infine Apollodoro aprendo gli occhi. Tuttavia,  vero che non ci sono n sabbia n roccia facilmente recuperabili qui, ma attraversando tutta la valle di Ora?tie ho visto le rovine delle mura di Blidaru e Costesti. L c' tutta la pietra di cui abbiamo bisogno, gi tagliata in perfetti blocchi. Potremmo anche usarne alcuni di quelli alla base dei santuari che ho avvistato vicino alle mura. Mi serve solo qualche artigiano per le chiavi di volta degli archi e potr costruire un grande agger che conduca i legionari verso le mura pi alte. Invece di fare questo terrapieno con la sabbia che non abbiamo o con del debole fango, lo faremo con la pietra, con le stesse pietre delle fortezze che il Cesare ha gi conquistato. Useremo del legno per l'impalcatura e l'intelaiatura della struttura per l'arco, ma alla sua base l'agger sar di pietra. Questo  ci che io farei, augusto.

Che portino tutti i blocchi di cui l'architetto ha bisogno dalle mura di Blidaru e Costesti, e voglio che svariate pattuglie scavino lungo la palizzata che circonda la citt. Se ci sono dei condotti d'acqua che non abbiamo scoperto voglio saperlo il prima possibile. Tutti al lavoro, per Giove!

Traiano si alz e usc velocemente dal praetorium.

Diversi legati seguirono il Cesare. Solo Tettio Giuliano rimase all'interno della tenda insieme all'architetto.

A quanto pare torner ai tuoi ordini disse, ma senza alcuna ombra di rabbia.

Agli ordini dell'imperatore di Roma, vorrai dire rispose Apollodoro.

37

UNA DONNA MISTERIOSA

Roma
Giugno del 106 d.C.

Tiberio Claudio Liviano, prefetto del pretorio, era preoccupato da settimane: si respirava una grande tensione nelle strade di Roma, in attesa dell'imminente esecuzione dell'auriga dei Rossi, un tale Celer accusato di aver avvelenato uno dei cavalli della corporazione rivale. Nel Nord si stava combattendo una faticosa guerra, le cui conseguenze, a seconda di come fosse finita, avrebbero influenzato il futuro di Roma per anni, forse decenni o anche di pi. Tuttavia, la plebe sembrava molto pi preoccupata per quelle interminabili diatribe tra le corporazioni dei Rossi e degli Azzurri. E, in mezzo a tutte quelle tribolazioni, stava per arrivare un ufficiale accompagnato da una vestale che richiedeva un incontro. Inizialmente ne era rimasto sorpreso, ma poi aveva immaginato il motivo della visita da parte della donna.

E qual  il nome della vestale che vuole vedermi? chiese Liviano.

Ha detto di chiamarsi Menenia, vir eminentissimus.

Liviano aveva annuito con fermezza. La sua intuizione era stata confermata. Possedeva ancora l'istinto del guerriero. Era curioso che avesse pensato all'istinto del guerriero mentre si trovava semplicemente in mezzo a uno scontro tra corporazioni di quadrighe. Forse no. Forse anche quella era un'altra guerra. In ogni caso, era facile immaginare perch la vestale si fosse recata l. E ci lo irritava.

Che passi disse infine tentando di sospendere le proprie riflessioni.

Il tribuno pretoriano che aveva informato il suo superiore usc dal praetorium in cerca dell'enigmatica visitatrice per ritornare un attimo dopo seguito dalla sacerdotessa.

Tiberio Claudio Liviano si alz in segno di rispetto. Menenia si ferm davanti a lui e lo salut anche lei con deferenza, perch Liviano era l'uomo pi potente della citt in assenza dell'imperatore, che piacesse o meno al senato.

Ave, vir eminentissimus.

Ave, sacerdotessa di Vesta. E ai saluti segu un breve silenzio al quale lo stesso prefetto del pretorio decise di porre fine mosso dalla propria curiosit. Che posso fare per una sacra vestale di Roma?

Menenia grad quella domanda cos diretta. Voleva evitare troppi giri di parole, vuoti e superflui. Quell'uomo era stato nominato da Traiano diversi anni prima. Era un ufficiale che godeva della massima fiducia da parte dell'imperatore. Questo le dava sicurezza.

Cerco una donna cominci lei, ma si ferm attendendo una qualche reazione da parte del prefetto del pretorio.

Una donna? ripet lui e poi annu, sentendosi confuso. Aveva immaginato che la sacerdotessa fosse venuta a chiedere informazioni e a fare pressioni riguardo a chi dovesse rimpiazzare la Vestale Massima, morta di recente. Ma Liviano non voleva, per niente al mondo, immischiarsi nelle questioni private di sacerdoti e vestali.

Vedendo che il prefetto del pretorio si mostrava perplesso, Menenia precis lo scopo della sua visita. Tempo fa l'imperatore mi parl di una donna che vive a sud della citt, una donna che non entra mai nel centro di Roma. Mi raccont qualcosa su questa persona che... mi interessa, e ora ho bisogno di parlare con lei, ma non so dove trovarla. Non sono nemmeno sicura che questa donna sia ancora viva, per ricordo che l'imperatore mi disse che se volevo parlare con lei, il prefetto del pretorio mi avrebbe accompagnato.

Tiberio Claudio Liviano annu di nuovo. Si prese qualche istante ma poi fu chiaro nella sua risposta. In fondo si rallegrava che quella visita non avesse nulla a che fare n con l'elezione della nuova Vestale Massima n, almeno apparentemente, con la questione delle squadre delle quadrighe. E ci che la sacerdotessa era venuta a chiedere era qualcosa per cui aveva ricevuto un preciso ordine da Traiano, quello di rispondere affermativamente.

Immagino che il Cesare si riferisse a Domizia Longina, l'ex imperatrice di Roma, la moglie di Domiziano.

Menenia aggrott le sopracciglia lievemente. Le rughe parevano non voler popolare la fronte di quella bella vestale.

La moglie di Domiziano? ripet in modo interrogativo rendendo evidente la sua incredulit. Ma non  gi morta da tempo?

No replic Liviano. Era la risposta concisa di un militare, ma notando che la vestale non comprendeva bene la situazione decise di concederle qualche informazione in pi. In fin dei conti, l'esistenza di Domizia non era poi un gran segreto, ma solo una dimenticanza da parte di tutti. Da parte di tutti, meno che di Traiano. La moglie di Domiziano ha deciso di ritirarsi dalla vita pubblica quando l'imperatore Traiano  salito all'imperium. Il Cesare le ha concesso una grande villa, non troppo lussuosa ma abbastanza confortevole, a sud della citt. Domizia Longina vive l, sotto la protezione di una piccola vexillatio della guardia pretoriana. Una decina di uomini appena, situati in una fortificazione annessa alla villa. Domizia Longina non ha mai chiesto di uscire da l. Pu richiedere qualunque favore imperiale, questi sono gli ordini che ho ricevuto da parte del Cesare, ma non mi  mai arrivata nessuna richiesta da parte sua. Ha pochi schiavi e due ornatrices al suo servizio.  una persona assai austera.

Menenia annu e abbass lo sguardo. Era quindi Domizia Longina la donna a cui si riferiva il Cesare? Che poteva sapere la vecchia imperatrice, allontanatasi anni prima dalla vita di Roma, su come aiutarla a salvare Celer? Ripens un'altra volta alla possibilit di ricorrere ai sacerdoti, ma continuava a sospettare di loro. Se Traiano l'aveva indirizzata verso quella misteriosa donna in caso di necessit, doveva seguire le sue indicazioni. Inoltre, l'imperatore aveva commentato in pi di un'occasione quanto desiderasse che Celer restasse vivo, come a volergli riservare qualche missione per il futuro. Anche di questo si era ricordata negli ultimi giorni. Forse la sua mente stava cercando delle scuse per evitare di ammettere che tutto ci che stava facendo era per amore, un amore impossibile.

Fammi condurre da questa donna disse infine Menenia, decisa.

D'accordo, se questo  il tuo desiderio, sar fatto rispose il prefetto del pretorio.

38

LA NEGOZIAZIONE

Sarmizegetusa
Luglio del 106 d.C.

Hanno tagliato l'acqua, mio re disse Vezinas nella sala delle udienze del palazzo reale di Sarmizegetusa. Devono aver trovato i condotti che ci rifornivano e li hanno distrutti o deviati.

Decebalo, seduto sul trono, guardava a terra. L'assedio non stava andando come aveva sperato. I Romani stavano ottenendo successi troppo velocemente.

Per quanti giorni potremo resistere con l'acqua immagazzinata nei depositi? volle sapere.

Dissetando tutta la popolazione della citt? domand Vezinas.

Dochia lo guard come si guarda un parassita.

Certamente, imbecille rispose il re. O credi che lasciare morire di sete le donne e i bambini dei miei guerrieri mi renderebbe popolare tra loro?

Dochia sospir. Almeno suo fratello, nonostante la follia della guerra, non era completamente impazzito. Anche se agiva mosso pi dall'egoismo che dal bene del popolo, sembrava decidere correttamente a riguardo.

Una settimana. Due al massimo. Forse tre, razionando l'acqua da subito rispose Vezinas.

Siamo in luglio. Il caldo  asfissiante aggiunse Diegis. Non credo che ci sia abbastanza acqua per due settimane, mio re.

Lo so gi che fa caldo! Per Zalmoxis! replic arrabbiato Decebalo. Lo so, maledizione. E questa costruzione che stanno facendo per accedere alle mura, come procede?

Progrediscono molto rapidamente, mio signore rispose Vezinas. Il prigioniero romano dice che lo chiamano agger e che, dal momento che non hanno a disposizione sufficiente terra, stanno utilizzando le pietre delle mura delle nostre altre fortezze, che trasportano con dei carri dall'entrata della valle. Hanno anche osato utilizzare alcuni blocchi delle basi dei santuari. Non si fermano davanti a nulla, nemmeno davanti ai templi sacri. In poche settimane raggiungeranno la cima delle mura.

Continuiamo a lanciare giavellotti e frecce, e con questo rallentiamo i loro lavori, ma anche i dardi cominciano a scarseggiare precis Diegis, pur dovendo trasmettere altre brutte notizie.

Ma questa volta Decebalo non rispose. Sospir e torn ad abbassare lo sguardo. Contro il maledetto agger potevano avere qualche possibilit, ma la questione dell'acqua era grave. Con i guerrieri assetati non ci sarebbe stato pi niente da fare. No. Doveva cambiare strategia. E doveva farlo in fretta. Aveva solo qualche giorno a disposizione.

Sollev di nuovo lo sguardo e lo punt su Diegis. In altre occasioni tu hai parlato con l'imperatore di Roma.  arrivato il momento che torni a farlo.

Quando Diegis usc dalla sala delle udienze, il re ordin che lo lasciassero solo. Vezinas se ne stava andando, ma Decebalo gli si avvicin e gli parl all'orecchio.

Che portino il prigioniero romano nelle mie stanze. Devo parlare con lui.

S, mio re rispose Vezinas, e s'inchin davanti al suo signore.

Appena fuori dal salone del trono, Dochia, quasi correndo, raggiunse Diegis. Pregher Zalmoxis per te gli disse la principessa.

Diegis si ferm e si volt a guardarla. Sar meglio che preghi per tutti noi.

Costruzione dell'agger, davanti alle mura di Sarmizegetusa

Legatus, stanno facendo uscire qualcuno! avvert con un grido una delle sentinelle che Tettio Giuliano aveva posizionato intorno alla costruzione, il pi vicino possibile alle mura, per tenere sotto controllo i movimenti del nemico.

Giuliano non si sorprese. Sapeva che presto o tardi qualcuno sarebbe uscito. Era inevitabile. Anche lui avrebbe tentato, se si fosse trovato all'interno della fortezza: uscire con centinaia di guerrieri e cercare di distruggere l'agger sarebbe risultato del tutto inutile, perch la costruzione era di pietra e non potevano incendiarla. Al massimo sarebbero riusciti a dar fuoco ad alcuni degli archi che stavano costruendo e a ritardare i lavori. Be', in realt, se lui fosse stato all'interno della citt, probabilmente avrebbe tentato anche quello.

Preparatevi tutti! Cohortes della VII Claudia in formazione!

Immediatamente, centinaia di legionari armati emersero di fronte all'agger, da dove erano rimasti nascosti agli occhi del nemico; mentre Tettio Giuliano si aggiustava l'elmo, per, not che dalle porte della citt usciva un solo uomo, un solo guerriero dacico.

Fermatevi! Per Ercole! Fermatevi! grid il legatus. Un messaggero. L'ennesimo in quella guerra. Solo di questo si trattava.

Quando il cavaliere dacico si fu avvicinato, Tettio riconobbe il nobile che aveva attraversato in passato la frontiera di Viminacium per andare a parlare con l'imperatore a Roma. Ricord anche la sua aria altezzosa e impertinente. Pens di divertirsi un poco con lui e far divertire cos anche i suoi legionari.

 questo tutto ci che rimane dell'esercito della Dacia? domand Tettio Giuliano a voce alta.

I legionari della VII Claudia scoppiarono a ridere di gusto. Diegis non si spavent, ma ferm il cavallo. Si trovava a cinquanta passi dal legatus romano, ovvero alla portata delle sue armi. Di conseguenza, sapeva che doveva misurare bene le parole.

Porto un messaggio per l'imperatore.

Tu porti sempre dei messaggi. Che al Cesare non piacciono mai. Forse  perch non sai combattere. E Giuliano scoppi di nuovo a ridere e tutti i legionari lo imitarono a loro volta.

Non so chi vincer questa guerra replic allora Diegis, ma questa battaglia per Sarmizegetusa pu risultare molto lunga o molto breve. Mentre noi rimaniamo in salvo dal caldo o dal freddo nelle nostre case, sono sicuro che nelle vostre tende si sudi di pi in estate, e che in inverno si tremi dal freddo. Questa estate  particolarmente calda, e alle estati calde solitamente seguono inverni incredibilmente rigidi. Volete passare un secondo inverno di guerra qui, al Nord, oppure no?

La replica di Diegis, in un latino incredibilmente migliorato rispetto all'ultima volta che si erano visti, mise a tacere i legionari e anche il legatus.

Passa e parla, visto che  l'unica cosa che sai fare rispose infine Tettio Giuliano. Ma nessuno rideva pi.

Stanza personale del re della Dacia

 qui, mio re disse Vezinas.

Due guerrieri trascinarono Mario Prisco fino a depositarlo di fronte a Decebalo. Uno lo spinse verso il basso perch cadesse in ginocchio. Prisco ingoi dolore e umiliazione e non tent nemmeno di rialzarsi. Le cose andavano male, ed era convinto che presto o tardi lo avrebbero ucciso, ma non pensava che sarebbe avvenuto negli appartamenti personali del re. Questa era la sua unica salvezza: continuare a essere utile per rimanere vivo.

Una circumvallatio come quella che hanno costruito ... attaccabile? Ci sar una seconda palizzata dopo quella che hanno gi innalzato, come quella che Giulio Cesare costru ad Alesia?

Ancora una volta, Prisco si sorprese per la conoscenza di Decebalo della storia militare di Roma. Non lo credo, mio re rispose. Ad Alesia, Giulio Cesare si vide obbligato a costruire una seconda palizzata per proteggersi dalle migliaia di Galli che erano corsi in aiuto dell'assediato Vercingetorige, ma in questo caso Traiano ha la situazione ragionevolmente... gli costava ammetterlo, ma non vedeva altra possibilit che essere onesto ...sotto controllo. Si  impegnato a prendere le altre fortezze daciche nella sua retroguardia. Restano quelle del Nord, ma sono troppo lontane da qui. Costruire una seconda palizzata sarebbe uno sforzo notevole e questo priverebbe di uomini le altre costruzioni d'assedio che sta preparando. Scommetterei la mia vita che non ci sar una seconda palizzata.

Molto bene, gli rispose Decebalo perch puoi dare per scommessa la tua vita. Ora portatelo via.

Vezinas rimase con il re.

Ti immagini gi cosa sto pensando, non  vero? gli chiese Decebalo.

Il pileatus annu senza dire nulla.

Posso contare su di te? indag il re a voce bassa.

Certo, mio re. E poi, sempre sussurrando, Vezinas aggiunse la domanda chiave: Come lo faremo?.

Praetorium dell'accampamento dell'imperatore di Roma

Traiano, circondato da tutti i legati, ascoltava Diegis con attenzione. Il dace stava molto attento a non mostrarsi n altezzoso n prepotente. Ricordava ancora l'ultimo incontro con l'imperatore di Roma e sapeva che non era un uomo con cui ci si potesse permettere alcuna libert.

E cos il tuo re propone la pace in cambio di una nostra ritirata? domand Traiano con una sorta di tono incredulo.

 cos, Cesare conferm Diegis.

E non credi che sia ormai tardi per una proposta simile? Diegis stava per dire qualcosa, ma l'imperatore alz la mano e il nobile dacico tacque. No, guerriero,  ormai tardi per tutto ci. Io... Traiano ripet il pronome a voce alta e forte io ho offerto la pace a Decebalo tempo fa, quando ancora teneva Longino in ostaggio; e solo adesso il suo assassino ci chiede la pace, dopo aver ammazzato il mio migliore amico.  questo che mi stai dicendo?

Diegis, pur consapevole di trovarsi su un terreno molto delicato, e di fronte a un imperatore furioso mosso quasi pi dall'ira che dal senso dell'onore proprio di un guerriero, tent una risposta corretta. Non lo avrebbe fatto per il suo re. Ormai da tempo appariva chiaro che Decebalo non meritava la lealt che tanti altri gli offrivano, incluso lui stesso, ma parl in nome di qualcosa di ben pi importante del suo re: il nobile dacico os contraddire Traiano per difendere la propria patria, i Daci, le donne, i vecchi, i bambini.

Il legatus romano si suicid, augusto. Non fummo noi a ucciderlo.

Voi lo portaste alla morte! grid Traiano alzandosi in piedi. E non osare riferirti ancora a Longino o far in modo che questa volta ti taglino la lingua per sempre!

Diegis tacque. Non c'era niente da fare.

Lo uccidiamo? chiese Adriano. Questo sarebbe il miglior modo per far intendere a Decebalo che non esiste negoziazione possibile.

 un'idea, convenne Traiano ma non mi  mai piaciuto ammazzare un uomo che agisce da messaggero. Questo guerriero , nonostante tutto, nonostante sia uno di coloro che hanno condotto Longino alla morte, un coraggioso. E sapete una cosa? Traiano guard tutti i legati e i tribuni l riuniti. Io ho bisogno di un uomo coraggioso che porti la mia risposta a Decebalo. Solo un guerriero coraggioso sar capace di ripetere davanti a Decebalo le parole che sto per pronunciare ora. Smise di guardare i suoi ufficiali per tornare a fissare Diegis. Ricordi, dace, che una volta a Roma ti domandai se ti sarebbe piaciuto possedere un tuo regno? No, non dire nulla. Ormai  tardi perch voi possiate avere ancora una patria. Ti riferir ci che dovrai dire al tuo re, se avrai il fegato di ripetere le mie parole davanti a lui.

Palazzo reale di Sarmizegetusa

L'unica presente nella sala delle udienze del palazzo reale della capitale dacica era Dochia. A Diegis fu subito chiaro che per Decebalo quello sarebbe stato solo un messaggio in pi, niente di particolarmente rilevante. Ma Dochia si avvicin a lui e lo guard con gli occhi velati; doveva aver pianto a lungo, forse da quando era uscito quella mattina per incontrarsi con l'imperatore romano.

Che cosa ha detto il Cesare? chiese la principessa con voce tremante.

Diegis scosse il capo, mentre rispondeva con un mormorio pieno d'infinita pena. Non c' nulla da fare. Ha detto che vuole la resa incondizionata. Ha detto che vuole vedere tuo fratello in ginocchio davanti a lui implorare per la propria vita. Ha detto che non c' perdono per gli assassini di Longino.

Allora tutto  perduto sentenzi Dochia. E, malgrado ci, sono sicura che mio fratello stia tramando qualcosa. L'ho visto incontrarsi di nascosto con Vezinas e con quel miserabile romano che tiene prigioniero. Sta architettando qualcosa in segreto, ma non so ancora di cosa si tratti.

39

L'EX IMPERATRICE DI ROMA

A sud di Roma
Luglio del 106 d.C.

Era una villa semplice, esattamente come Liviano l'aveva descritta alla vestale: una domus centrale, con due piccoli edifici annessi, sicuramente per gli schiavi, e un'altra casa pi lontana, di forma irregolare, che doveva essere la fattoria, il granaio o forse entrambe le cose allo stesso tempo.

Menenia guardava incuriosita dalla sua lettiga, ma la polvere della strada cominci a darle fastidio e decise di chiudere la tenda. Durante il tragitto, la giovane aveva valutato la possibilit di ricorrere a Plinio, ma no, nemmeno il potente senatore poteva revocare una sentenza di morte emessa dal tribunale di Roma. No, quella donna misteriosa, l'ex imperatrice di Roma, era la sua ultima risorsa. Anche se continuava a non capire in che modo lei avrebbe potuto fermare l'imminente esecuzione di Celer.

Avevano appena superato il piccolo accampamento di pretoriani che vigilavano sulla villa. L'ufficiale al comando sembrava essere stato informato del suo arrivo, perch subito aveva dato alla piccola comitiva con cui si spostava Menenia il permesso di passare senza essere infastidita.

La vestale scese quando la lettiga fu depositata a terra. Uno schiavo anziano, con il volto stanco ma non infelice, la salut con molto rispetto. Aveva il viso segnato dalle rughe e la pelle abbronzata dal sole della campagna dopo tanti anni di duro lavoro. Menenia intu che forse era la prima volta che quello schiavo vedeva una vestale. Poteva anche essere la prima volta che vedeva qualcuno di estraneo in quella villa.

La padrona la aspetta, signora... sacerdotessa... Il vecchio schiavo non sapeva bene come rivolgersi a lei.

Menenia sorrise e quello inizi a sbattere le palpebre davanti a un tale gesto; si riprese rapidamente e inizi a guidarla verso la villa.

Per di qua, per favore, per di qua, mia signora.

Camminavano tra vecchi cipressi, che si innalzavano su entrambi i lati del sentiero di pietra dell'ultimo tratto di strada verso la domus. Menenia non capiva perch non avessero fermato la lettiga un centinaio di passi pi avanti, vicino alla porta. Era confusa anche dal fatto che Domizia Longina avesse saputo in anticipo che lei sarebbe andata a farle visita. Di sicuro l'aveva informata lo stesso Liviano quando aveva ordinato ai pretoriani dell'accampamento di lasciarli passare. Doveva essere andata cos. Lei non aveva detto a Liviano che si trattava di un incontro segreto, e il prefetto del pretorio non aveva fatto nulla di scorretto informando l'ex imperatrice del suo desiderio di parlare con lei.

Fu allora che vide che qualcuno la osservava da una delle finestre della domus, ma prima che potesse essere sufficientemente vicina da riconoscerne il viso, la figura scomparve ritirandosi verso le ombre dell'interno. Forse per questo avevano fermato la lettiga a una certa distanza. Perch qualcuno la potesse osservare mentre camminava verso la casa. La stessa Domizia Longina?

Il vecchio atriense condusse Menenia oltre la porta d'ingresso attraverso un piccolo vestibolo, e infine la port al patio centrale della domus. L, seduta su un solium di legno, di fronte a una fontana d'acqua limpida, la attendeva Domizia, una donna matura, con i lineamenti di chi  stata bella in un passato ormai troppo lontano, e segnata da qualcosa di pi profondo. Sofferenza? Amarezza? Entrambe le cose? Ma ora quella donna l'attendeva con uno sguardo sereno.

Una vestale nella mia casa. Questo  un onore che non ho mai pensato di poter avere disse in segno di saluto. Era una voce dolce, nonostante gli anni l'avessero leggermente rovinata. C'era un secondo solium situato di fronte a lei, e lo sguardo di Domizia Longina invit Menenia a sedersi mentre questa cominciava a parlare.

Sono venuta in cerca di... Qual era la parola esatta? In cerca di... un consiglio.

Domizia Longina la guardava con una tale intensit che Menenia, senza sapere bene perch, cominci a sentirsi a disagio. Da quando Liviano aveva identificato la donna che viveva a sud della citt come Domizia Longina, la vestale aveva ripassato nella sua testa tutto ci che sapeva sull'ex imperatrice: sopravvissuta a sette cesari, moglie del terribile Domiziano, amante di Tito e perfino di uno sventurato attore, o almeno questo era ci che si erano azzardate a raccontarle le altre vestali, insieme alla tragica storia di un padre che si era suicidato per salvare dalla follia di Nerone lei, sua madre e sua sorella; e c'era stato anche un figlio morto. Con tanta sofferenza sulle spalle, sofferenza che pochi sarebbero stati capaci di sopportare, forgiata dal dolore, diventata una delle persone che avevano partecipato alla congiura contro Domiziano - oppure no? Questo non era mai stato provato -, Domizia Longina era uno dei grandi misteri di Roma. E ora, dimenticata da tutto e da tutti, eccetto che da Traiano che la aiutava a mantenere quella vita discreta, lontana dal centro sempre agitato di Roma, accettava di riceverla.

Menenia non seppe sostenere lo sguardo di quella donna e chiuse gli occhi per riaprirli subito dopo e fissare il pavimento. Era strano, perch fino ad allora era sempre avvenuto il contrario nella sua vita: tutti abbassavano lo sguardo quando lei li osservava. Solo Traiano lo sosteneva, ma ora, davanti a Domizia Longina, era lei, la vestale, a cedere.

E che tipo di consiglio pu cercare una sacerdotessa di Vesta nella casa di una vecchia patrizia romana? indag Domizia.

La dolce voce dell'ex imperatrice calm un poco lo spirito turbato di Menenia, che risollev lo sguardo.

C' un uomo condannato a morte. Un tempo io ho amato quest'uomo; con i miei sentimenti, mai con il corpo...

Certamente intervenne Domizia, perch Menenia sapesse che non aveva bisogno di giustificarsi n di spiegarsi.

Sar giustiziato tra pochi giorni continu allora la vestale rapidamente, rendendosi conto, a ogni parola che pronunciava, che forse non aveva alcun senso essere andata fin l, perch non c'era motivo per cui quella donna dovesse aiutarla e, ancora di pi, non sapeva in che modo avrebbe potuto farlo, anche se avesse voluto. Era stata mossa da un ridicolo impulso, per ora era l e gett fuori le parole come un torrente di primavera, per finire in fretta e poter rientrare il prima possibile. Il suo nome  Celer.  stato... ... un auriga. Lo hanno accusato di aver avvelenato diversi cavalli al Circo Massimo.  tutta una farsa, una pura invenzione dei suoi nemici delle altre squadre per eliminarlo come concorrente, perch sono incapaci di sconfiggerlo nell'arena. Tutto il processo  basato su testimonianze comprate. Un processo che l'imperatore avrebbe aborrito, ma il Cesare  fuori Roma, nella sua guerra al Nord, e niente e nessuno pu impedire che questa sentenza ingiusta e riprovevole sia eseguita. Anche se l'imperatore agisse contro gli accusatori al suo ritorno, Celer ormai sarebbe gi morto. Una... sua amica... la donna con cui vive... mi ha pregato di aiutarlo. Lei pensa che io ami ancora Celer e per questo  corsa disperata alla ricerca di aiuto nella Casa delle vestali. Io non amo pi quest'uomo, ma  certo che ripudio l'ingiustizia e vorrei fermare questa sentenza che, ne sono sicura, indignerebbe lo stesso imperatore. Ma che cosa posso fare? Cosa si pu fare? Forse  stato uno stupido sbaglio venire fin qui. Mi sono lasciata convincere da alcune parole che l'imperatore disse su di te, un giorno, molto tempo fa...

Cosa disse Traiano su di me? chiese l'ex imperatrice con autentica curiosit.

Che se in un qualche momento mi fossi trovata sola e bisognosa d'aiuto, una donna che viveva a sud della citt avrebbe potuto aiutarmi. Disse che il prefetto del pretorio sapeva di chi si trattava, che Liviano mi avrebbe condotto fino a te.

Questo disse il Cesare? chiese di nuovo Domizia, poi continu a parlare senza aspettare la risposta alla sua domanda retorica.  interessante che Traiano ti abbia guidata fino a me. Suppongo che debba ringraziare lui per la visita di una vestale di Roma. Aveva smesso di guardarla, ma poi torn a fissare la giovane sacerdotessa. Perch non hai parlato con la Vestale Massima o con i sacerdoti? chiese voltando lo sguardo verso la fontana al centro dell'atrio.

Menenia, che si era alzata con l'intenzione di andarsene, torn a sedersi.

No. La Vestale Massima  morta pochi giorni fa, a causa di una febbre, e... non mi fido dei sacerdoti. Come loro non si fidano di me dai tempi del processo che subii per un falso crimen incesti di cui mi si accus tempo fa.

Ricordo quel processo disse Domizia Longina, ancora con lo sguardo fisso sulla fontana. Hai fatto bene a non ricorrere ai sacerdoti. Avrebbero mentito. Ed  un vero peccato ci che  accaduto alla Vestale Massima. E perch non ti sei rivolta ai... tuoi genitori?

Menenia la guard sorpresa. Aveva pensato che l'ex imperatrice fosse pi aggiornata su tutto ci che succedeva in citt, ma forse non era cos. Forse non sapere era la cosa migliore per quella donna dimenticata da tutti. Forse non sapere garantiva pi serenit.

I miei genitori, il senatore Menenio e sua moglie Cecilia, sono morti alcuni mesi fa.

Domizia Longina annu. Mi dispiace. Mi rincresce per i tuoi genitori. Ci fu un breve silenzio prima che riprendesse la conversazione. Ora capisco perch sei venuta da me: con l'imperatore al Nord e senza pi la Vestale Massima, sei rimasta sola. E, quanto ai tuoi genitori, anche se fossero stati vivi, sicuramente non avrebbero potuto fare niente riguardo alla questione. E, d'improvviso, aggiunse alcune parole strane: Si sono sempre presi cura di te, non  cos?.

Menenia torn a guardare Domizia Longina. Non capiva bene il motivo di quella domanda sui suoi genitori, ma nel mezzo di quel mare di sentimenti confusi le faceva bene parlare con qualcun altro della sua vita; qualcuno che, almeno all'apparenza, sembrava ascoltarla con interesse.

S, i miei genitori sono sempre stati buoni con me, e anche la Vestale Massima lo  stata, ma  vero che in momenti come questi, quando non so ci che  meglio fare, non credo che avrebbero potuto aiutarmi, e nemmeno capirmi. Mio padre mi aiut molto cercando il miglior avvocato di Roma quando ci fu quel terribile processo contro di me e contro Celer, e ho sempre avuto nostalgia delle carezze di mia madre prima di andare a dormire. Mi mancavano i primi tempi, quando sono stata scelta come vestale, e sembra che col passare del tempo mi manchino ancora di pi. Sorrise e sbuff lievemente allo stesso tempo.  una stupidaggine, un ricordo d'infanzia... Ora so che mia madre non torner mai pi ad accarezzarmi i capelli. Questo  tutto. Devo imparare a conviverci.  una perdita, ma tutti perdono qualcosa. Non posso lamentarmi. Non devo lamentarmi.

Hai avuto una madre che ti ha voluto bene, questa non  una stupidaggine... questo ... qualcosa di molto prezioso disse Domizia Longina con una certa commozione nella voce che per Menenia non percep.

Domizia si dibatteva dentro. Non voleva lanciare la giovane verso nuovi pericoli, ma d'altro canto era evidente che Menenia continuava a provare amore per quell'uomo, per l'auriga, anche se lui si era unito a un'altra donna; forse perch Celer rappresentava quel poco che le rimaneva di un passato felice, di una bella infanzia. Chi poteva saperlo? Ed era probabile che la giovane vestale desiderasse sinceramente lottare contro l'ingiustizia, ancora di pi se veniva perpetrata proprio dalle istituzioni che avrebbero dovuto vigilare affinch la legge fosse rispettata. Quella vestale era la pi pura essenza di Roma. Per un istante, intimo ma potente, Domizia Longina prov un profondo senso di orgoglio per la giovane che continuava a tenere lo sguardo fisso sul pavimento dell'atrio della modesta villa.

 stato piacevole parlare con l'ex imperatrice di Roma, ma ora devo andare disse infine Menenia, ma prima che potesse alzarsi di nuovo, la voce di Domizia Longina la ferm.

Esiste un modo per salvare quell'auriga.

La donna si pent subito di aver pronunciato quelle parole; era stata mossa dall'ansia di trattenere Menenia ancora un poco vicino a lei. Ma ora si rendeva conto, dal brillio che si era acceso negli occhi della sacerdotessa, di aver aperto un frutto il cui contenuto avrebbe dovuto consegnare a quella giovane audace e decisa, perch quello sguardo rivelava che la passione dell'amore continuava ad abitare nel suo cuore. Se il frutto che ora doveva consegnare alla vestale le sarebbe risultato amaro o dolce, ci dipendeva solo dal disegno degli dei.

Menenia guardava Domizia Longina con gli occhi spalancati.

L'imperatrice di Roma, di una Roma gi passata per lei ma che era ancora l, di cui Menenia stessa era la rappresentazione della sua parte migliore, riprese a parlare.

Esiste una vecchia legge, s, un privilegio delle vestali che risale ai tempi del re Numa, e che non  mai stata abolita da alcun Pontifex Maximus. Il fatto che questa legge sia stata dimenticata praticamente da tutti non significa che non esista.

Menenia era molto interessata, ma era pure una donna cauta. Temeva di udire una fantasia da parte di una vecchia imperatrice quasi esiliata. E forse un poco confusa.

Come puoi essere a conoscenza di leggi tanto antiche?

Domizia Longina si alz dal solium e cammin lentamente intorno alla fontana guardando l'acqua che fluiva eterna, costante, infinita.

Sono sopravvissuta a sette cesari, sette imperatori che sono stati al contempo, ognuno di loro, Pontifex Maximus; sono stata sposata con uno di loro, uno dei pi crudeli, e ne ho anche amato uno, per breve tempo ma con intensit... S, furono bei tempi quelli... ma troppo brevi...

Sembrava distratta mentre pensava all'imperatore Tito, ma recuper in fretta il filo del discorso mentre si avvicinava a Menenia e si sedeva di fronte a lei.

Ho imparato molti segreti di Roma, mi sono stati utili per poter sopravvivere accanto a un Cesare folle; ho letto papiri che credevo non mi sarebbero mai stati utili, ma ora vedo che qualcuna di quelle letture pu essere utile a te. Ma, se non ti fidi di me,  meglio che non continuiamo a parlare.

Domizia aveva pensato che questo dubbio avrebbe spinto la ragazza ad andarsene decidendo di non proseguire, ma Menenia continuava a fissarla. L'anziana si rese conto che il dubbio che cercava di seminare nell'animo della giovane vestale contrastava con le parole che Traiano aveva detto a Menenia anni prima, parole che l'avevano condotta fin l. Il consiglio di Traiano di rivolgersi a Domizia in caso di pericolo era ci che ora tratteneva Menenia di fronte a lei e che la spingeva a volerne sapere di pi su quella vecchia legge.

Domizia aggrott la fronte. Traiano aveva sbagliato a suggerire alla sacerdotessa che lei, l'ex imperatrice, potesse aiutarla? Stava facendo la cosa giusta? Si rese conto di aver perso l'abitudine ad affrontare i problemi. Da ormai troppi anni viveva lontana da tribolazioni, congiure e intrighi di palazzo.

Poi la vestale parl. Voglio che mi spieghi ci che promulg il re Numa in questa legge.

Sar pericoloso... Domizia sperava di non dover dire di pi, ma si sentiva messa all'angolo. Quella ragazza era tenace.

Il coraggio non mi manca insistette la giovane.

Non ne dubito, non  questo il problema disse Domizia. La questione  che se chi ha provocato la condanna del tuo amico, dell'auriga, se quest'uomo o questi uomini hanno corrotto i giudici della basilica Giulia e hanno comprato testimoni di ogni tipo,  molto probabile che abbiano comprato anche altre persone, inclusi i sacerdoti. Ci rende pericoloso il fatto di ricorrere a questa vecchia legge quasi dimenticata, perch  sufficiente che abbiano un sacerdote, uno solo, che ti stia sorvegliando e che sappia di questa legge e della condizione in cui deve compiersi, perch tutto si rivolti contro di te. Non so se  opportuno che ti dica tutto ci.  stato un errore. Un errore imperdonabile da parte mia.

 pi opportuno lasciare che si commetta un'ingiustizia? Il termine opportuno l'ho udito troppe volte in bocca a persone poco oneste.  una parola che non mi piace. Ci che  opportuno e ci che  giusto sono spesso in conflitto, e io credo che una vestale di Roma debba stare dalla parte del giusto.

Domizia Longina si port una mano alla fronte e sospir. Per tutti gli dei! Quella giovane era cos decisa, cos nobile, cos perfetta. E cos ingenua a causa della sua giovinezza, disposta a rischiare tutto per una parola, giustizia, che molti a Roma avevano dimenticato da anni. Domizia non era sicura che Roma meritasse un tale sacrificio.

Se sai qualcosa che potrebbe aiutarmi e non me la riveli, non te lo perdoner mai aggiunse Menenia, pensando fosse un'innocua minaccia, incosciente del tumulto interiore che quelle parole provocarono nel cuore di Domizia Longina. Se la vestale lo avesse saputo, sicuramente non si sarebbe espressa cos, ma ormai le aveva pronunciate.

Menenia si sorprese nel vedere una lacrima scendere dagli occhi dell'ex imperatrice. Non le era apparsa una donna facile al pianto.

Per la prima volta, dopo molti anni, Domizia Longina torn a pregare qualcuno. Per favore... non parlarmi cos, giovane sacerdotessa.

Menenia non capiva pi nulla. Era incapace di comprendere ci che stava succedendo. Se la sua mente non fosse stata completamente offuscata dal desiderio di conoscere quella vecchia legge, forse il suo intuito di donna, ancor pi che di sacerdotessa di Vesta, le avrebbe fatto comprendere ci che era evidente, ma non seppe vederlo. Pur senza capire il motivo di quella richiesta, cambi il tono di voce e ribad il proprio interesse a conoscere la vecchia legge esprimendosi con meno violenza, senza aggressivit.

Desidero solo sapere se questa legge pu aiutarmi.

D'accordo... d'accordo... Domizia Longina annu, trattenendo le lacrime, trattenendo il dolore, resuscitando le proprie energie del passato. Aveva perso l'abitudine a resistere; non aveva mai pensato di dover tornare a farlo; quella visita, quella conversazione, l'avevano colta di sorpresa. Se Liviano l'avesse avvisata con pi anticipo, si sarebbe preparata meglio su ci che doveva dire o tacere, ma a ogni cosa ne era seguita un'altra, e ora tutto si era fatto ingarbugliato e confuso. Ti chiedo solo di promettermi una cosa, un'unica cosa.

Ti ascolto.

Ti chiedo solo di promettermi che, se il giorno in cui l'auriga dovr essere giustiziato il tempo minaccer nuvole o pioggia, se quel giorno fatidico sar pieno di nuvole, tu non tenterai nulla.

Ma Menenia era troppo coraggiosa, troppo caparbia, e incapace di una menzogna. Non posso promettere niente senza conoscere prima il contenuto di questa legge.

Domizia sospir di nuovo. Nessuno l'aveva mai disarmata tanto rapidamente, tanto compiutamente. Non poteva lottare contro la volont della vestale. Lei, Domizia Longina, che aveva affrontato il pi terribile dei tiranni con le proprie mani, con il proprio corpo e la propria mente; lei, che era sopravvissuta alle peggiori sofferenze, che aveva visto morire suo figlio, il suo amante, tutto ci che amava, che era capace di lottare contro chiunque, con una daga o disarmata, perfino mordendo se necessario; lei, la grande Domizia Longina, ex imperatrice di Roma, non riusciva ad affrontare quella giovane vestale, non poteva farlo, non poteva farlo.

E cos l'anziana donna, totalmente vinta, con una pena immensa, spieg a Menenia il contenuto della legge dimenticata da quasi tutti. Lo fece come chi si denuda perch obbligato, debole, spaventato.

E quando Domizia la salut sulla soglia della porta, mentre guardava la vestale salire sulla lettiga per tornare a Roma, quella maledetta Roma che tanto male aveva sempre causato a tutto e a tutti, allora si rese conto che Menenia se ne andava da l senza aver promesso che non avrebbe fatto uso della legge se il giorno dell'esecuzione di Celer il tempo avesse minacciato nuvole. Domizia avrebbe voluto correre dietro alla lettiga e chiedere alla giovane che promettesse, ma rimase l, ferma sulla soglia della sua vecchia domus, sapendo che la vestale non avrebbe mai promesso nulla che non avrebbe fatto. E il corpo di Domizia Longina fu all'improvviso colto da convulsioni e la donna scoppi a piangere amaramente, come non aveva pi fatto da anni, l, in piedi, osservata dagli schiavi increduli, che restarono a debita distanza, attenti a qualsiasi richiesta della loro padrona ma restii a interromperla nel mezzo di quel dolore profondo, estremo e sorprendente, che sembrava aver cancellato la serenit che avevano sempre visto in lei. Di che cosa avevano parlato? Chi era quella vestale? Che cosa era successo perch la loro signora si fosse trasformata di colpo in un corpo piegato da un dolore immenso e senza controllo? Tutti se lo chiedevano ma nessuno aveva le risposte a quelle domande.

Domizia Longina cadde in ginocchio, graffiando la parete con le unghie della mano.

Ho sofferto abbastanza, ho sofferto gi abbastanza esclam nel pianto confuso, tra i singhiozzi. Colp il suolo con tutta la forza delle sue braccia magre e consumate dal tempo, come se quei colpi potessero pugnalare ancora lo stesso Domiziano. Ho gi sofferto abbastanza, dei! Mi avete tolto tutto... tutto...! Dei, non prendetemi anche Menenia, non prendetemi anche Menenia! Non ne avete il diritto! Maledetto Domiziano! Miserabile e maledetto per sempre: sei tornato dai morti per togliermi l'unica cosa che mi rimane! Che tu sia maledetto una e mille volte! Che peccato non poter tornare a pugnalarti di nuovo! Che siano tutti maledetti! L, piegata sul suo ventre, gemendo e balbettando, continu a mormorare parole che alla fine si trasformarono in una preghiera sussurrata agli dei. Non portatemi via l'unica cosa che mi rimane. Un sibilo, una preghiera agonizzante e disperata. Non potete farmi questo. Non potete. Per favore, proteggetela... proteggetela... prendete me al suo posto.

Con gli schiavi allontanatisi dalla porta in attesa che la loro padrona li richiamasse, restavano solo il silenzio e il rumore dell'acqua della fontana che sgorgava all'interno della casa. Ma Domizia Longina era fatta della stessa pasta degli indomabili leoni, del sangue del primo dei cesari che la sua coraggiosa madre le aveva trasmesso. Cos si rialz lentamente, le lacrime fattesi mute, ma con la determinazione di tornare a farlo: ancora una volta, di nuovo, sarebbe tornata a lottare. No, non aveva intenzione di lasciare tutto in mano agli dei. Gi una volta aveva lottato contro di loro. Sarebbe tornata a farlo. Per Menenia era pronta a tutto.

40

UN PIANO SEGRETO

Sarmizegetusa
Luglio del 106 d.C.

Palazzo reale

Erano trascorsi appena un paio di giorni dall'incontro di Diegis con l'imperatore di Roma, quando Decebalo richiam il coraggioso pileatus nella sala delle udienze. Anche se era passato poco tempo dalla consegna del messaggio di Traiano che reclamava la resa incondizionata, la situazione era ulteriormente peggiorata nella citt assediata: una lancia incendiaria era caduta sul tetto di legno di uno dei granai principali di Sarmizegetusa e gran parte delle riserve di cibo era irrimediabilmente perduta. A questo disastro si aggiungeva quello del blocco della fornitura dell'acqua. Diegis era sicuro che Decebalo avrebbe tentato qualcosa. Sospettava, come Dochia, che si trattasse di qualche vile stratagemma che non avrebbe tenuto in considerazione il bene di tutti ma solo il suo, con l'intenzione di prolungare la guerra fino al nuovo inverno. Per, al momento, non poteva fare altro che ascoltare e obbedire.

Dobbiamo fare qualcosa e presto disse Decebalo quando Diegis fu di fronte a lui. Non possiamo resistere ancora a lungo in queste condizioni, ma le richieste di Traiano sono inammissibili. Prevedono un'umiliazione non solo per me: accettarle implica la sparizione della Dacia e non possiamo permetterlo, quindi passeremo all'attacco. Lo dobbiamo distruggere, mi hai capito? Diegis annu e il re continu a spiegare il suo piano. Devi riunire il grosso delle nostre forze, voglio che attacchi con cinque o seimila guerrieri, tutti in una volta. Lasceremo i restanti sulle mura per evitare che ci sorprendano dall'altro lato. S, duemila uomini di riserva per le mura. Bene. Tu dirigerai l'attacco. So che in qualche occasione ci siamo trovati in disaccordo sulla guerra, per riconosco che sei il mio uomo pi coraggioso. Vezinas ha gi dimostrato la sua incapacit a Adamclisi, una cosa che non ho dimenticato, quindi tu ti incaricherai di questo attacco.

Quale sar l'obiettivo, mio re?

L'agger che stanno costruendo ma, soprattutto, ferire e uccidere quanto pi possibile. Non si aspettano un attacco di questa portata e l'effetto sorpresa sar dalla nostra parte. Sappiamo gi che nascondono almeno una legione dietro ai lavori del terrapieno di pietra che stanno erigendo. Inviarti come messaggero  per lo meno servito a qualcosa. Ci ha rivelato dove si nascondono parte delle loro forze. Il resto  dispiegato sul cammino verso Blidaru e Costesti, stando a quanto possiamo verificare dall'alto delle nostre torri. Hanno un esercito da questo lato della palizzata, ma quello dall'altra parte  pi lontano, il che rallenter il suo intervento nella battaglia. Questo ti dar il tempo di causare il maggior danno ottenibile. Non ti chiedo una battaglia eroica, neanche per sogno. Si tratta di ferire, colpire o uccidere quanti pi Romani possibile e ritirarsi rientrando in citt prima che le legioni del maledetto Traiano ci raggiungano. Questo dimostrer che siamo ancora capaci di attaccare. Poi invieremo un altro messaggero. Forse le perdite che avranno subito piegheranno Traiano ad accettare una negoziazione a condizioni pi ragionevoli. E, be', dato che anche noi avremo subito delle perdite, questo smorzer in parte il problema della scarsit d'acqua e di cibo nella citt, perch dopo la battaglia ci saranno meno bocche da sfamare.

Questo era ci che stava tramando il re. L'ultimo commento di Decebalo apparve a Diegis talmente indecente, macabro e contorto da riconoscere dietro a quelle parole pronunciate dal re lo zampino di Vezinas e del miserabile senatore romano. E, tuttavia, l'idea di attaccare improvvisamente e causare pi danni possibili al nemico era, tra le poche opzioni che avevano, la pi ragionevole. Diegis sapeva che la resa, alla fine, sarebbe arrivata, per, forse, mostrarsi ancora forti avrebbe potuto aprire la strada a una nuova negoziazione. O forse no. L'imperatore romano era ossessionato dall'idea di vendicarsi della morte del suo amico Longino.

 chiaro ci che devi fare? insistette Decebalo polverizzando di colpo i pensieri che si stavano confusamente affollando nella mente di Diegis.

S, mio re rispose il nobile dacico, s'inchin e usc dalla sala delle udienze.

C'era una battaglia da combattere. Sicuramente il suo ultimo combattimento. I valorosi sanno quando  giunta la fine.

Ancora una volta Dochia gli venne incontro nei corridoi del palazzo. Ho sentito tutto disse. E lo guard negli occhi leggendo i suoi pensieri. Avrei dovuto sposarti molto tempo fa. Questo ti avrebbe protetto e forse saresti riuscito a contrastare la follia e l'ambizione di mio fratello e di Vezinas, ma leggo nei tuoi occhi che ormai  troppo tardi.

Avrei preferito udire che la principessa Dochia mi avrebbe voluto sposare perch mi apprezza intimamente, ma sono consapevole del fatto che la principessa Dochia ha amato solo il legatus romano che si  suicidato. Non la incolpo di questo: era un uomo coraggioso e lo ha dimostrato sacrificando la vita per il suo imperatore. La principessa si  innamorata di un vero uomo. Anche se invalido, Longino valeva quanto cento guerrieri. Per questo l'imperatore romano  tanto arrabbiato. A volte penso che Traiano abbia amato questo romano quanto lo ha amato la principessa. Ma ora il nostro tempo  finito. Nonostante tutto, aver udito dalla bocca della bella Dochia che infine sarei stato il prescelto per il matrimonio, anche se per motivi differenti dall'amore,  meraviglioso, e mi fa credere che in fondo ci sia qualcosa di buono in me, e con questo pensiero affronter felice la battaglia.

Tutto  finito dunque? domand lei, non perch avesse bisogno di una risposta ma per allungare di qualche istante quel momento, per evitare che Diegis se ne andasse tanto rapidamente.

Ognuno di noi dovr affrontare il proprio destino in questi ultimi giorni rispose il pileatus. Forse ci rincontreremo con Zalmoxis.

E s'inchin davanti alla principessa. Si volt e, con passo militare, si allontan dalla bella donna che lo salutava con le lacrime agli occhi, piangendo in un silenzio pieno di paura.

D'improvviso la giovane avvert un'ombra alle sue spalle e si volt spaventata. Era suo fratello.

Cos  questo che pensi di me? Che sono un folle mosso dall'ambizione?

Diegis, che si era avviato velocemente, era ormai troppo lontano per riuscire a sentirli, e doveva essere tanto assorto nei suoi piani per la battaglia che nemmeno si era accorto della presenza del re.

Cos, fratello e sorella rimasero soli, eccetto che per la mezza dozzina di guerrieri di scorta del re rimasti ad alcuni passi di distanza, rispettosi dell'intimit di Decebalo e della principessa.

S,  questo ci che penso disse Dochia senza la minima esitazione, asciugandosi le lacrime con il dorso delle mani bianche e sottili.

Piangi per paura rispose lui. Lo posso capire bene perch l'ho visto sul volto di molti prigionieri e guerrieri nemici sconfitti, ma non hai motivo di temere. Non se resti con me. Dochia lo guard sconcertata; lui si spieg. Diegis sta camminando verso la morte, ma non dobbiamo morire tutti qui, in questo maledetto assedio senza fine. Vieni con me e vivrai. La guerra non  finita. Ho un piano che cambier tutto. Resisteremo fino all'inverno e i Romani saranno ormai troppo deboli quando verranno a cercarci sulle montagne. Li attaccheremo di notte, distruggeremo i loro avamposti e le torri di avvistamento. La Dacia intera si dimostrer terribile e io otterr nuove alleanze. Comprer Susago con l'oro. Dochia, ho montagne d'oro e argento nascoste con cui comprare le alleanze di molte trib; credimi, mi seguiranno, e quel miserabile di Traiano non avr scampo...

Ma siamo tutti prigionieri in questo assedio lo interruppe lei, che iniziava a pensare che suo fratello avesse perso completamente la ragione.

Decebalo sorrise, con quella superiorit con cui si sorride davanti all'ingenuit di un bambino. Mentre Diegis diriger l'attacco con il grosso del nostro esercito a est, noi usciremo dalla cittadella, da ovest, con duemila guerrieri che ho ordinato a Vezinas di preparare, e attaccheremo la palizzata all'altra estremit di quel recinto di legno che hanno eretto i Romani intorno alla citt. Distruggeremo le loro difese, mentre l'imperatore sar impegnato nella battaglia contro Diegis e i suoi guerrieri. Vieni con noi, sorella, e continua a lottare per la Dacia.

La principessa fece un passo indietro, come se si trovasse di fronte all'orrore stesso incarnato.

Stai tradendo Diegis che  stato sempre leale... disse.

Sto lottando per la Dacia, e in una guerra avvengono sempre grandi sacrifici. Diegis  uno di questi. Ma tu stessa lo hai visto partire. Si sta dirigendo felice al suo incontro con Zalmoxis. Ad altri spetter fare in modo che il culto di Zalmoxis non sparisca, che la Dacia non sia annientata sotto le legioni di Traiano. Scapperemo da qui, tu e io, Vezinas, Bacilis il sacerdote, e anche quel miserabile ex senatore romano che ci aiuter a continuare la lotta contro l'imperatore, e i nostri duemila guerrieri. Ci raduneremo nelle fortezze settentrionali, otterr di nuovo l'appoggio dei Sarmati e dei Rossolani, fosse anche al prezzo di centinaia di libbre d'oro e d'argento, e i Romani, alla fine, dovranno tornare nella loro maledetta Roma e non attraverseranno mai pi il Danubio. Sconfiggemmo un altro imperatore in passato e lo faremo di nuovo con Traiano. Puoi stare certa di questo.

Ma Dochia continuava ad allontanarsi. Doveva avvertire Diegis di tutto ci. Doveva arrivare a lui prima che uscisse a combattere. La cosa migliore, ora lo capiva bene, sarebbe stata che Diegis prendesse il potere e consegnasse suo fratello, lo stesso re, all'imperatore romano. Forse questo avrebbe calmato la sete di vendetta del Cesare e forse avrebbero potuto salvare il resto della Dacia, e, soprattutto, salvare il maggior numero di uomini, donne e bambini da quella spirale di follia e di guerra che suo fratello aveva avviato e che sembrava non trovare fine.

Hai letto la paura nei miei occhi, fratello, e lo hai fatto bene, inizi a dire lei mentre continuava ad allontanarsi senza guardare indietro, mantenendo gli occhi fissi sul re ma non  paura della morte ci che hai visto sul mio volto, ma paura di te e della tua pazzia, del tuo odio, della tua rabbia eterna. Ho paura di te, fratello, paura di tutto ci che hai fatto alla Dacia e che ancora continuerai a fare. Sei tu che stai distruggendo la Dacia; anche i Romani, ma soprattutto tu. I legionari del nemico distruggono i nostri templi davanti ai tuoi occhi e tu pensi solo a scappare. Fuggi, mostrando quanto poco vali, ma io resto qui, con il mio popolo.

Imprigionatela disse Decebalo senza alzare la voce, con un tono freddo, gelido, quasi indifferente. Non provava alcun rimorso. Ci aveva provato, le aveva offerto la libert e una lotta condivisa, e non ci era riuscito. Non era colpa sua. Coloro che non sanno vedere il futuro non meritano di vivere.

Vezinas si fece avanti insieme agli altri guerrieri dacichi che afferrarono la principessa per la vita e per le braccia, mentre Dochia inizi a divincolarsi.

Lasciatemi, maledetti, lasciatemi! Diegis, Diegis, Diegis! gridava, ma Diegis era gi lontano da l, fuori dal palazzo, pronto a preparare il suo esercito per attaccare i Romani, e anche Decebalo era scomparso, rientrando nelle proprie stanze per ultimare i preparativi del suo piano di fuga.

Quando Vezinas vide che il re non era pi l, non perse l'occasione e diede un sonoro schiaffone a Dochia. Erano anni che desiderava farlo... questo e molte altre cose. La principessa cess di lottare e di gridare. Si aspettava altri colpi, ma Vezinas non la schiaffeggi pi.

Portatela alla torre disse il pileatus.

Dove abbiamo nascosto il sarcofago del romano che si suicid? chiese uno dei guerrieri.

S rispose Vezinas. In fondo quei due meritano di stare insieme e, sicuramente, meritano la stessa fine.

Vezinas segu i suoi uomini fino alla cima della torre. Quando arrivarono all'ultimo piano, alla camera protetta da una grossa porta di bronzo, si volt e si rivolse ai suoi guerrieri.

Lasciateci soli.

Tutti abbandonarono la grande sala. Dochia e Vezinas restarono soli. Il pileatus dacico si avvicin alla ragazza con la lussuria dipinta sul viso. Ora avrebbe ottenuto da lei tutto ci che aveva desiderato e, anche se non sarebbe servito a farlo diventare re, sarebbe bastato per saziare il suo appetito sessuale. Avrebbe fatto con lei tutto ci che voleva. Fra poco sarebbe uscito dalla torre e fuggito insieme al re. Decebalo la dava gi per morta, e con un cadavere si pu fare ci che si desidera.

Vezinas si avvicin a Dochia, ma fece male i suoi calcoli.

La principessa dacica non aveva combattuto al fronte, ma non era disposta a essere violentata da qualcuno che odiava. Con rapidit colp col piede destro tra le gambe del pileatus e questi, sorpreso, si ripieg completamente e cadde in ginocchio. Non fidandosi, Dochia prese una torcia spenta dalla parete e la brand come una grossa mazza. Con essa tir un tremendo colpo in testa a Vezinas, che ancora si contorceva dal dolore e che sub una seconda mortificazione. L'uomo quasi perse i sensi. Qualsiasi altra persona ne avrebbe approfittato per finirlo, ma Dochia possedeva ancora dentro di s bont e misericordia, e gett la torcia alla terra.

Vezinas usc gattonando dalla stanza.

Ti uccideranno i Romani, i Romani ti uccideranno. Ti violenteranno fino alla morte e anche solo questo sar un motivo per giustificare la nostra guerra disse e, come un cane, lasci la stanza richiudendo le grandi ante della porta di bronzo.

I legionari sarebbero riusciti in ci che lui non era stato capace di fare, ma nessuno avrebbe mai saputo dell'umiliazione che Dochia gli aveva appena procurato. Vezinas si rialz da terra e si consol pensando alle oscenit che i Romani avrebbero inflitto alla principessa dacica che gli aveva sempre resistito. Fino alla fine. Ma non importava. Traiano e i suoi ufficiali sarebbero stati infinitamente pi crudeli.

41

IL POTERE DEL BESTIARIUS

Ludus Magnus, Roma
Luglio del 106 d.C.

Fino a quel momento quello era stato un pomeriggio assolutamente comune nell'Anfiteatro Flavio. Trigesimo si sentiva piuttosto soddisfatto, perch da quasi tutti i combattimenti avevano guadagnato il massimo profitto, lui come molti degli allibratori con cui trattava. Si trovava nella galleria d'entrata dell'arena e gli ultimi gladiatori stavano rientrando, sudati e insanguinati, alcuni ricoperti del sangue dell'avversario sconfitto, altri del proprio. Senex era ricoperto da entrambi, ma quel vecchio lottatore sembrava migliorare con le difficolt e si riprendeva facilmente dalle ferite. Inoltre, da ci che Trigesimo aveva potuto constatare, quel giorno si trattava solo di piccoli graffi superficiali. Al contrario del suo avversario, trascinato dagli schiavi che ritiravano i cadaveri dall'arena verso la sala in cui venivano fatti a pezzi i gladiatori morti, per nutrire, nella maggior parte dei casi, le fiere di Carpoforo. Proprio nel momento in cui i pensieri del lanista si dirigevano verso l'oscuro ventre dell'Anfiteatro Flavio, Trigesimo ud la voce lugubre e profonda del bestiarius. L'allenatore dei gladiatori si volt e guard verso il corridoio laterale da dove stava avanzando l'inconfondibile, ricurva figura del padrone del sottosuolo di Roma.

A Trigesimo Carpoforo non piaceva, come quasi a nessuno di coloro che lavoravano l. A differenza dei combattimenti tra uomini addestrati, che avevano almeno una possibilit di vittoria, nei sanguinolenti intrattenimenti che Carpoforo organizzava per soddisfare l'appetito insaziabile della plebe non c'era scampo. Inoltre, quanto pi crudeli erano gli spettacoli che il bestiarius elaborava, tanto pi sangue il popolo pretendeva di vedere nei combattimenti dei gladiatori, e questo non era un bene per gli affari.

Qui disse Carpoforo invitando con un gesto il lanista a seguirlo in quella galleria laterale.

L'allenatore di gladiatori acconsent controvoglia, ma quando aveva gi percorso una distanza di pi di cinquanta passi ed erano quindi ben lontani dalle orecchie di chiunque passasse per il cunicolo principale, Trigesimo si ferm. Andare oltre significava entrare nel regno del bestiarius e non era una buona idea.

Ci che devi dirmi puoi dirmelo qui. E con queste parole il lanista si ferm.

Carpoforo, in realt, s'inorgogl del rifiuto del lanista a seguirlo fino alle gabbie delle fiere. Quella era una chiara dimostrazione del timore che Trigesimo nutriva per lui e ci risultava positivo per quello che doveva riferirgli.

Ho bisogno del fegato di uno dei tuoi gladiatori disse il bestiarius a bassa voce.

Trigesimo sapeva del macabro commercio di sangue e viscere dei gladiatori morti nell'arena gestito da Carpoforo, e lo ripugnava. Perfino il peggiore di quei miserabili ce la metteva tutta in combattimento. Forse non meritavano di essere sepolti come i cittadini romani, ma al lanista non sembrava giusto che parti dei loro corpi venissero vendute per soddisfare i desideri e le follie dei pi ricchi di Roma. Trigesimo gli aveva ripetuto mille volte che non voleva immischiarsi. Un morto finiva inesorabilmente nella stanza in cui Carpoforo faceva a pezzi i cadaveri, a meno che non si trattasse di un gladiatore particolarmente popolare tra i suoi compagni e che loro avessero accumulato abbastanza denaro da assicurargli una sepoltura mediamente degna, seppur in un luogo lontano dalla citt.

Sai gi che se i suoi compagni non reclamano il corpo a me non interessa ci che ne fai e, per tutti gli dei, non voglio nemmeno saperlo rispose Trigesimo, e fece per tornare al cunicolo principale, non volendo udire altro su quell'oscuro affare.

Ma il fegato di cui ho bisogno appartiene a un gladiatore ancora vivo replic Carpoforo.

Trigesimo si ferm di colpo. Questa era nuova. Quel maledetto bestiarius non aveva mai fatto una richiesta come quella: il suo regno era quello dei morti e delle fiere. I lottatori vivi erano affar suo, del lanista. L'allenatore dei gladiatori si volt e affront quell'essere che sembrava strisciare come un'ombra sull'umido suolo di quel lugubre corridoio.

Carpoforo, lascia in pace i miei uomini. Finch sono vivi sono io a decidere per loro.

Il bestiarius scoppi in una risata. Sembri geloso, Trigesimo. Non devi esserlo: riceverai molto denaro per questo fegato. Ti ho gi pagato in altre occasioni e non ti ha mai fatto schifo il mio denaro.

Quello era vero. Alcune volte, Trigesimo aveva ostacolato i suoi uomini, che volevano sotterrare qualcuno dei compagni, perch il bestiarius voleva strappargli qualche organo interno; ma quelle erano negoziazioni fatte sui cadaveri, non sui gladiatori vivi.

Ho accettato di trattare solo organi di uomini morti.

E che differenza fa? domand il bestiarius. La maggior parte di quei miserabili, se non tutti, sono gi dei cadaveri viventi, che attendono il proprio turno nei sorteggi dei combattimenti, fino a cadere sconfitti da uno di loro.

Qualcuno di loro riesce a ottenere la rudis e la libert si oppose Trigesimo.

Carpoforo cap che l'allenatore non avrebbe fatto con le buone ci che lui voleva.

Se non collabori, dovr spiegare al compratore di questo fegato che l'unico che si frappone tra lui e il desiderato organo che serve a curare suo nipote non  altri che l'allenatore dei gladiatori.  questo ci che vuoi che racconti al senatore, Trigesimo? Non serve che ti spieghi che  un uomo potente e molto rancoroso. E a te piace essere il lanista dell'Anfiteatro Flavio, non  vero?

Mi stai minacciando?

Prendila come vuoi, ma ho bisogno di quel fegato. Devi solo accoppiare quel miserabile che chiamate Senex con qualcuno di pi forte. In cambio riceverai il doppio del solito. Come vedi, nonostante le tue maniere poco gradevoli nel fare affari, sono molto generoso disse Carpoforo.

Trigesimo rifletteva in silenzio. Cos era Senex che voleva. Certo, era anziano, ma proprio perch stava sconfiggendo molti lottatori contro tutti i pronostici risultava un buon investimento nelle scommesse.

Carpoforo, notando che il lanista esitava, decise di insistere incutendogli ulteriore timore.

Non girarci intorno, Trigesimo. Se non obbedirai, il senatore far in modo che ti buttino fuori dal Ludus Magnus e che nessuno pi ti offra un lavoro, in nessun'altra scuola di gladiatori. Riflettici bene. Io aspetter. Non ho fretta. Qua sotto c' tutto il tempo del mondo.

Trigesimo ribolliva di rabbia, ma sapeva che quel serpente che addestrava le fiere dell'Anfiteatro Flavio aveva contatti con uomini tanto potenti quanto spietati e che scontrarsi con chiunque di loro non sarebbe stato intelligente; ma, d'altro canto, se avesse ceduto ora, chi sarebbe stato il prossimo che quel fanatico avrebbe preteso?

Si tratta di Senex, dunque? chiese infine Trigesimo, cercando di guadagnare tempo per riflettere.

S, di Senex. Ho bisogno del fegato di quel vecchio gladiatore.

Senex sta facendo guadagnare molto denaro con le scommesse.

Per questo ti pago il doppio del solito.

Voglio il triplo. Per Ercole, sono sicuro che prenderai molto pi denaro da questo affare!

Carpoforo sorrise. Vedo che alla fine ti  tornata la ragione. Meglio per te. Non mi metter a discutere di denaro. Avrai ci che chiedi, ma devi organizzarlo presto. Il senatore  impaziente. Pensa a quel povero bambino, piccolo, malato e bisognoso del fegato di quel gladiatore. Ah ah ah! E il bestiarius si allontan lungo il buio cunicolo ridendo a squarciagola, e le sue risate rimbombarono tra le pareti ammuffite dall'umidit e dal freddo.

Trigesimo avrebbe desiderato correre dietro a Carpoforo e, dato che lui, il lanista, era sempre armato, affondare la propria spada nel corpo del bestiarius e ucciderlo. Fece alcuni passi nella direzione verso cui era sparito Carpoforo quando, improvvisamente, si ferm. Ud un ruggito spaventoso e la sagoma di un leone gigantesco - no, di due leoni enormi - fu proiettata sul muro dalla luce di una torcia. Erano le fiere ammaestrate da Carpoforo: due leoni africani che il bestiarius a volte lasciava liberi perch capace di controllarli solo con la voce. Trigesimo rinfoder la spada che aveva avuto l'ardire di sguainare e cominci a indietreggiare mentre si udiva di nuovo la profonda voce di Carpoforo tra le risate.

Trigesimo, fai ci che abbiamo concordato e non osare ribellarti, ah ah ah, o forse vuoi diventare anche tu cibo per gli animali? Ti assicuro che non sono per niente affettuosi, ah ah ah. Sei pazzo se credi che qualcuno possa scendere qui sotto, lottare contro di me e uscirne vivo. Tutti voi, che vivete l sopra, siete dei pazzi!

Il lanista torn indietro rapidamente e, quasi correndo, si diresse verso la luce dell'entrata della galleria principale.

42

LA FUGA

Sarmizegetusa
Luglio del 106 d.C.

Porta Est

Diegis si rivolse ai suoi uomini dall'alto di una delle poche catapulte che ancora non avevano subito danni a causa delle armi lanciate dal nemico.

I Romani stanno costruendo una piattaforma dalla quale vogliono attaccare le mura, ma noi usciremo per distruggere come potremo questa costruzione! Quelli che hanno le torce devono usarle per bruciare le parti in legno dell'impalcatura che sostiene la parte in pietra! Gli altri, quelli armati, devono uccidere pi Romani che possono! Dobbiamo arrecar loro il maggior danno possibile e, dopo avergli dimostrato che siamo ancora forti, ripiegheremo verso la citt! Per Zalmoxis! Per la Dacia!

Diegis non era un grande oratore, ma tutti lo rispettavano per il suo coraggio sul campo di battaglia. Sapevano che con lui al comando, il loro capo non si sarebbe nascosto nella retroguardia, e il coraggio autentico aveva la curiosa virt di contagiare coloro che vi assistevano.

Per Zalmoxis! Per la Dacia! ripeterono tutti i guerrieri all'unisono. Nessuno sembr accorgersi che Diegis, nel suo discorso, aveva evitato di nominare Decebalo.

Ormai da tempo il pileatus non credeva pi nel suo re, e non voleva condurre quegli uomini in battaglia in nome di qualcosa che lui stesso considerava una menzogna; ma Zalmoxis e la Dacia continuavano a esistere e meritavano di essere difesi. Come le donne, i bambini e gli anziani.

Le porte di Sarmizegetusa Regia si aprirono e il pi nobile dei Daci usc in testa ai pi valorosi guerrieri, sapendo bene che quella era la fine.

Cantiere dell'agger

Tettio Giuliano volse il suo sguardo alle mura.

Gridano disse. Perch gridano?

Apollodoro di Damasco, che si trovava accanto a lui, non sollev nemmeno la testa. I suoi occhi continuavano a esaminare il terreno. Non era sicuro che fosse abbastanza solido da sostenere il peso di altra pietra. Per questo aveva fermato i lavori. Stava considerando la possibilit di continuare la costruzione del terrapieno di pietra pi a nord, dove la superficie del suolo sembrava pi compatta.

In quel momento, si apr la porta orientale della citt. Tettio Giuliano comprese subito cosa fare.

Ritirati dietro le cohortes, architetto disse il legatus mentre si assicurava d'istinto di avere la sua spatha ben salda alla cintura.

Cosa? domand Apollodoro, ma Tettio Giuliano non gli prestava pi attenzione, urlava gli ordini agli ausiliari della legione, i primi che dovevano entrare in combattimento. L'architetto vide i Daci uscire dalla citt come un getto incontenibile di rabbia. Erano tantissimi.

Tettio si ferm per rivolgersi a un centurione. Invia questo messaggio all'imperatore: abbiamo bisogno di rinforzi. I Daci stanno uscendo con tutto ci che hanno. La VII Claudia potr solo contenerli. Abbiamo bisogno dell'appoggio delle altre legioni e ne abbiamo bisogno subito.

L'ufficiale si port il pugno al petto, prese un cavallo che gli avevano gi preparato, mont e part veloce per trasmettere il suo messaggio.

Praetorium dell'imperatore

Traiano usc dalla tenda appena udito il messaggio del centurione inviato da Tettio Giuliano. L con lui c'erano Nigrino, Celso e Palma, che erano arrivati per primi avendo udito il tumulto vicino alle mura e visto i Daci che uscivano per combattere ferocemente.

Riunite le altre legioni disse il Cesare. Giuliano avr bisogno del nostro aiuto. Voglio tutte le legioni qui, per Giove! E poi continu abbassando la voce: Escono per dimostrarsi forti, quindi dobbiamo essere brutali nel combattimento. Devono capire che non gli resta altra possibilit che la resa.

Anche Sura, Adriano e gli altri ufficiali si avvicinarono all'imperatore. Traiano ripet i suoi ordini. Tutti annuirono pi volte. Era giusto. Forse quella battaglia avrebbe rappresentato la fine della guerra.

Settore ovest di Sarmizegetusa

Uscirono dalla porta pi occidentale della citt. Il re dacico avanzava verso la palizzata che avevano costruito i Romani, circondato da una moltitudine di guerrieri e seguito da vicino da Vezinas e Bacilis, il sommo sacerdote. Avevano quasi duemila guerrieri, cio tutti quelli che Diegis non aveva con s per l'attacco principale. Avevano aspettato che iniziasse il combattimento vicino all'agger, di fronte alle mura orientali, cos che i Romani, troppo concentrati nel contrattacco, si dimenticassero, anche solo per un momento, di ci che poteva avvenire dalla parte opposta delle mura.

Camminavano velocemente. In breve raggiunsero la palizzata. Come avevano previsto, trovarono solo pochi legionari di vigilanza. Questi gridarono dando l'allarme, ma i superiori tardavano a rispondere perch, senza dubbio, il grosso dell'esercito romano era stato richiamato dall'imperatore per contrastare l'attacco diretto da Diegis.

Avevano portato delle scale che lanciarono verso la palizzata. I primi Daci che riuscirono ad arrivare in alto furono attraversati dalle spade e dalle lance romane, ma i difensori della circumvallatio non erano molti e i Daci li superavano in numero. Fu uno scontro spietato in cui il sangue fu versato da entrambe le parti, ma le falces e le sicae ebbero alla fine la meglio sui gladii romani. Avevano attaccato un'area della palizzata con due piccole torri che sorvegliavano una delle due porte della circumvallatio. Prese le torri, vari guerrieri dacichi scesero all'esterno e aprirono le porte perch Decebalo potesse uscire con il suo seguito e il piccolo esercito personale.

Il re era soddisfatto. Tutto stava procedendo come previsto. Ma, improvvisamente, si rese conto che qualcuno dei suoi retrocedeva incamminandosi verso la citt invece che proseguire con loro. Era Bacilis. Il sommo sacerdote stava fuggendo per ritornare a Sarmizegetusa.

Che fa quell'imbecille? chiese Decebalo, ma parlava solamente tra s. Non si aspettava risposte da alcuno.

Non lo so disse Vezinas, mentre il re gi si allontanava dalla colonna di guerrieri che attraversavano la palizzata dalla porta che avevano aperto, per iniziare il lungo viaggio verso il Nord-Est del regno.

Fermati, maledetto! grid in direzione di Bacilis.

Il sommo sacerdote si ferm e si volt verso il suo re. Non ha senso fuggire e continuare a lottare! rispose.  meglio negoziare con i Romani e ottenere la pace, altrimenti ci uccideranno tutti! Non voglio continuare questa guerra persa in partenza!

Decebalo s'infuri come mai era avvenuto durante l'intero assedio. Bacilis sapeva troppo.

Vezinas si avvicin al re. Dobbiamo andarcene, mio re. I Romani si stanno riorganizzando e stanno arrivando le sentinelle appostate sulle altre torri vicine alla palizzata. Non possiamo tardare, e tutto si complicher se invieranno una delle loro legioni per trattenerci disse parlando molto rapidamente, senza capire perch il re fosse interessato a ci che stava facendo il sommo sacerdote. Se Bacilis voleva morire insieme a Dochia, Diegis e il resto di quei pazzi e stupidi rimasti in citt, questo non doveva minimamente importargli. Quelli, ormai, facevano parte del passato. Loro, invece, rappresentavano ancora un futuro per la Dacia.

Uccidilo! grid Decebalo a Vezinas. Uccidilo!

Ma Vezinas, confuso, esitava.

Bacilis, che aveva udito l'ordine del re, si volt di nuovo e cominci a correre verso la citt. Era da tempo che il sommo sacerdote aveva deciso di abbandonare la lealt al suo re, ma non aveva mai osato farlo certo che il monarca avrebbe tentato di ucciderlo a causa dei tanti segreti che conosceva sulla Dacia, e in particolare di uno molto speciale. E mentre il sacerdote correva disperato nel tentativo di allontanarsi da quel pazzo di Decebalo, il re prese una lancia da uno dei suoi soldati e raccolse la forza necessaria. Decebalo aveva sempre cacciato regolarmente e si manteneva in forma, inoltre era molto abile con le armi da tiro. Prese la mira e lanci il giavellotto.

Bacilis correva per la sua vita, diretto alla citt. Anche lui aveva le sue idee. Nella vittoria  solo una l'idea che prevale, ma nelle sconfitte ognuno pensa alla propria sopravvivenza, e Bacilis lo stava dimostrando. Il re stava tradendo Diegis, la maggior parte dell'esercito e gli abitanti di Sarmizegetusa, ma lui avrebbe tradito il re. In quanto sommo sacerdote sapeva molte cose e non avrebbe esitato a rivelare ai Romani ci che era necessario in cambio della propria vita. S, tutta la Dacia stava affondando, ma lui non aveva ragione di comportarsi come Diegis, che continuava assurdamente a lottare in quell'eterno e folle scontro con Roma condotto da Decebalo. No, Zalmoxis lo aveva gi avvertito durante l'ultimo rituale in cui erano dovuti morire tanti guerrieri prima di riuscire a inviare un buon messaggero al dio supremo. S, avrebbe venduto quell'informazione in cambio della vita e cos si sarebbe salv...

Aaah, maledetto! L'ho centrato! esclam Decebalo con gioia. Non ho perduto nulla della mia destrezza. Hai visto, Vezinas?

Il pileatus continuava a essere confuso e, soprattutto, preoccupato per tutto il tempo che stavano perdendo. S, mio re, ma dobbiamo andarcene da qui o i Romani si muoveranno e ci taglieranno la strada.

Hai ragione.  vero. Andiamo ammise finalmente Decebalo e senza guardarsi indietro raggiunse la colonna di guerrieri dacichi che stavano finendo di attraversare la circumvallatio. Con Bacilis morto i suoi segreti erano al sicuro per sempre e lui avrebbe potuto continuare la guerra, era certo di questo. Ora l'essenziale, come aveva appena detto Vezinas, era fuggire da l a tutta velocit.

A met strada tra la palizzata e la fortificazione a nord della citt di Sarmizegetusa, un uomo insanguinato con una lancia conficcata nella schiena procedeva carponi, lentamente. Doveva rientrare nella citt. L lo avrebbero curato. Doveva arrivarci... ma gli mancavano le forze... conosceva dei segreti... poteva salvarsi... ma cadde esausto e rimase steso a terra, per continuando a respirare.

43

UNA BENDA SUGLI OCCHI

Domus del flamen Dialis, Roma,
Luglio del 106 d.C.

Nella residenza di Tito Cicurino tutto era relativamente tranquillo. Il fermento delle strade per l'imminente esecuzione di un auriga dei Rossi restava fuori. Nella casa del flamen Dialis tutto doveva essere pace e quiete. Per un sacerdote che era soggetto a innumerevoli restrizioni nella vita pubblica come in quella privata, che non poteva nemmeno vedere armi n cani, n assistere alle sepolture, n posare i suoi occhi su uomini incatenati, per qualcuno che doveva pettinarsi in modo particolare o vestire sempre annodando i propri abiti, o la cui cura personale doveva dipendere solo da un uomo libero che gli tagliava regolarmente capelli e unghie; per una persona cos, alla fine, la cosa migliore era rimanere nella tranquillit del proprio focolare il maggior tempo possibile, a meno che un atto ufficiale del Collegio dei pontefici o un sacrificio richiedessero la sua presenza. E questo era, precisamente, ci che Tito Cicurino faceva di solito: restare nella sua domus insieme alla moglie, la flaminica, lasciando che la vita trascorresse quieta, per lo meno all'interno delle pareti della sua residenza. Altra cosa era Roma. All'esterno, con le guerre nel Nord e le gare mortali delle corporazioni degli aurighi in citt, la follia e l'insensatezza erano senza controllo. Per questo, quando uno degli schiavi rifer a Tito Cicurino che una patrizia romana desiderava vederlo, il flamen Dialis seppe immediatamente che quella non sarebbe stata una delle sue giornate pi tranquille.

Ha detto come si chiama?

S, mio padrone... Eppure, l'atriense esitava a proseguire, ma dal momento che il suo signore lo guardava spazientito, continu: Ha detto di chiamarsi Domizia Longina.

Domizia Longina? ripet Cicurino incredulo. L'ex imperatrice di Roma?

Questo ha detto, mio padrone.

Il sacerdote annu. La moglie di Domiziano era in esilio, questo era ci che sapeva. Che cosa ci faceva ora quell'enigmatica donna a Roma e, soprattutto, perch tra tutte le dimore dell'enorme citt si era fermata proprio alla sua?

Falla passare.

Domizia Longina entr nell'atrio della domus camminando lentamente con la padronanza di s che trasmettono solo coloro che sono stati abituati a comandare per molto tempo nella loro vita. Tuttavia, appena fu di fronte a Tito Cicurino, la donna s'inchin lievemente in segno di rispetto per l'autorit che lui incarnava in qualit di sacerdote supremo di Giove.

Ave, flamen Dialis disse Domizia. Ti saluto e ti ringrazio per la gentilezza nell'accettare di ricevermi nella tua casa, in cui mi risulta che si mantengano l'onest e le pi pure abitudini di Roma.

Ave... augusta. Cicurino non sapeva bene come rivolgersi a quella donna che era stata un'augusta; continuava a possedere quel titolo o ne era stata privata da Traiano? Non ricordava che il rango le fosse stato tolto, ma non essendone sicuro opt, d'accordo con la sua natura prudente, per rivolgersi alla sua interlocutrice riconoscendola nella sua massima dignit. Per Cicurino chiunque meritava il massimo rispetto finch non veniva esautorato o disprezzato per le sue azioni. Ma doveva aggiungere qualcosa. Non poteva rimanere l in piedi come un idiota. In che cosa posso aiutare o essere utile a una persona di tale nobilt come l'ex imperatrice di Roma?

Domizia sorrise. Cicurino era esattamente come se lo era immaginato. Lei non lo aveva mai visto di persona, perch costui era un uomo nominato direttamente da Traiano. L'imperatore ispanico, coerente con il proprio modo di governare, aveva scelto qualcuno di chiaramente pacifico e intelligente per occupare un ruolo sacerdotale tanto importante. Nonostante ci, l'ex imperatrice sapeva che non poteva scambiare l'amabilit di Cicurino per debolezza. L'avrebbe aiutata solo se fosse riuscita a convincerlo che assisterla era una scelta giusta, se lui avesse concluso che aiutarla avrebbe significato un beneficio per Roma.

Si sta per gettare ingiustamente un uomo dalla cima della Rupe Tarpea, disse l'imperatrice e io ho il presentimento che il flamen Dialis non sia un uomo incline a rimanere inerte di fronte a una ingiustizia evidente.

Tito Cicurino si sedette e invit con un gesto la sua nobile visitatrice ad accomodarsi su una sedia che gli schiavi avevano portato l vicino per lei. Il sacerdote comprese subito che Domizia si riferiva all'auriga dei Rossi perch, essendo un conducente di quadrighe, e quindi appartenente alla condizione di infamis, il tribunale aveva deciso di gettarlo dalla Rupe Tarpea. Questa era la pi ignobile delle morti a Roma, anche se, senza dubbio, meno dolorosa rispetto alla condanna alle fiere, in cui la fine poteva essere molto lenta. Le esecuzioni dalla Rupe Tarpea, tuttavia, erano piuttosto scarse. Il tribunale, evidentemente, aveva voluto ingraziarsi quella parte della popolazione che riteneva che quel tipo di condanna potesse offrire uno spettacolo speciale alla citt. Ci che era inusuale interessava sempre alla plebe. Di conseguenza, solo i sostenitori della corporazione dei Rossi si erano irritati per quella scelta.

Non so se, e lo dico con rispetto, inizi Tito Cicurino un sacerdote di Giove debba immischiarsi nella condanna di un auriga, anche se, a quanto mi risulta, il processo  stato... forse un po' sommario.

E se io dicessi al flamen Dialis che l'esecuzione di questo auriga sar qualcosa che irriter l'imperatore e Pontifex Maximus di Roma?

Questo... evidentemente... rispose con lentezza Cicurino sarebbe qualcosa da tenere in considerazione, certamente, ma questa informazione... dovrei sapere da dove proviene.

Domizia Longina inspir profondamente. Non pensava fosse una buona idea condividere con il sacerdote il racconto di una vestale, la quale, inoltre, era gi stata implicata insieme a Celer in un altro processo. No, questo era meglio non menzionarlo.

Sono io a fornire questa informazione sentenzi Domizia Longina con autorit.

Davanti allo stesso imperatore? insistette Cicurino cercando conferma.

Davanti allo stesso augusto Marco Ulpio Traiano.

Ora fu Tito Cicurino a inspirare. Anche cos, non vedo in che modo io possa influire in questa condanna a morte. Non ho l'autorit per fermare una sentenza del tribunale.

No, ma esiste l'antica legge di Numa ed esistono le vestali di Roma.

L'antica legge di Numa e le vestali, s... disse Cicurino mentre aggrottava la fronte e cercava di rammentare quella vecchia legge ormai dimenticata da tutti; di fatto, lui stesso non aveva mai visto qualcuno fare uso di quella legge durante la sua vita, ed era un uomo vecchio. Nessuno ricorre pi a quella legge da tanto tempo. Non ricordo in questo momento nessun caso...

Per la legge esiste, non  cos? lo interruppe Domizia.

Tito Cicurino dondol la testa mentre rispondeva. S, la legge esiste, ma... chi oserebbe usarla in un caso come questo?

La vestale Menenia replic Domizia come se stesse per perdere la pazienza, ma poi torn a inspirare profondamente per controllarsi. Non poteva perdere il controllo davanti a quell'uomo. Aveva bisogno della sua collaborazione. Senza di lui, Menenia poteva essere perduta, anche se la giovane non lo sapeva n poteva prevederlo.

Tito Cicurino riflett in silenzio. La vestale Menenia era, senza dubbio, capace di qualsiasi cosa. Era la pi coraggiosa di tutte le vestali. Si era comportata con enorme forza di spirito e seriet d'animo durante quel penoso processo di crimen incesti e, inoltre, era una sacerdotessa che godeva della protezione e dell'affetto dell'imperatore. Perch? Nessuno lo sapeva e lui, che era cauto, non aveva mai pensato che indagare sulla questione fosse una cosa intelligente. E no, era escluso che l'imperatore rischiasse la sicurezza di Roma giacendo con quella giovane. Non erano sguardi lascivi quelli che Traiano le rivolgeva, occasionalmente, dal palco imperiale nel Circo Massimo o nell'Anfiteatro Flavio. Erano piuttosto sguardi... paterni. In ogni caso l'imperatore, come Pontifex Maximus, era il pater familias legale di tutte le vestali; ma il motivo per cui s'impegnava a proteggere sempre quella giovane sacerdotessa aveva del misterioso. Il punto era se Menenia sarebbe stata capace di osare tanto. La legge di Numa. Gli pareva di sognare, come se Roma fosse tornata alle origini. Certo era che, essendo quella vestale gi stata coinvolta in un processo insieme all'auriga... tutto si complicava.

S, questa giovane sacerdotessa avrebbe certamente il coraggio di usare la vecchia legge concluse Tito Cicurino, che presumeva di conoscere il carattere delle persone. E, se la vestale si era proposta di interferire in ci che stava accadendo a Roma in quei giorni nello scontro tra le squadre delle quadrighe, la legge di Numa era l'unica strada. E cosa vuoi che faccia un povero flamen davanti a un tale disordine, Domizia Longina? Non posso nemmeno giurare in pubblico.

Per tutti ti rispettano.

La maggioranza, s conferm il sacerdote.

Il flamen Dialis sa continu l'ex imperatrice che la legge di Numa  soggetta a interpretazioni, e che le inclemenze del tempo atmosferico possono essere fondamentali. Oggi  nuvoloso e il giorno dell'esecuzione, gi molto vicino, potrebbe facilmente minacciare nuvole. Forse tutto finir con la pioggia. Il vecchio Salinator, il rex sacrorum dei tempi di Domiziano,  ancora vivo e sostiene i senatori che hanno avviato l'accusa contro l'auriga. Dovr essere presente qualcuno, quella mattina a Roma, che preservi il compimento scrupoloso della legge di Numa e che davanti ai dubbi che potranno sorgere sappia interpretare ci che sta per accadere, in particolare i segnali del cielo.

Tito Cicurino sapeva che ci che gli si stava chiedendo non era troppo, ma scontrarsi con Pompeo Collega, Salvio Liberale, Cazio Frontone e Salinator, che avevano avviato il processo contro l'auriga Celer, non era una cosa piacevole da affrontare. Cerc una via d'uscita ragionevole.

E perch non ricorrere a Plinio?  un augur. Le sue interpretazioni saranno tenute in conto...

No. I sacerdoti rispetteranno solo l'opinione di un altro sacerdote. Deve essere il flamen Dialis ad accompagnarmi quella mattina insistette Domizia senza cedere.

Tito Cicurino sospir. Doveva solo andare l ed evitare che si interpretasse male qualsiasi evento. L'imperatore non poteva indisporsi verso di lui per questo; al contrario, se fosse rimasto inerte e l'auriga, o peggio ancora, quella vestale fosse stata accusata d'interferire con la giustizia e tutto si fosse complicato con la morte dell'auriga o di entrambi, auriga e vestale, questo s avrebbe causato l'ira del Cesare.

E Cicurino sapeva che la rabbia di Traiano, normalmente molto contenuta, poteva essere brutale. Le voci che arrivavano dal Nord, secondo quanto aveva saputo riguardo a come il Cesare stava conducendo la guerra dopo il suicidio del legatus Longino, suo fidato amico, lo confermavano. Rimanere impassibile mentre la vestale Menenia si metteva in pericolo non sarebbe stato ben visto dall'imperatore.

D'accordo disse il vecchio sacerdote, e si alz. Immagino che l'auriga sar condotto incatenato lungo il cammino verso la sua esecuzione, quindi ci saranno catene e uomini armati. Avr bisogno di una benda sugli occhi.

Anche Domizia Longina si alz. Quando il giorno arriver, ti bender io stessa.

44

IL SANGUE DI UN EROE

Sarmizegetusa
Luglio del 106 d.C.

Prima linea romana di fronte alla grande Porta Est di Sarmizegetusa

L'attacco dei Daci fu talmente brutale che gli ausiliari e le prime cohortes della VII Claudia retrocedettero in modo disordinato, suscitando la disperazione di Tettio Giuliano. Il legatus aveva gi deciso di punire vari centurioni una volta terminato il combattimento, ma in quel momento non gli rimase altro da fare che mettersi lui al comando della prima linea di tutte le cohortes di riserva, costituite da legionari pi vecchi. Questi, pi disciplinati, cominciarono a riordinare la linea di difesa, poich, di fronte all'impetuosit dei Daci, difendersi bene era l'unica cosa che si poteva fare.

Praetorium

Dall'alto della collina su cui era collocata la tenda dell'imperatore, Traiano osservava in silenzio, stringendo le labbra quasi fino a farle diventare bianche. Una legione comandata da Nigrino stava accorrendo in aiuto di Tettio e altre due, comandate da Celso e Palma, si stavano preparando, entrando attraverso le porte della circumvallatio, per attaccare ai lati i guerrieri dacichi; malgrado ci, c'era qualcosa che non quadrava. Avevano anche una quarta legione, oltre a quelle di riserva situate nella valle per evitare che i Daci del Nord sorprendessero l'esercito imperiale dalla retroguardia. Traiano si rivolse ad Adriano, l'ultimo legatus rimasto disponibile, perch Quieto si stava ancora riprendendo dalla ferita e Laberio Massimo, insieme a Sura, si trovava all'entrata della valle con le legioni di riserva.

 strano questo attacco, troppa ferocia disse l'imperatore.

Vogliono distruggere l'agger e prolungare l'assedio rispose Adriano. Vogliono cercare di costringerci a passare qui un secondo inverno. Forse sperano nei rinforzi da nord, che noi ci stanchiamo o che sorgano problemi in qualche altro luogo dell'Impero, come accadde a Domiziano.

 possibile, concesse Traiano ma tu dici che hanno utilizzato tutte le loro forze?

Non credo. Devono aver lasciato alcune centinaia, o un paio di migliaia di guerrieri in retroguardia.

Ma io non li vedo in cima alle mura, continu il Cesare che  dove li posizionerei io per difendere con gli arcieri l'uscita degli altri.

Il combattimento si sta allontanando dalle mura comment Adriano portandosi la mano alla fronte per proteggersi dal sole. L non sono pi utili gli arcieri.

Allora... dove sono gli altri uomini? continu a chiedersi Traiano e, a ogni istante che passava, aumentava in lui la fastidiosa sensazione che qualcosa non quadrasse in quell'uscita dei Daci. Voglio che tu prenda la legione che ci resta e che faccia un giro d'ispezione intorno alla circumvallatio. Assicurati che tutto il perimetro della fortificazione sia integro. Invia le turmae di cavalleria in avanscoperta e a me un messaggero il prima possibile. Voglio sapere che sta succedendo dall'altro lato della citt.

Adriano si conged con un saluto militare e part per eseguire gli ordini. Era convinto che suo zio vedesse pi nemici di quelli che aveva, ma non era insensato verificare che tutto andasse bene dove loro non potevano vedere. In territorio nemico la precauzione non  mai abbastanza. Questa era una delle poche idee che condivideva con Traiano.

Prima linea dacica

Si stavano avvicinando all'agger. Diegis continuava a urlare a squarciagola.

Darma, darma, darma! gridava; dovevano distruggere quanto pi possibile di quella costruzione.

La parte in pietra era immune dalle fiamme delle torce, ma le impalcature che avevano eretto i Romani per continuare ad ampliare quella gigantesca passerella che doveva finire sulle mura di Sarmizegetusa erano invece vulnerabili al fuoco e presto le fiamme attecchirono alla base delle pesanti strutture di faggio e ontano.

Bruciate tutto! Bruciate! Per la Dacia! Per Zalmoxis! continuava a gridare Diegis a pieni polmoni, infondendo coraggio a tutti i suoi uomini.

Poi, all'improvviso, arrivarono i rinforzi romani e la linea dacica cominci a rompersi. Lo stesso Diegis si trov isolato vicino alla base in fiamme dei ponteggi dell'agger. Solo una dozzina dei suoi pi leali guerrieri erano rimasti accanto a lui. Decine e decine di legionari li circondavano e presto si trovarono a combattere costretti in un piccolo cerchio.

Le fiamme dei ponteggi si elevavano al cielo e Diegis poteva sentire il loro calore nella sua spada. Questo gli dava forza. Sapeva che la fine era sempre pi vicina, ma anche che avevano causato gravi danni alla costruzione degli ingegneri romani. Due dei suoi uomini, i pi vicini a lui, caddero feriti dai gladii nemici. Diegis dovette arretrare, ma il fuoco cresceva e il calore si faceva pi intenso.

Di colpo, una dozzina di Romani che aveva davanti guardarono in alto e i legionari terrorizzati iniziarono a ritirarsi. Diegis si volt per vedere cosa avesse spaventato i nemici e la vide: un'enorme trave di legno in fiamme stava precipitando. Il nobile dacico cominci a correre per cercare di salvarsi ma parte dei frammenti bruciati e qualche ceppo caddero su di lui sbattendolo a terra. Si riprese come pot. Il calore era terribile. Bruciava da tutte le parti, ma si alz e riprese a camminare. Caddero altri ceppi in fiamme e fu allora che i suoi vestiti presero fuoco. Tutto bruciava. Si butt a terra e cominci a rotolarsi rapidamente per spegnere le fiamme che lo avvolgevano, ma si scontr con altri pezzi di legno infiammati caduti e li colp violentemente. Il suo corpo continuava ad ardere come una grande torcia. Era accecato dal dolore, ma ancora lottava per la sopravvivenza.

Diegis arranc per allontanarsi dalle impalcature in rovina che crollavano su di lui. Quando pens di essere abbastanza lontano si rotol di nuovo a terra. Questa volta riusc a spegnere le fiamme che lo avevano divorato. Torn ad alzarsi ma ci vedeva a malapena; era rimasto troppo tempo avvolto da quel mantello di fuoco.

I suoi guerrieri giacevano morti sotto le rovine delle impalcature e i Romani, che si erano per la maggior parte salvati, ora lo osservavano attenti, le spade e gli scudi pronti ad abbatterlo. Non erano pi decine. Erano centinaia. Ci che rimaneva dell'esercito dacico che era uscito per attaccare le legioni stava retrocedendo a tutta velocit per tentare di rientrare in citt, ma in maniera caotica. E molti caddero sotto la pioggia di frecce degli arcieri romani e dei loro pila.

Diegis non capiva dove fossero finiti gli arcieri che erano rimasti con Decebalo. Un triste finale per la Dacia. Ma per lo meno avevano tentato.

Non poteva vedere bene, ma sentire s. Sentiva odore di bruciato, un odore orribile che subito cap essere quello della sua pelle bruciata, fumante. Non poteva rendersene conto, ma da tutti i pori della sua pelle usciva un fumo fetido. Quell'odore, nonostante tutto, non lo preoccupava. Ma l'atroce dolore che provava s. Sapeva che stava per morire, ormai nulla poteva salvarlo da quelle ustioni. Ma perch non lo ammazzavano? Una spada nemica sarebbe stata la benvenuta. Lo avrebbe condotto direttamente da Zalmoxis e lo avrebbe allontanato da quella sconfitta totale e, soprattutto, da quell'infinito dolore che non cessava di torturarlo.

Diegis avanz come pot. Perfino camminare gli faceva male, ma i legionari cominciarono a deriderlo. No, questo no. Non era giusto. Era disarmato, per questo non avevano paura. Vide la falx di uno dei suoi guerrieri abbandonata a terra e si chin per raccoglierla. Soltanto l'atto di afferrarla con le mani bruciate gli provoc un dolore estremo che avrebbe dovuto essergli fatale, ma no: sembrava condannato a trascinarsi tra il disprezzo dei suoi nemici, avvolto in quel patimento che lo stava annientando lentamente e senza misericordia, che sembrava prendersi gioco di lui, come quei legionari, non permettendogli di morire. Non importava.

Diegis riprese a camminare, con la goffaggine di un bambino che fa i suoi primi passi, verso i suoi nemici, con la falx in mano. Sapeva che quelli erano i suoi ultimi passi nel mondo. E quelli continuavano a ridere. Non importava. Li avrebbe attaccati. O lo uccidevano o li avrebbe uccisi lui, ma i legionari si limitarono a continuare a indietreggiare. Godevano di quella macabra scena.

Il pileatus dacico cap che nessuno lo avrebbe finito, che volevano lasciarlo morire poco a poco, nella sua lenta agonia, avvolto da quell'infinito dolore causato dalle ustioni, che sembravano incenerirlo da dentro, da fuori, da ogni parte. Tra lacrime asciutte cadde in ginocchio, tenendo ancora la falx in mano. Ormai era tutto perduto per lui. Avrebbe avuto la peggiore delle morti e sicuramente Zalmoxis non lo avrebbe accolto.

All'improvviso ud delle grida da dietro le fila romane. Diegis guard ancora una volta i suoi nemici inclementi e miserabili. I legionari aprirono un passaggio da cui emerse il loro capo: era quel legatus che aveva incontrato in un paio di occasioni e che aveva riso di lui l'ultima volta che avevano brevemente parlato di fronte alle mura, appena pochi giorni prima.

Tettio Giuliano osserv Diegis mantenendosi a una certa distanza, udendo le risate dei suoi uomini davanti alla patetica fine del capo dacico caduto di fronte a loro, con il corpo completamente bruciato. Giuliano guardava quell'uomo in ginocchio, con una falx in mano, che, sorprendentemente, ancora lottava per rialzarsi, capendo che stava soffrendo un dolore orribile, che di sicuro pochi al mondo avrebbero potuto sopportare senza svenire. Perch non si lasciava morire e basta?

Il dace, contro ogni logica, con uno sforzo sovrumano si rialz. I legionari continuavano a ridere.

Zitti tutti! Imbecilli! grid Tettio Giuliano. Zitti o ci saranno cento frustate per chi ricomincia a ridere!

E tutti tacquero. Erano legionari giovani, quelli che erano retrocessi davanti all'impeto dei Daci, in modo disordinato. Tettio Giuliano di certo non li stimava, e tutti sapevano che il legatus metteva sempre in pratica le sue minacce. Sempre.

Il legatus sospir. Detestava la codardia di quei giovani soldati, ma lo irritava ancora di pi che non comprendessero quando era il caso di deridere un nemico e quando invece era ignobile: una cosa era prendere in giro un messaggero che pretendeva di negoziare quando era in condizione d'inferiorit, un'altra farlo con un nemico ferito a morte che pur soffrendo atrocemente tentava di alzarsi e lottare.

Tettio Giuliano si avvicin al nobile dacico che, con la sua falx in mano, tentava ancora piccoli passi. Il legatus non pot evitare una smorfia di disgusto sentendo l'odore di carne bruciata che proveniva dal corpo distrutto di quel guerriero che brandiva come poteva la sua arma.

Pochi giorni fa ho riso di te, dace disse con tono serio; tutti i legionari potevano udirlo. Ma oggi no. Io non rido mai di un uomo valoroso.

Diegis annu un paio di volte e cadde di nuovo in ginocchio. La sua intenzione era quella di lanciarsi su quell'ufficiale perch si difendesse e lo attaccasse, ma ormai non aveva pi forze.

Non merito di morire... cos... disse in latino, e lasci cadere l'arma.

Non ne poteva pi; parte della pelle delle mani rimase attaccata alla falx e un ghigno di dolore segn il viso di Diegis scurito dalle ustioni.

No, non lo meriti disse Tettio Giuliano.

E, senza esitare, conficc la sua spada mirando al cuore del nemico ferito, per donargli una morte rapida in combattimento invece che una lenta agonia per le bruciature subite.

Diegis cadde sulla schiena. Il dolore che lo aveva divorato dall'interno parve affievolirsi poco a poco, man mano che il sangue fuoriusciva dalla ferita aperta. Le ustioni lo avevano fatto soffrire a tal punto che la spada di quell'ufficiale romano gli sembr quasi una carezza di Zalmoxis.

Le donne... i bambini... non hanno colpa... disse Diegis, ancora una volta in latino, perch l'ufficiale romano lo capisse. Furono le sue ultime parole.

Tettio Giuliano s'inginocchi di fianco a lui. Non voleva promettere a un moribondo nulla che non potesse mantenere.

Far ci che posso disse il legatus della VII Claudia.

Vide che il nobile dacico chiudeva gli occhi ed esalava il suo ultimo respiro. Tettio Giuliano si rialz lentamente e si volt verso i suoi uomini. Non ridevano pi, ma era certo che non avessero capito nulla. Avrebbe voluto prendere a ceffoni, uno per uno, i legionari di quell'unit. Per si trattenne. Si trovavano ancora nel mezzo di una battaglia, ma c'era qualcosa che non poteva evitare di dire.

Con solo cento uomini come questo dace, l'Impero romano non avrebbe difficolt su nessuno dei suoi confini, ma con voi... Non disse altro, scosse solo la testa. Seppellirete quest'uomo separatamente. Che il suo corpo non venga mangiato dai lupi o dagli avvoltoi. Sarete capaci di fare questo?

Un optio avanz e annu.

Tettio Giuliano riattravers il passaggio aperto dai giovani legionari per riprendere il comando della legione in prima linea.

Praetorium

Giunse un messaggero al galoppo. Si ferm di fronte ad Aulo, perch il tribuno pretoriano si posizion tra quel cavaliere e l'imperatore.

Lascialo passare disse Traiano, e Aulo si fece da parte.

Il messaggero parl rapidamente. C' stato un attacco nel settore nord-occidentale della palizzata, augusto, e un numeroso gruppo di Daci  fuggito. Non sappiamo quanti, Cesare. Sembra che Decebalo, il loro re, fosse con loro.

Traiano abbass lo sguardo.

Un diversivo disse l'imperatore a voce bassa. Era tutto un diversivo.

45

LA VOCE DI CARPOFORO

Anfiteatro Flavio, Roma
Luglio del 106 d.C.

I due ultimi combattimenti erano stati molto pi difficili del solito. Inginocchiato davanti alla statua di Nemesi, nel piccolo santuario situato alla fine del cunicolo che conduceva all'arena dell'Anfiteatro Flavio, Marzio pregava la dea affinch il prossimo avversario non fosse cos rapido o forte come quelli degli ultimi due incontri. Infatti, se non avesse saputo che a Trigesimo piaceva tanto il denaro, come a tutti gli allenatori di gladiatori, avrebbe iniziato a sospettare che stava accadendo qualcosa di strano. Ma non poteva immaginare cosa spingesse Trigesimo a mettere in pericolo un buon investimento per il Ludus Magnus qual era lui in quel momento: un gladiatore vittorioso grazie al quale gli allibratori traevano grossi profitti.

Ud allora un'inconfondibile risata e apr gli occhi: era solo nel piccolo recinto. Si guard intorno. Si vedevano solamente, alla fine degli scalini dell'entrata al santuario, i sandali dei pretoriani che sorvegliavano la galleria principale e che non avrebbero tardato a chiamarlo per farlo uscire nell'arena. Probabilmente la risata era udita solo da lui, perch i pretoriani del corridoio centrale dell'anfiteatro erano assorti a guardare ci che accadeva nell'arena e i loro sensi limitati dalle grida della plebe.

La risata si ripet fino a che fu interrotta improvvisamente dalla voce gutturale di Carpoforo, che sembrava parlare attraverso le pareti.

So che sei l, Marzio, il gladiatore dei gladiatori. Queste ultime parole furono pronunciate con sarcasmo, quasi con sdegno, mentre un'altra risata risuon tra le fessure che s'intravedevano nella parete pi buia, in fondo al piccolo santuario. S, da quei piccoli interstizi giungeva la voce del bestiarius, che parl di nuovo. Ogni volta  pi difficile, non  vero Marzio? Ogni volta  pi complicato sconfiggere i nuovi gladiatori che lottano contro di te, non  vero?

Marzio cominci a capire che le difficolt che aveva avuto con gli ultimi due lottatori nell'arena non erano frutto della casualit. C'era di mezzo quel miserabile. Quanto era cresciuto il potere del bestiarius da quando lui era fuggito da Roma? Ogni volta era pi evidente che l'assenza di Caio, il vecchio lanista, aveva permesso al terribile bestiarius di aumentare il suo controllo sui destini di tutti nell'Anfiteatro Flavio.

Perch? domand Marzio all'aria della stanza vuota, sapendo che il bestiarius poteva sentire tutto ci che vi accadeva; per questo sapeva che Akkas era suo amico, ma continuava a non capire perch quel serpente insistesse ad attaccare lui e tutto ci che lui stimava. Perch ce l'hai con me? Per tutti gli dei! Non ti ho fatto nulla! In passato non ho nemmeno svelato il tuo metodo per far s che le fiere cerchino di montare le povere donne trascinate verso la morte tra gli archi dell'anfiteatro!

Gi, questo  vero...  vero... rispose la voce di Carpoforo dalle fessure del muro. In realt non hai fatto nulla di male, per  tutto cos noioso, Marzio. Non so pi cosa inventare per intrattenere il pubblico. L'unica cosa che ancora mi d un poco di piacere  la caccia: intrappolare le pi grosse fiere e sottometterle o ucciderle. In tutti questi anni la plebe ha beneficiato di questo mio divertimento, ma io mi sono solo annoiato; e poi, improvvisamente, sei arrivato tu, o devo dire che sei tornato? Uno degli assassini dell'imperatore Domiziano di ritorno a Roma. Quale migliore preda pu desiderare un cacciatore?

Marzio pens di chiarire che, alla fine, non era stato lui ad assassinare Domiziano, ma concluse che non sarebbe servito a cambiare ci che quell'essere contorto aveva progettato. Quindi era meglio cercare di verificare cosa volesse, cosa Carpoforo desiderasse tanto da obbligarlo a combattere contro gli sfidanti pi forti.

Perch vuoi la mia morte?

Ti serbo rancore perch avevo venduto il sangue di quella lottatrice e tu la portasti via, e questo mi caus molti problemi, molti. Alana, si chiamava, io non dimentico mai un nome, non dimentico mai niente e nessuno. E ti perseguito perch cacciare te, che sei fuggito dall'Anfiteatro Flavio, che hai ucciso un imperatore e hai tentato di ucciderne un altro, perch...  per questo motivo che sei qui ora, no? Perch hai cercato di uccidere Traiano... Comunque sia, perch catturare te, ottenere la tua sconfitta,  una grande avventura, una grande sfida, e mi piacciono le sfide. E inoltre, portandoti via quella guerriera e il suo sangue, hai interferito con i miei affari. E questo non te lo posso perdonare.

Marzio scosse la testa, ancora inginocchiato, senza muoversi da dov'era, di fronte alla statua di Nemesi, perch i suoi movimenti non allarmassero i pretoriani che vigilavano all'entrata del piccolo santuario.

Non mi tentare, Carpoforo, non mi tentare... disse. Non ti scontrare con me, per Nemesi, non lo fare.

Ah... La voce trasmetteva un autentico piacere. Questo mi piace. Non speravo meno da te. Cos, senza paura, cos rispondi! Ti infiammi e vai a lottare. Mi piace molto. Questo render tutto pi interessante. Sar fantastico vedere come, sera dopo sera, cercherai di battere i pi forti gladiatori, ora che Trigesimo non ti protegge pi. Sar uno spettacolo affascinante. E, tuttavia, sar quell'imbecille di Trigesimo a prendersi il merito, ma non importa. Io vedo tutto, io sento tutto, io so tutto quello che accade nell'Anfiteatro Flavio: sono pronto a godermi il tuo agonizzante cammino verso la morte e, alla fine, sar l per fare a pezzi il tuo corpo.

Mettersi contro di me pu essere un errore, Carpoforo replic Marzio con tono gelido. Non so bene perch, ma la dea Nemesi mi protegge, solo cos si pu spiegare il fatto che sia sopravvissuto tanto tempo a tanta follia. Dimenticati di me e sopravvivrai. Non metterti contro Nemesi.

Credi che dopo tutto ci che ho fatto con le mie mani e dopo tutto ci che ho visto in questo anfiteatro io possa ancora credere negli dei? Nemesi, la tua dea protettrice, non mi fa paura. Gli dei non esistono. Sono solo un'invenzione per sottomettervi, voi, schiavi, codardi, miserabili.

Marzio chiuse gli occhi mentre recitava una preghiera alla statua di Nemesi. Poi si volt, ancora una volta, verso le fessure da cui filtrava la voce del bestiarius.

Se ti metti contro di me, Carpoforo, ti uccider.

Che audacia! rispose la voce attraverso il muro, poi giunse un'altra sonora risata. Tanto coraggio in un uomo condannato a morire! Che spreco per l'Impero, ma Roma  cos! Poi si ud un sospiro. Forse lasciarti vivo non sarebbe tanto male, dopotutto sei l'unico che conosce l'anfiteatro dall'inizio, come me; tutti gli altri sono morti, ma anche volendo non posso pi fermare il tuo destino.

Perch? chiese Marzio deglutendo e contenendo la rabbia e il desiderio di scagliarsi contro il muro.

Perch mi hanno gi pagato. Tutto  gi in marcia. Il tuo destino  stato comprato.

Chi ti ha pagato? Perch?

L'unica risposta fu la terribile risata del re dell'umido e angusto sottosuolo abitato dalle fiere e dal terrore.

Marzio si alz, si avvicin al muro e parl alle fessure che aveva scoperto. Chi ti ha pagato, miserabile, chi?

Di nuovo, non ci fu alcuna risposta, solo un'altra risata che lentamente si affievoliva, facendosi sempre pi lontana.

Un pretoriano si sporse dalla porta e si sorprese nel vedere Marzio vicino alla parete in fondo invece che di fronte alla statua di Nemesi. Gladiatore,  la tua ora.

Marzio si separ dalla parete e si diresse all'esterno, ma passando di fronte alla statua s'inginocchi per l'ultima volta e implor il suo aiuto, come aveva sempre fatto. Contava solo su di lei, su nessun altro, per uscire vivo da l. La dea l'avrebbe abbandonato o Nemesi gli sarebbe rimasta accanto?

46

AURUM

Sarmizegetusa
Luglio del 106 d.C.

Dentro la cinta muraria di Sarmizegetusa

Con il re fuggito e Diegis morto, i pochi ufficiali che restavano tra le truppe sopravvissute si rivolsero a Dochia, che avevano liberato dalla torre appena saputo che Decebalo li aveva abbandonati. Lei non esit e assunse rapidamente il comando della difesa di Sarmizegetusa, o meglio, di ci che ne restava.

Non abbiamo abbastanza guerrieri per difendere il perimetro di tutta la citt disse la principessa agli ufficiali dacichi riuniti nel salone di un trono senza pi re. Credo che sarebbe meglio abbandonare la parte bassa della citt e concentrare tutti nella cittadella. L potremo difenderci meglio. E dovremo trasferire anche tutto il cibo e l'acqua che ci rimangono.

Dochia non era riuscita a pensare a un'altra soluzione, ma tutti i pileati l riuniti convennero che quella era la cosa pi ragionevole da fare.

Poi cercheremo di negoziare di nuovo con l'imperatore romano aggiunse la principessa, ma nessuno le rispose perch nessuno pensava pi che l'imperatore di Roma fosse disposto a negoziare qualcosa che non fosse la resa incondizionata, e questo poteva significare solo la morte per molti e la schiavit per i sopravvissuti. Non restava altro da fare che pregare Zalmoxis, anche se, gi da giorni, credevano che il dio supremo li avesse abbandonati.

Circumvallatio, zona nord-occidentale dell'assedio

Traiano smont da cavallo e si incammin insieme ad Aulo e ad altri pretoriani lungo la parte della palizzata che era stata distrutta dai guerrieri di Decebalo in fuga verso le montagne.

Erano troppi per i legionari che avevamo appostato in questa parte della circumvallatio disse Nigrino. Un migliaio di cavalieri, forse pi, Cesare.

Erano tutte le sue forze di cavalleria, augusto aggiunse Tettio Giuliano.

Adriano, Sura, Celso e Palma erano rimasti con le legioni nel settore orientale delle mura di Sarmizegetusa. Quieto si stava ancora riprendendo dalle ferite.

Traiano annu approvando i commenti dei suoi legati.

Voglio che tu prenda il comando di tutta la cavalleria delle legioni, Nigrino, e che segua Decebalo.

Nigrino si mise sull'attenti nell'udire quell'ordine. Pensava che l'imperatore avesse perso fiducia in lui dopo la sua non troppo esaltante partecipazione alla prima spedizione contro i Daci, ma ora gli stava assegnando una missione con la quale avrebbe potuto riscattarsi del tutto.

Porta con te i migliori ufficiali, quelli che consideri i pi valorosi complet Traiano.

Nigrino aveva un dubbio. Fin dove dovr seguirlo?

Fino alla fine del mondo se necessario, per Giove! esclam Traiano irritato, ma subito riprese il controllo. Fino a quando non lo catturi. Se possibile vivo, ma se questo non sar possibile mi basta che mi porti la sua testa. S, voglio la testa del re che obblig Longino a suicidarsi concluse l'imperatore e, come per cercare di scrollarsi di dosso la rabbia, riprese a camminare, questa volta verso le mura. Che cosa c' l? chiese. Aveva bisogno di distogliere il pensiero dall'amico.

Tettio e Nigrino guardarono nella direzione indicata.

Sembrerebbe un cadavere, augusto rispose Tettio.

 strano, no? indag Traiano.  troppo lontano dalle mura e anche dalla palizzata.

N Tettio n Nigrino pensarono che quel cadavere potesse essere importante, ma l'imperatore continu a camminare verso il morto. Quando arrivarono vicino a lui, si resero subito conto che colui che giaceva l non era un guerriero ma un dace vestito con gli indumenti propri di una persona ricca, bei tessuti, di colori intensi, quasi brillanti, com'era il sangue che circondava il corpo.

Ha una lancia conficcata nella schiena, disse il Cesare ma non  un pilum.

Perch uccidere uno dei loro mentre stavano fuggendo? domand Tettio.

Traiano si volt lentamente e guard il legatus di Viminacium. Infatti, perch?

Proprio in quell'istante il cadavere si mosse. Allora Aulo si frappose rapido tra l'imperatore e quel corpo mentre, come un lampo, sguainava la spada per proteggere il Cesare da un possibile attacco. Lo stesso fecero Tettio e Nigrino, ma la voce di Traiano li ferm.

Non lo uccidete, non lo uccidete! Per Giove!

L'uomo gravemente ferito si era limitato a girarsi su un lato. Con la lancia conficcata nella schiena poteva fare poco altro. Se Longino fosse stato l, insieme all'imperatore, avrebbe potuto dirgli che quel dace ferito altri non era che Bacilis, il sommo sacerdote di Zalmoxis; ma Longino non era l, e nessuno poteva riconoscere quell'uomo.

Bacilis aveva la gola secca per il tempo trascorso l senza potersi muovere. Aveva perso molto sangue ed era assai debole, ma sapeva di avere ancora qualcosa con cui comprare la propria vita e, inoltre, il suo odio per Decebalo era cresciuto esponenzialmente a ogni istante passato sanguinando e soffrendo come un cane. Non conosceva bene il latino, per c'era una parola che, s, aveva imparato. Una parola per la quale molti avrebbero ucciso ma che ora poteva ridargli la vita.

Aurum [Oro] disse, e lo ripet varie volte, come chi recita una preghiera agli dei prima di morire. Aurum, aurum, aurum.

47

IL GIORNO DELL'ESECUZIONE DI CELER

Roma
25 luglio del 106 d.C., hora quarta

Castra praetoria

Tiberio Claudio Liviano era parecchio nervoso. Quell'affare dell'auriga, il suo improvviso processo, la condanna a morte, non avevano fatto altro che provocare tensioni in citt. In qualit di prefetto del pretorio gestiva il controllo effettivo sull'urbe, ed era stato obbligato a ordinare a varie cohortes della guardia pretoriana di pattugliare l'intera citt, in particolare la Suburra e i dintorni del Circo Massimo. Erano quelli i luoghi in cui erano avvenuti alcuni scontri tra sostenitori dell'auriga dei Rossi e quelli di altre corporazioni, specialmente degli Azzurri, i cui cavalli si pensava fossero stati avvelenati da Celer. O si era trattato di un solo cavallo? Non importava; per lui non faceva differenza. Liviano si era impegnato a fondo nel controllo dell'intera citt. Altri avrebbero lasciato la Suburra senza guardie, ma lui non era disposto a mostrare il minimo segno di debolezza. Traiano gli aveva consegnato una Roma in perfetto stato e pacifica, e lui intendeva restituirla all'imperatore esattamente identica. Se per ottenerlo doveva abbattere un centinaio di cittadini impazziti non avrebbe esitato a farlo.

Liviano, ci nonostante, aveva deciso di trasferire il prigioniero presso i castra praetoria, nella parte settentrionale della citt, dove gli era possibile controllare la situazione molto meglio che nelle vecchie prigioni del centro, troppo vicine ai quartieri in subbuglio. Ormai era arrivato il giorno dell'esecuzione.

Liviano usc dalle proprie stanze nell'accampamento della guardia pretoriana impeccabilmente vestito, nella sua uniforme e con l'elmo lucidato che brillava sotto l'unico raggio di sole che filtrava dalle nuvole. Guard il cielo. Minacciava pioggia. Un acquazzone estivo. I raggi di Apollo non sarebbero durati a lungo. Il cielo era completamente coperto: a sud, a nord, a occidente e a oriente. Forse questo avrebbe scoraggiato molti, e per le strade non sarebbero usciti in tanti come sarebbe avvenuto in un giorno soleggiato. S, una bella tormenta, con lampi e tuoni, sarebbe stata la cosa migliore per tutti.

 tutto pronto? domand il prefetto del pretorio.

S, vir eminentissimus conferm il tribuno pretoriano. Il prigioniero  incatenato e porteremo con noi duecentoquaranta uomini: due centurie apriranno il cammino e altre due seguiranno. Inoltre, tutta la guardia  gi distribuita lungo il percorso, e il colle capitolino  inviolabile per chiunque.

Bene rispose Liviano soddisfatto.

Al momento giusto avrebbero lasciato accedere un centinaio di persone, forse qualcuna in pi, fino alla Rupe Tarpea, ma all'inizio era meglio mantenere tutto cos. Se le cose si fossero messe male, Liviano avrebbe permesso l'esecuzione anche davanti a una piazza vuota. Si trattava di una condanna a morte. Nulla lo obbligava a trasformarla in uno spettacolo. Il popolo avrebbe ottenuto il suo spettacolo se avesse saputo comportarsi bene, al contrario ci sarebbe stata solo giustizia.

Giustizia? Liviano, come tanti altri, era dell'opinione che quell'auriga fosse stato, ancora una volta, oggetto di una vendetta a causa delle sue vittorie nel Circo Massimo; ma se i giudici erano stati corrotti e ci avesse indignato l'imperatore, se ne sarebbe incaricato lo stesso Traiano prendendo le dovute misure al suo ritorno. Da parte sua, lui doveva solo limitarsi a fare in modo che la sentenza fosse eseguita senza problemi.

Il sole si nascose. Liviano torn a guardare il cielo.

Andiamo disse, e le porte del grande accampamento della guardia pretoriana di Roma si spalancarono.

Celer cominci a camminare con i polsi incatenati e lo sguardo a terra. Sapeva che non aveva pi senso pensare alla vendetta per ci che stava per succedere, ma non riusciva a smettere di giurare a se stesso che se per qualche prodigio degli dei fosse riuscito a uscirne vivo avrebbe ammazzato quel miserabile di Acleo, a ogni costo. Continuava a ripensare a quel maledetto, mentre testimoniava, ancora una volta, contro di lui, in un altro processo truccato, e a quel sorriso criminale che gli aveva rivolto mentre usciva dalla basilica. No, era impossibile che sopravvivesse a quella funesta giornata, ma nella disperazione ognuno cerca conforto come pu. E pensare a una vendetta contro Acleo era l'unica cosa che gli dava la forza per non piangere di rabbia e d'impotenza. Nella sua mente c'era posto solo per l'idea di un'altra corsa nel Circo Massimo: una corsa mortale.

Atrium Vestae

Menenia osservava il cielo preoccupata. L'ex imperatrice di Roma l'aveva avvertita: non doveva tentare ci che aveva intenzione di fare se la giornata fosse stata nuvolosa. Lei aveva sperato fino alla fine che quel giorno ci fosse il sole splendente di fine luglio, ma, invece, tutto era andato storto.

Sta per piovere le disse una delle vestali pi giovani con cui Menenia aveva fatto amicizia negli ultimi mesi. Il suo nome era Claudia e lei sapeva che le parlava col cuore. Non dovresti tentare.  troppo pericoloso.

Non ho intenzione di permettere che l'ingiustizia governi Roma rispose Menenia. Sono pronti il lictor e gli uomini?

S, e anche il carpentum: questa mattina sar pi sicuro scegliere il carro a due ruote coperto piuttosto che una lettiga.

 pi veloce aggiunse Menenia aggiustandosi il velo sul viso.

Claudia annu, ma con tristezza. La carrozza coperta, un lictor e mezza decina di servitori non sarebbero bastati a fermare i pretoriani di Liviano o, men che meno, gli esaltati delle corporazioni delle quadrighe.

Menenia not lo sguardo impaurito della sua compagna di sacerdozio. Nessuno oser toccare una vestale le disse, e usc dalla Casa delle vestali per dirigersi al tempio di Vesta, dove voleva pregare prima di proseguire con il suo piano.

Claudia non poteva che stupirsi di fronte a quel coraggio. Menenia aveva la capacit di far credere che l'impossibile, semplicemente, potesse essere possibile; ma non appena la ragazza rimase sola, la paura torn ad albergare nel suo cuore.

Menenia, una volta dentro al pi straordinario dei santuari di Roma, s'inginocchi e implor Vesta per la sua protezione. Poi si alz lentamente, usc dal tempio e in fondo alla scala la ricevettero i servitori mentre il lictor apriva la porta della carrozza coperta.

Quando ve lo ordiner, lasciatemi sola. Ci che devo fare, lo devo fare da sola, senza l'aiuto di nessuno.

Tutti s'inchinarono davanti alla giovane vestale.

Ovest di Roma, avanzata della guardia pretoriana

Appena raggiunta la porta Collina, Liviano ordin che svoltassero per la Via Nomentana e da l girassero intorno alla Collina degli Horti passando sotto l'acquedotto Aqua Virgo, all'altezza della Via Pinciana. La sua idea era piuttosto chiara: allontanarsi dalla citt, fiancheggiando la maggior parte della zona edificata di Roma, per entrare di nuovo nell'Urbe da ovest. Per questo decise di non attraversare la Porta Sanqualis, che lo avrebbe portato direttamente al colle capitolino, ma da l diresse la guardia verso le terme di Agrippa. Poi scesero fino al teatro di Pompeo e ancora pi a sud, fino a raggiungere la grande biblioteca della Porticus Octaviae. I problemi potevano cominciare da quel punto, perch erano ormai vicini alla Rupe Tarpea e gi si intravedevano centinaia di persone su entrambi i lati della strada. I pretoriani appostati sull'intera via costituivano, per il momento, un'efficace barriera che nessuno osava attraversare, ma le grida a favore o contro il condannato erano gi cominciate. C'era anche chi insultava la guardia pretoriana, ma Liviano aveva dato ordine di non rispondere a nessun tipo di provocazione. Si trattava solo di eseguire una sentenza.

Traditori, miserabili! Che gli dei vi puniscano!

Che lo uccidano! Ora non sei pi tanto veloce, auriga dei Rossi! Perch non corri?

Risate o insulti provenivano in parti uguali.

All'interno della biblioteca, nella sala dell'archivio, con porta e finestre chiuse nell'inutile tentativo di ottenere silenzio, Gaio Svetonio Tranquillo continuava con il lavoro di archiviazione dei papiri di Roma. Sapeva che il mondo, l fuori, era sconvolto da litigi e scontri tra i conducenti delle quadrighe. Lui, per quel che gli era possibile, tentava di continuare il proprio lavoro, con l'obiettivo di preservare per le future generazioni di Romani il maggior numero di testi. Forse, quando si fossero stancati di uccidere e uccidersi tra loro, qualcuno avrebbe avuto il desiderio di ritornare a leggere. In ogni caso, l'imperatore voleva un rapporto dettagliato sulle necessit delle biblioteche romane. Svetonio era deciso a spiegare al Cesare che Roma aveva bisogno soprattutto di un nuovo edificio, per conservare correttamente tutto ci che era stato salvato dagli incendi che avevano afflitto la citt negli ultimi anni... Ma all'esterno le grida continuavano. Quando sarebbe finita quell'esecuzione? Cos non poteva lavorare.

Per la strada, alle porte della biblioteca, all'improvviso uno dei tribuni si avvicin al prefetto del pretorio.

Una donna si  messa in mezzo alla strada e sembra che non abbia intenzione di farsi da parte.

Liviano inspir profondamente. I problemi erano gi cominciati.

Che nessuno si trattenga. Se non si fa da parte con le buone, prendetela e spingetela a lato.

E se resiste?

Liviano ingoi la rabbia, inspir aria e, alla fine, diede l'ordine. Se  necessario, uccidetela. Nulla ci fermer.

S, vir eminentissimus.

Ai piedi del Campidoglio

Menenia era di fronte alla lunga scalinata in pietra che conduceva alla Rupe Tarpea. Non era stato facile arrivare fin l perch la guardia pretoriana aveva posti di blocco in ogni angolo ma, come aveva previsto, non appena si rendevano conto che si trattava di una vestale, si facevano da parte e la lasciavano passare.

Questo  un buon posto disse tra s e s, e si rivolse ai servitori che la accompagnavano. Lasciatemi sola.

Gli uomini esitarono vedendo la giovane spostarsi in mezzo alla strada, con la moltitudine su entrambi i lati e l'interminabile fila di pretoriani che sorvegliavano da ogni parte, ma restarono calmi. Dovevano obbedienza assoluta a quella vestale, anche se decideva di andare incontro alla sua stessa morte. Non potevano fermarla. Nessuno aveva il diritto di farlo, ma i pretoriani di Liviano stavano per arrivare. Ci che preoccupava quegli uomini, e in particolare il lictor della vestale, era che molte di quelle guardie imperiali non erano nemmeno nate a Roma. Molti venivano dalla Germania o dall'Elvezia, ce n'erano anche della Britannia e dell'Illiria e di altre remote regioni dell'Impero. Quegli uomini avrebbero rispettato ci che Roma aveva di pi sacro?

Parte finale della Porticus Octaviae

Avevano appena superato la grande biblioteca.

Poi tutto avvenne in fretta. I momenti pi terribili sono sempre fugaci, anche se le loro conseguenze durano per sempre, anche se il dolore che causano sar perenne. Un istante fatale ed era tutto finito. Il segnale di quel momento funesto fu un grido di donna proveniente dalla strada. Poi il clamore della moltitudine che si rivers per le vie e si estese come una macchia d'olio sull'acqua.

Per Liviano per tutto ci era secondario: vide gli uomini di prima linea tornare ad avanzare dopo essersi trattenuti per qualche istante a causa di quella folle donna, obbligando anche il resto dei pretoriani a fermarsi. Quella era l'unica cosa importante per lui. Dovevano aver gi risolto il problema della donna che si era piazzata in mezzo al loro cammino.

Il tribuno raggiunse Liviano per informarlo. Arriv con la spada sguainata e macchiata di sangue.

Celer, terribilmente spaventato poich aveva udito la conversazione precedente e temeva per la vita di Menenia, guard quella spada e si sforz di ascoltare le parole che si scambiavano in quel momento il prefetto del pretorio e il suo subordinato, ma gli fu impossibile perch la plebe continuava a insultare e a reclamare giustizia.

Ripresero a camminare. Il tribuno ritorn verso la prima linea e il prefetto del pretorio abbass lo sguardo, come se non fosse soddisfatto di ci che era accaduto. Ma le grida erano cambiate, man mano che avanzavano, e Celer ud chiaramente ci che il popolo stava dicendo.

L'hanno uccisa! Quei miserabili l'hanno uccisa! Dei!

Per Castore e Polluce! Per Ercole! L'hanno uccisa!

E continuarono a camminare. I pretoriani calpestavano con i loro sandali il suolo di Roma, con la potenza inflessibile di chi non si ferma davanti a niente e a nessuno. Solo quell'esibizione di forza manteneva la plebe ai lati della strada, sottomessa alle armi sguainate di tutte le guardie dell'imperatore.

Miserabili, traditori, assassini! L'hanno uccisa come un cane!

E Celer la vide, distesa a lato della via, sanguinante, con i pretoriani che impedivano a chiunque di avvicinarsi alla giovane, anche solo per coprirle il viso.
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FINE Parte 1.